Di torri dorate, ignoranza e sogni perduti (parte prima)


“la cultura (e la sua sorgente, la scuola) andrebbero rispettate e aiutate in modo diverso. Accettiamo responsabilmente i sacrifici, ma non quello dell’intelligenza. Stefano Benni”

Piccola introduzione biografica.

Provengo da una famiglia modesta ma dignitosa. Mio padre era un pasticcere, mia madre dopo una vita da commessa aveva aperto un bar. Artigiani e commercianti. Classe 1933 lui 1938 lei. Mia madre era la maggiore di tre figli e sebbene fosse la più dotata nello studio, i suoi avevano deciso che smettesse per aiutare la famiglia, fermandone la scolarizzazione alla quinta elementare. Mio padre, figlio di mezzo di tre ma unico maschio aveva frequentato una scuola professionale, aiutando il padre in vigna. Sapeva fare un po’ di tutto: piccoli impianti elettrici, riparazioni idrauliche, una buona mano da falegname. Aveva in fondo uno spirito avventuroso che l’aveva portato a fare la piccola vedetta per i partigiani, il boxeur, il sergente telegrafista negli alpini. Aveva anche tentato di imbarcarsi a Genova ma non sapeva nuotare e se ne era tornato al paese finchè non conobbe mia madre in una prestigiosa pasticceria in città. Lo presero come apprendista pasticcere e il resto è storia.

Per gli standard di oggi possedevano una scolarizzazione bassa. Entrambi non avrebbero potuto accedere neanche a un concorso come operatori ecologici eppure sono riusciti a trasmettermi un amore per la cultura e la conoscenza che oggi sembra quasi scomparso. La mamma leggeva molto e quando si era rimessa a studiare per poter aprire la partita IVA era uscita con il massimo dei voti, alla Camera di commercio. Anche papà era un divoratore di fumetti e aveva una collezione bellissima di romanzi di Salgari. Inoltre entrambi amavano la musica classica e l’opera. A casa mia, nonostante gli orari oberanti delle loro rispettive attività, non sono mai mancati libri e dischi.

Avrò sempre il ricordo un po’ alla Monthy Python di mio padre, immacolato nel grembiule e nella farina che intonava con voce baritonale le arie di Mozart (Le Nozze di Figaro erano il suo cult). A dispetto di tutto avevano AMORE per le cose belle e rispetto per la CULTURA e il tutto era nato e fiorito da basi umili, da letture semplici, d’intrattenimento.

Il perchè di questa introduzione famiglilare, è ispirato dalla pubblicazione di due post, provenienti da altrettanti, seguiti e stimati Blog: Prigionieri, da Strategie Evolutive, di Davide Mana e Intrattenere è una nobile arte, uscito su Plutonia Experiment, di Alessandro Girola.

Affrontano da angolazioni e prospettive differenti una questione che mi sta a cuore: la posizione della letteratura fantastica.

Per “fantastica” intendo il termine più ampio e generico dell’aggettivo. Che sia fantasy, horror, fantascienza, giallo, mistery o noir, tutti rientrano nel calderone del raccontare storie tese a far evadere il lettore dal quotidiano e dal reale (questo non necessariamente negando o stravolgendo il reale).

Io stesso ho la presunzione di definirmi “scrittore di genere“. Tutto quel che sono riuscito a pubblicare finora sono due horror, un mistery e un giallo/noir e pertanto, sfruttando sempre la sopracitata presunzione, mi sono sentito tirato in ballo.

La spocchia che contraddistingue il nostro ambiente intellettuale nei confronti del fantastique è il chiaro sintomo di un provincialismo sconfinato. Da grande cultura, culla di Umanesimo e Rinascimento, l’Italia si è rannicchiata in salotti snob e autoreferenziali e l’atteggiamento elitario che sembrava contenuto per una brevissima fase della nostra storia recente, sembra essersi rafforzato di pari passo con l’abbassamento del livello di formazione degli strati più ampi di popolazione.

Una combinazione terribile che si sta riverberando in tutti i campi. La cultuva vive in squallide torri placcate di oro di bassa qualità e i risultati si vivono sulla pelle. Non si legge, non s’impara, non si sogna. La fiducia verso il domani è ormai un tabù e una forma mentis perversa che sta letteralmente troncando le gambe alla nostra capacità di progredire.

Ecco che da questo magma, emerge il velato disprezzo verso le forme di narrativa più popolari (sull’aggettivo popolari seguirà un’altra disgressione*). Una detrazione a volte sottile e sempre perfida, condita da malafede e anche una certa ignoranza nei confronti del genere. Come dichiarava Andrea deCarlo in quel brutto scherzo che era Masterpiece, “vogliamo la vita vera, abbiamo scartato apposta tonnellate di fantasy…” dimenticando o ignorando che spesso, la letteratura di genere ha interpretato il reale meglio di tante opere di narrativa generica o di saggistica e ci riesce attraverso il più artistico degli espedienti: l’allegoria.

La visione del lettore appassionato di fantastico come un bambino non cresciuto che rifugge alle proprie responsabilità è intellettualmente sleale e disonesta.

Come suggerisce il sempre ottimo Mana:

“D’altra parte, M. John Harrison ha sottolineato, in seguito, che la fuga ci libera dalla responsabilità.
E senza responsabilità non siamo nulla.
Se la realtà mi intrappola, posso certamente fuggire nell’immaginazione – ma solo a patto che il piano preveda il mio ritorno, ed azioni atte a cambiare la realtà, in modo che non sia più una prigione.”

e soprattutto:

“perché è vero che esistono storie che sono “puro intrattenimento”, come un bicchier d’acqua, che passa e và, senza causare grandi cambiamenti.
Ma cosa c’è di male in un bicchier d’acqua, se si patisce la sete?”

Certi salotti sono così: si sentono i padroni dell’acqua e ci vogliono assetati, con buona pace della fame citata dal compianto e beatificato Steve Jobs.

*(continua…)

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