Turbo Kid, di Simard, Whissel e Whissel: non un semplice omaggio


Turbo Kid è la prova lampante di come un certo immaginario attraversi gli eoni e sia in grado di scolpire la filosofia narrativa di un film.

Gli anni ’80 sono stati fondamentali per il cinema di genere (aggiungiamoci anche il 1979) e tutti i prodotti successivi ne sono un riferimento o una rimasticatura. Aggiungiamoci poi i periodici recuperi-nostalgia, tesi a raccattare fette di pubblico anagraficamente compatibile e che ha originato quello stile dalla strizzatina d’occhio che alla lunga diventa furbetto e irritante.

Ecco, Turbo Kid non è tutto ciò, come fa notare Lucia Patrizi nel suo blog, non è un film che omaggia gli anni ’80 ma un film degli anni ’80

Non è richiamo, non è semplice studio della filmografia di un periodo preciso del fantastique su cellulosa ma qualcosa di più profondo e non banale; Simard, Whissel e Whissel hanno adottato la forma mentis del cinema di quel decenio e l’hanno traslata in questo piccolo gioiello. Turbo Kid è un film impossibile. Una pellicola fantasma girata probabilmente nel 1983 o giù di lì, un oggetto metacinematografico proveniente da un universo parallelo.

E non solo. Credo con buona dose di sicurezza che i registi avessero una costellazione ben precisa guardando alla quale sono riusciti a orientarsi per raggiungere il risultato finale, costellazione le cui stelle principali sono : Peter Jackson, Richard Stanley e il primo Cameron, non a caso, infatti, il film è una coproduzione Canada/Nuova Zelanda.

In questa storia, dove sembra che la guerra contro le macchine raccontata nel primo Terminator si sia conclusa con una risicata vittoria umana, dove i robot dovevano essere in realtà i replicanti di Blade Runner, ambientata nello stesso anno(1997) della Fuga da New York e dove gli uomini arrancano tra wasted lands che richiamano Mad Max, Giochi di Morte e le produzioni post atomiche italiane come quelle di Sergio Martino.

In particolare, l’influenza dell’ Hardware di Stanley mi è sembrata preponderante. Skeletron (E i Masters of Universe?)Il più spietato dei sicari del cattivo di turno ha una maschera di ferro con fattezze di teschio e una sega circolare montata al braccio che mi ricorda troppo il Mark IV del sopracitato e anche il personaggio del cowboy, duro, paterno, campione di braccio di ferro (Over the top?) condensa sia Hard Mo di Hardware che l’indemoniato Robert Burke di Dust Devil.

Il film a un primo impatto è un patchwork, un collage di suggestioni e violenze. La componente splatter è notevole e per alcuni tratti perfino inaspettata. Morti atroci tra smembramenti e fiumi di sangue che spruzzano ovunque in una sarabanda di efferatezze degne di un Bad Taste, corpi spappolati, sminuzzati e maciullati per ottenerne acqua potabile (qualcuno ha ricordato il soylent green) un attore iconico e villain di pregio come Michael Ironside. La mappa metacinematografica di Turbo Kid s’infittisce, straborda dal decennio, abbraccia i ’70’s e i primi ’90’s.

I protagonisti principali, sono adolescenti, Munro Chambers è il ragazzo, solo, coraggioso, combattente. L’ingenuo disincanto dello spirito di oggi unito alla forza di volontà e resistenza di un Karate Kid, orfano di dickensiana memoria con il classico conto in sospeso e una bici BMX per attraversare la disperazione. Legge fumetti, sogna per difendersi e indosserà poi un guanto spara raggi degno del Turbo Glove della Nintendo. Ascolta musica elettronica con un walkman mangiacassette e in una scena a mio parere emblematica, si riscalda bruciando in un falò videocassette VHS, perchè quei tempi sono finiti, passati. Bruciati. E il trio di registi, con una punta nostalgica ma realista ce lo vuole ricordare.

Un plauso speciale infine a Laurence Leboeuf giovane, meravigliosa attrice canadese. Lei è il cuore del film come i cuoricini luminosi in stile Zelda sono gli indicatori della sua energia (vedrete e capirete). E’ la gioia, la speranza, la meraviglia, lo stupore infantile di zolliana* filosofia. Una creatura paradisiaca in un mondo d’inferno, con gli occhioni sgranati dall’entusiasmo vitale verso ogni cosa, anche la più stupida, la più banale, la più tragica. Anche verso la morte. Un’attrice con una gamma espressiva straordinaria, roba che troppe pavoncelle del nostro panorama attoriale si sognano di notte. Lei è il sogno, il sogno elettrico di Philip Dick, il V Elemento di Besson, quella scintilla che permette ancora un barlume di speranza.

E l’unicorno?

Un film da amare, sia per noi, che nel 1980 ci affacciavamo all’adolescenza, costruendo il nostro immaginario, sia per chi, in quegli anni non ci era ancora nato e li guarda come a una nebulosa età dell’oro. In ogni caso, emozione.

*Elèmire Zolla è un filosofo contemporaneo, autore di uno splendido saggio intitolato appunto Lo stupore infantile.

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