BRISA di PAOLA RAMBALDI


Sinossi (dal sito dell’editore):Brisa non è sposata, sorride poco, ha un occhio di un colore e uno di un altro, una treccia lunga lunga, un accenno di baffi. Se passa la treccia su una foto vede il futuro di chi c’è nella foto. Come per quella delle nozze dell’amica Smamaréla: le raccomandò di tenere lontano suo marito dai fucili, ma lui non volle ascoltarla e morì in un incidente di caccia. Da allora Brisa non ha più voluto toccare le sue foto, come se avesse visto qualcos’altro che non vuole raccontare.
Neanche Grace Kelly sarà felice. L’ha visto in una foto.
Così dicono. Con Brisa non si sa mai. Con Brisa non si discute.
Siamo in un piccolo paese alle foci del Po, è il settembre del 1956. Per la festa patronale è arrivato il Luna Park, e ci sarà anche un concerto dei Cavedani di Gorino, gruppo del posto dove suonano anche Tunaia, fratello di Brisa, Primino e il Principe. Hanno un nuovo cantante, il surreale Eoppas, emulo e sosia di Elvis.
Di sera tardi sparisce Lucianino, figlio dodicenne di Smamaréla.
Sono in tanti al vecchio faro.
Primino  finisce in una buca da dove pare impossibile uscire.
Dimenticavamo: Brisa ama i fucili.

Da frequentatore dell’ambiente giallo/noir italiano avevo incontrato Paola Rambaldi in qualità di fotografa ufficiale in un’edizione del defunto festival Lomellina in giallo. Una donna arguta, ironica, attraente come solo le donne emiliane sanno essere. Impossibile per un piemontese timido come me non essere preso all’amo dal suo umorismo sarcastico e arguto.

Paola Rambaldi

Paola Rambaldi scrive. Ormai siamo una comunità, una vasta comunità di lettori che scrivono, probabilmente una sorta di eco sistema circoscritto (a volte i giochi di parole sono caustici) che sopravvive in costante auto cannibalismo. Tutti scriviamo: molti male, tanti fanno il loro bravo compitino, alcuni hanno quel qualcosa in più, rarissimi sanno scrivere davvero. Ecco, dopo aver letto l’ultima opera della Rambaldi devo dire di aver trovato in lei quel qualcosa in più.

La storia di Brisa, donna dalla vita sacrificata in un’Italia della fine anni ’50 che comincia a vedere la luce al fondo del tunnel è raccontata con una finta leggerezza che ti risucchia senza neanche accorgersene. Parte lieve Brisa, una storia di provincia sanguigna, l’Emilia godereccia ma concreta che riporta all’umorismo di Guareschi e che con naturalezza, come in un giro di liscio, si scivola lentamente nel cuore nero delle comunità di uomini perversi e violenti. La scrittura di Paola Rambaldi è regolata da un bilancino dall’equilibrio precario ma che lei, credo proprio per sua indole personale, riesce a mantenere costante grazie al suo carattere. C’è riso e pianto, canto e urlo d’orrore, baci e schiaffi. Da storia di paese, un classico della narrativa italiana, l’involontaria indagine di Brisa, coinvolta per motivi famigliari nel capire cos’è successo al piccolo e bellissimo Lucianino, figlio di Smamarèla, donna di suo fratello, si trasforma in una discesa nella follia dai tratti che mi hanno ricordato Lynch. C’è un elemento soprannaturale che entra in gioco (e qui mi ha letteralmente stregato) e s’infila sinuoso e inavvertibile, tanto da essermi quasi sfuggito e fare una figuraccia con l’autrice parlandone (ma questa è un’altra storia).

Con Paola Rambaldi, il lato oscuro dell’Emilia si rivela con naturalezza e la sua scrittura, fluente e solo in apparenza leggera, è il veicolo ideale per raccontarla.

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