Di torri dorate, ignoranza e sogni perduti, (parte seconda)


Nel post precedente avevo concluso citando Steve Jobs, forse primo personaggio/icona a essersi spento nel XXI secolo. Quello che lasciò il proprio testamento spirituale durante il celebrato discorso alla Stanford University, ricordate? “Stay hungry stay foolish“…Ci sarebbe da aprire tutto un discorso, complesso e controverso sui malintesi nati dalle parole di Jobs, su quanto abbia avuto ragione per alcuni versi e per altri la stragrande maggioranza dei suoi estimatori (a parole) si rinneghino con i fatti ma andrei OT e le questioni che sto squadernando in questi post sono già di per se’ labirintiche.

La contraddizione colossale nasce dal fatto inequivocabile che più nessuno ha fame. La fame di sapere si è estinta e se non del tutto è sulla buona strada. Ora non è così scontato risalire a questo falso senso di sazietà che ci sta portando a diventare un popolo di analfabeti funzionali. Entra in gioco senz’altro un discorso politico, uno sociale, uno antropologico… viviamo un paese vecchio per esempio. Non soltanto anagraficamente; è vecchio il modo di vedere le cose, di sentirle, di viverle. Si concepisce la vita come una strada da attraversare con fatica, dolore e sacrificio che sono tre parche che ci perseguiteranno sempre e proprio per questo sarebbe un buon motivo prendersi una tregua da tutto ciò, magari sognando un pochino. O fantasticando

Fantasticare. Adoro questa parola. E’ più solida di sognare. Sognare suggerisce qualcosa di impossibile ma fantasticare… vuol dire qualcosa di più. Per me fantasticare è salire su un’astronave bellissima e spararmi diecimila anni luce in pochi minuti buttandomi addosso a una collpsar oppure esplorare un pianeta marino aiutato da delfini intelligenti ed esoscheletricamente dotati.*

E’ prendere la mia terra, riempirla di misteri e creature ereditate dai racconti dei nonni e inventarmi un misterioso Dipartimento che indaga sui fenomeni paranormali… è tutto questo e tanto tanto ancora.

Lo faccio. Scrivere, fantasticare scrivendo e nello stesso tempo imparare. Ecco un’altra parola che oggi risulta ostica. Imparare. “Stai zitto che hai solo da imparare” una frase netta che mi sono sentito dire spesso da adolescente. L’adolescenza è l’apoteosi dell’arroganza e della presunzione. Palpita nel cuore di ognuno di noi soprattutto quando cominci a costruirti una tua idea del mondo, una tua filosofia, che alla radice è l’amore per il sapere… e d’improvviso consideri che il tuo modo di vedere deve avere una sua dignità e così si entra in conflitto con tutto e con tutti. Genitori, istituzioni… fino alla consapevolezza. Il perchè di questa parentesi un po’ scontata serve al nocciolo di questo post. Quanto detto finora è sensato e funzionale alla costruzione della  personalità di un adolescente. Adolescente, diciamo dai 12 ai 20 anni circa. Peccato che la rete (e non solo la rete) mi sta mostrando che tutta questa arroganza, questa sordità, questa pedissequa presunzione arriva da troppi adulti. 25-35-45-65enni. Pance piene ma senza la minima traccia di quella fame di sapere, quella spinta ideale, quell’andare avanti, sempre avanti che è sempre stato il propulsore dell’evoluzione della nostra specie.

E che cosa c’entra tutto questo col fatto che mi piacciono le storie che fanno paura? E che fanno sognare astronavi? E fantasticare di mondi incredibili?

Il mio mosaico è un po’ così ma sono idealmente compresi anche gli ebook

C’entra. C’entra tutto. C’entra l’ iniziare da qualche parte. C’entra cominciare a leggere Topolino, guardare le figure e poi leggere quello che c’è scritto nelle nuvolette. Ricavare piacere da quelle parole e quindi cercarne altre e altre storie e così da Topolino si passa a Tom Sawyer o 20000 Leghe sotto i mari o Harry Potter e da li avanti. Calvino, Buzzati o Italo Svevo… si cresce. E s’impara e si diventa curiosi e il mondo assume altri contorni, come un miope che man mano migliora con le lenti giuste. Così è stato per me** e per tanti altri. Chi più, chi meno, chi in una maniera e chi in un’altra  c’era un comune denominatore ed era quel piacere tutto speciale di vedere nei libri, in ogni genere di libro un tassello utile a costruire il mosaico della nostra esistenza.

Questo fino a non troppi anni fa… una ventina? Quindici? Fate voi. Con la rete, la visione di questo perverso ouroboros che si auto divora in un ciclo apparentemente senza soluzione, appare più netta.

Da una parte*** abbiamo la Cultuva, snob, elitaria, auto referenziale, pronta a puntare il dito e smontare con perfidia scientifica ogni allargamento e apertura della medesima. Essa sembra bastare a se stessa, mantiene posizioni di comodo ed ha instaurato un distacco desolante con chiunque sia fuori dal salotto buono. Questo distacco porta dall’altra parte**** a chi ne è fuori, a disprezzare chiunque sembri essere di la’, con l’effetto perverso poi di imbarcare sullo stesso bastimento tutto ciò che si discosta da una facile e immediata fruibilità.La ginnastica della mente, l’attività di studio, analisi e riflessione che dovrebbe essere il riflesso di ogni intellettuale degno di tal nome diventa nemica. E diventa nemico anche chi, sebbene fuori dal salotto, ama comunque tutto ciò che il salotto vorrebbe tenersi ben stretto, in questo modo ogni discussione con un minimo di risposta circostanziata diventa terreno di scontro. Le reazioni non sono più polemiche. Eraclito affermava che il Polemos era il padre di tutte le cose. Su di esso, dalla sua capacità di scontro e confronto si era formato il pensiero dell’uomo.

Il Polemos è morto in guerra. Ha vinto la volontà di urlare più forte al di la’ delle parole, di vincere dove vittoria non serve e dove sapere le cose diventa un fastidio. Il fastidio originato dalla frustrazione di essere ignoranti.

*Ogni riferimento a Le Maree di Kithrup, di David Brin è puramente voluto.

**Anche senza laurea amo la conoscenza e non mi basta mai.

***Ovvio che non è così tutto il mondo della Cultura ma in Italia, “quella che conta” riesce a mostrarsi così.

****L’altra parte è la massa, un po’ tutti siamo a rischio massa.

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