Lo Stato di ebbrezza, di Valerio Varesi


9788888320830

Vecchie bagasce pentite, ecco cosa siamo adesso. Ballerini con l’artrite ai piedi, ubriachi senza più un trillo, uno zompo, un saltello. Zavorrati come trichechi spiaggiati tremolanti di lardo e di trippe. Ci sta passando sopra la testa un’intera generazione al galoppo. Saltano oltre che sembriamo una siepe di Ascot. Mica son simpatici. Ci han cacciato a ringhi prima di infilarsi nella carcassa puzzolente dell’Italia, che è tutta la loro eredità. Non ce lo perdonano di aver spolpato le migliori pezzature! Quattro ossa da leccare è tutto quel che gli resta. Le frattaglie, altro che quelle! Abbiamo consumato anche la loro parte di banchetto: ricchezza, terra, petrolio, ossigeno ..Han solo dei debiti e da farsi un culo. Una pattumiera dopo le gozzoviglie, ‘sto pianeta, coi suoi ottanta miliardari a sbafare e tutti gli altri a leccare gli avanzi sul pavimento prendendosi calcagnate.Digeritevi le pleuri, la milza e i rognoni! Sciaguattate nei succhi gastrici, fateci il bagno e ascoltate i nostri rutti!Avevamo promesso ben altro nei gloriosi Sessantotto e Settantasette portati sul petto come medaglie! Tutti a strimpellare serenate filosofiche sulle magnifiche sorti. Ne avevamo la bocca piena, ma eravamo solo un nugolo di pidocchi che avrebbero reso anemico un toro”.

Per una volta ho scelto d’introdurre il libro con il suo incipit anzichè la consueta sinossi. L’avete letto? L’avete letto bene? Non è un semplice incipit, è un’ overture alla disastrata sinfonia della storia del nostro paese, ecco che cos’è. Mi voglio sbilanciare, definendolo uno degli attacchi più potenti e tellurici che mi sia capitato di leggere nella mia misera carriera di lettore oltre che di scribacchino.

Valerio Varesi* ha citato come nume tutelare Viaggio al termine della notte, di Celine, parlando de Lo stato di ebbrezza, ed è facile, leggendolo, ravvisare l’intento di raccontare gli anni grotteschi che hanno marchiato l’inizio di un declino apparentemente inarrestabile della nostra nazione, con una narrazione alta, metaforica e diretta. La scrittura di Varesi è un gorgo che risucchia nel cuore stesso di una notte della repubblica con una teoria di allegorie dall’efficacia rabbiosa. Emerge un mondo di egoisti e bulimici personaggi, presi, avvolti, anestetizzati da quello stato di ebbrezza che si respirava dagli anni ’80 fino a mani pulite. Quella sensazione inebriante di potersi arricchire in maniera smodata, di accaparrare denaro, potere, sesso. Tutto in un’orgia famelica e vorace, cieca e sorda a qualunque morale, a ogni legge, indifferente alle conseguenze, al futuro, alla rovina. Nella girandola di politici, porta borse, giornalisti e consulenti vari che si avvicendano nella storia d’Italia, si vede veramente l’orchestrina del Titanic che continua a suonare mentre il transatlantico affonda inarrestabile; con la differenza sensibile che i suonatori nostrani sono del tutto privi della desolata e disperata eleganza dei primi. I nostri sono chiassosi, arroganti ed egoisti scriteriati che si aggrappano all’ultima briciola con la voracità di una fiera insaziabile.

Domenico Nanni è il Dante che attraversa non senza colpe i gironi di un paese che si ostina a essere baraccone anche nei momenti più tristi e drammatici. La sua storia disincantata ripercorre con un certo obiettivo candore l’excursus di tanti italiani, nati incendiari e morti pompieri, che sulle onde degli ideali e il sogno della rivoluzione saltano di carrozzone in carrozzone fino al capolinea. Nanni in qualche momento ha il pudore di guardarsi indietro e osservare le macerie che sta seminando ma non per questo si arresta. La fame spinge e tira e impone l’avanzare di una vita così legata a quel che si è da non ammettere nulla: ne memoria ne coscienza ne pentimenti. Un’ubriacatura i cui postumi saranno il peggior dopo sbornia immaginabile.

Lo stato di ebbrezza è uno di quei romanzi che s’intuiscono scritti con l’urgenza di una spinta etica che il rutilare dei tempi sembra voler piallare ogni giorno di più. Uno j’accuse di rara potenza e lucidità. Un noir della Repubblica nel senso più lato e alto. S’inizia dopo questa gran cassa e ci s’immerge per 317 pagine di storia, cronaca, politica e delirio. Lo schiaffo che rappresenta quest’opera  dovrebbe riverberarsi nelle coscienze di tutti i cittadini degni di tal nome. Dipendesse da me, dovrebbe essere libro di testo alle superiori.

La sua lettura un dovere.

*Valerio Varesi, giornalista della redazione bolognese di Repubblica ha raggiunto la notorietà in campo narrativo come autore di gialli, in particolare per la serie del commissario Soneri. Dai suoi libri è stata tratta anche la serie televisiva RAI Nebbie e delitti.

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