Gli ulivi non piangono al plenilunio, di Germano Hell Greco


Sinossi, dalla pagina Amazon del libro:

Vegana, volontaria in Nigeria, ex-prigioniera di Boko Haram.
Maika è in vacanza a Polignano, per sfuggire allo stress e ai brutti ricordi.
Per sfuggire anche a se stessa.
Tutti la odiano, la perseguitano tramite internet, la insultano.
Qualcuno la vuole.
A ogni costo.

Danjuma è giunto in Puglia anni prima, dall’Africa, è stato uno schiavo dell’oro rosso, ora affiliato alla malavita.
Nei campi, sotto il sole, ha visto il diavolo.

Qualcosa di non umano s’aggira nell’uliveto del boss della Corona. Qualcosa che viene dal passato, legato alla terra e alla magia del sangue.
Gli ulivi sembrano piangere.

Confesso di aver letto per la prima volta Germano Hell Greco proprio con questo ebook. Figura di spessore di certa blogosfera, quella che bazzico e frequento, ne conosco il blog, Book & Negative, lo conosco virtualmente attraverso i social, trovandoci intensa simpatia e una notevole comunanza di vedute, specialmente negli ambiti che più ci appassionano perciò il rischio che questa recensione possa apparire mercenaria è alto. Ma noi amiamo il rischio e amiamo la buona letteratura di genere e Gli Ulivi non piangono al plemilunio, rientra a pieno titolo in questa categoria.

Una piccola premessa. Il mio primo sud, ovvero il primo impatto con la parte meridionale dello stivale era avvenuto nell’ormai remoto 1989. Ero un sergentino che dopo una serie di traversie passate di caserma in caserma, finito il corso di specializzazione come capo-carro a Caserta, ero stato trasferito alla Scuola Specializzati Truppe Corazzate, a Lecce, la capitale del Salento. Parliamo di un migliaio di km da casa. Una AR era venuta a prendermi alla stazione e mi aveva scodellato davanti all’ufficiale di picchetto. Non avevo aperto bocca e quindi non poteva aver riconosciuto un accento polentone eppure l’ufficiale mi aveva lanciato un’occhiata, fatto un sorrisino tra l’ironico e il compassionevole e aveva commentato:”Fin da lassù vi mandano!”. La mia teoria è che siano stati gli occhi. Lo sguardo. Perchè chi nasce sotto i cieli limpidi e luminosi che sovrastano il Mediterraneo, chi ha passato la vita illuminato da un sole a volte implacabile a volte carezzevole come dita di donna non vedrà mai le cose come chi è abituato alle nebbie, alle pioggie e all’avvicendarsi di monti e colline.

Gli Ulivi non piangono al plenilunio (Unpap per economia) è una storia dove l’elemento percettivo derivato dal territorio è fondamentale. E’ una storia estrema con personaggi estremi dove l’ambiente non è scenario ma componente intima, che rispecchia ogni singolo protagonista, perchè in Unpap, ogni singolo personaggio è prodotto, legame e conseguenza del territorio.

Polignano diventa così uno dei protagonisti. Luogo degradato e meraviglioso, tipico esempio di quello stridente altalenare che contraddistingue il sud, sempre in bilico fra potenziale eccellenza e disastro imminente.

Questo mondo dove la luce più violenta origina le ombre più cupe è lo scenario perfetto per questo horror di contrasti stridenti. Tanto è lattea, intellettuale, impegnata Maika quanto è nero Dangiò, extra comunitario arruolato da una cosca della Sacra Corona Unita. Tanta è la luce interiore (presunta) che Maika vuole far ardere dentro di sé, abbarbicandosi attorno a essa in un’illusione di superiorità morale, tante sono le tenebre che accompagnano la parabola di Dangiò e della famiglia che serve, legato da un vincolo d’onore e (forse) di magia. Ma questi parallelismi sono soltanto il primo barlume di una vicenda metaforica che si complica e capovolge. I demoni del meriggio non hanno bisogno delle tenebre per agire, anzi. E’ proprio sotto l’immobilità rovente delle ore più calde e luminose che loro agiscono. Tradizione antichissima, citata nel Fedro di Platone e presente nel folklore del mezzogiorno e anche in quello slavo, identificata nel demone Keteb secondo la tradizione ebraica. Un essere soprannaturale di forma umanoide che si muove rotolando come un arbusto attraverso le campagne riarse. Collegamento affascinante anche con alcune leggende piemontesi che vedono le Masche attaccare viandanti ignari con ruote rotolanti e nel canavese con botti di fuoco che illuminano la notte…

Anche il degrado diventa una componente che da piaga del territorio che assume volti molteplici, dal cancro della malavita che erode il tessuto sociale a quello più attuale e mortifero della xylella che attacca e danneggia irreparabilmente il patrimonio rappresentato dagli uliveti. Diviene piaga dell’individuo, corruzione che intacca corpo e anima. A questo punto, la figura dello zombi diventa allegoria irrinunciabile, malattia e fame che divora tutto e tutti.

La sensazione iniziale, di una storia raccontata sulla falsariga stilistica di un film di Rodriguez muta repentinamente, diventando qualcosa di più profondo, serio nel senso piemontese del termine, cioè con la consapevolezza di affrontare le cose con cognizione di causa e il giusto rispetto.

Qui, il link per il raccomandato acquisto.

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