The Green Inferno, di Eli Roth


Ritorna quel volpone di Roth. Nei confronti di Eli Roth ho un rapporto discontinuo: ne apprezzo la tecnica, la capacità di costruire tensione e aspettative, l’abilità di far salire un hype tremendo attorno ai suoi lavori e detesto quando dopo tutto il fumo che fa salire, a volte ti lascia troppo poco arrosto. Hostel ne è l’esempio più clamoroso.

Ecco quel marpione di Eli con i suoi selvaggi gourmet

Poi sono andato a vedere Green Inferno armato di prudenza e di quel pizzico di speranza che concedo sempre, perchè non sono il tipo da sbattere la porta in faccia a nessuno, nemmeno a chi se lo merita.

Il film si apre con una splendida panoramica aerea dell’Amazzonia peruviana, una distesa di verde multiforme e brillante, un verde esteso, profondo, vasto come un oceano, un polmone minacciato dal cancro del progresso, dagli interessi delle multinazionali, con gli indigeni destinati a sicuro genocidio per mano di spietati mercenari. L’incipit ecologista sembra voler preparare un sotto testo politically correct ma per fortuna Roth è furbo e non così ipocrita. A Roth piace la cattiveria ed è smaliziato il giusto per queste cose. Impiega il primo tempo a descriverci i personaggi contestualizzandoli nella realtà dei campus dove studiano: ragazzi in odor di hipsteria, impegnati e radical-chic. Justine (Lorenza Izzo) è la protagonista, ricca, carina, desiderosa di impegnarsi per un giusta causa che conosce Alejandro (Ariel levi) carismatico leader di un gruppo di contestatori e attivisti. Un po’ per sfida, un po’ per attrazione, la ragazza s’imbarca nella nuova crociata: recarsi in Perù, raggiungere il cantiere destinato a radere al suolo il polmone naturale e incatenarsi ad alberi e ruspe per riprendere in diretta streaming la loro protesta. L’azione riesce, i ragazzi vengono prelevati dalla polizia e rispediti a casa su un aereo che si schianta nel bel mezzo della foresta e da lì inizia l’incubo.

Justine con la giusta dove di raccapriccio sul volto

Plot classico con una situazione attualizzata all’oggi. Gli omaggi ai celebrati maestri del nostro cannibal movie sono dichiarati e ben avvertibili. E’ interessante comunque notare alcune scelte stilistiche e di narrazione cinematografica che riescono a innalzare Green Inferno al di la’ di una semplice pellicola-omaggio. Quasi tutte le scene che illustrano la vita dei protagonisti prima che s’imbarchino della loro missione, avvengono in ristoranti o pizzerie. Le loro conversazioni e i loro confronti sono mediati dall’atto del mangiare. Justine incontra il padre, avvocato dell’ONU durante un pranzo, s’incontra (e scontra) con Alejandro in birreria, passa il tempo con l’amica del cuore tra una pizza e una bevuta. Il nutrimento è un comune denominatore che delinea le dinamiche dei protagonisti.

L’incidente aereo è ripreso dall’interno del velivolo, in un ideale gorgo di paura che segna l’immersione dei personaggi nel cuore di tenebra del loro destino. Urlano, vomitano e alcuni muoiono nell’impatto. Crudo il giusto, con ottima tecnica che mi ha riportato al sempre splendido Alive, sopravvissuti, di Marshall, altro film con sottofondo cannibalico.

Giovani, carini, impegnati e divorati

Il secondo tempo, quello che rappresenterà il clou del film si apre con un’altra bellissima idea visiva: gli indios dai corpi dipinti di un rosso vivido e sanguigno. Spiccano con la loro carnalità contro il verde della jungla indifferente e creano una delle immagini simbolo del film:  Kirby Bliss Blanton, la ragazza vegana, ansiosa e nevrotica, si ritrova circondata e semi-sommersa da una miriade di mani e braccia bramose. Una suggestione che mi ha istintivamente riportato a una situazione/icona degli zombi movie: ovvero l’orda famelica che si avventa sulla vittima vivente (e non è l’unica strizzata d’occhio ai morti viventi che vi ho ravvisato)

Deja vu?

Cannibal Sparrow in versione “vecchia megera”. Fantastica!

La vecchia sacerdotessa che officia la macellazione delle vittime sacrificali ha una rara presenza scenica e quando iniziano i banchetti, bisogna rendere onore alla maestria di Greg Nicotero; sembra così filare tutto bene, molto bene peccato che poi Roth, senza un motivo apparente, tira il freno a mano. Fuori campo deludenti e tutto l’estremo del quale si era orgogliosamente fregiato, si ridimensiona. Mantiene, è vero, un occhio lucido e spietato sulla desolata animalità che sviluppano i civilissimi e impegnati ragazzi progressisti. Li mette su un vetrino intriso di sangue e impietoso, abbatte ogni intimità tra deiezioni e masturbazioni. Le vittime sono trattate (e regredite) alla stregua delle bestie di un allevamento industriale e gli istinti più bassi sono evidenziati da un pragmatismo che ha qualcosa di nazista e riduce il leader del gruppo a freddo e cinico squalo votato alla propria sopravvivenza.

Nessuno esce bene da Green Inferno. Anzi, nessuno ne esce proprio. L’inferno c’è ed è ovunque, è presente con o senza l’uomo con l’aggravante per la razza umana di una malizia che rende la spietatezza maligna anzichè istintiva.

Un buon film di genere, diretto con intelligenza e con quella furbizia tipica di Roth, che ne fa la sua fortuna ma anche  l’unico macroscopico neo secondo l’umile parere di chi scrive queste righe.

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2 thoughts on “The Green Inferno, di Eli Roth

  1. Ottima cosa, quella di sottolineare il fatto che i protagonisti, prima di partire per il Perù, siano sempre ritratti a tavola. E anche dopo, ora che ci penso: mentre pianificano la missione, stanno mangiando.
    C’è anche una pizza che mi ha ricordato da vicino quella mangiata dalle due protagoniste di The House of the Devil

    • Mi è sembrata una scelta emblematica, di come anche il mondo moderno è civilizzato, alla fine si basa su una catena alimentare e quando l’antagonismo si ritrova nella stessa specie, crei un loop anomalo.

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