Wes Craven: due righe.


Per parlare degnamente di Wes Craven ci vorrebbe il respiro e la profondità di un saggio. Questo invece è un post, il tempo è poco, lo spazio è poco e le cose da dire infinite. L’universo di Wes invece era sconfinato, dotato di tempo dilatato e dimensioni plastiche e oniriche attraverso le quali, lui, il professore di filosofia alla John Hopkins, nativo dell’Ohio, perdutamente innamorato del cinema, aveva intrapreso un lungo viaggio teso all’esplorazione della paura.

Esordisce come tutto fare rinunciando al suo impiego di insegnante, perchè le passioni non conoscono ragione. E impara. Montaggio, spot pubblicitari, film porno, dove conosce  Sean S. Cunningham e con lui produce perfino uno, Together.

Esordisce con L’Ultima casa a sinistra, lavoro acerbo ma ambizioso, la versione exploitation de La fontana delle vergini di Bergman. Critica controversa ma lentamente il titolo assurge allo status di cult. In realtà, al netto di tutto, già da questo suo primo lavoro è possibile vedere la sua cifra filosofica. Il quotidiano, la normalità e tutto l’orrore che vi si cela dietro; la doppia natura di ogni cosa nel creato e Craven, come attraverso un occhio magico, ce la mostra in tutta la sua spiazzante evidenza.

Come dice un altro filosofo contemporaneo, Marc Augé:

“le paure attuali si rivelano spesso artificiose, fomentate da media ansiogeni, o si riaffacciano, sublimate, là dove non ci aspetteremmo di trovarle, oppure lasciano affiorare sgomenti antichi.”

Ritornerà cinque anni dopo con Le colline hanno gli occhi poi  Nightmare e il successo improvviso, iconico e a tratti devastante.

Non è mia intenzione fare un’elegia del regista scomparso, c’è chi l’ha fatta con superiore cognizione di causa e capacità, Lucia per esempio. Il mio interesse è commemorarlo con l’onestà dell’appassionato e l’affetto dell’horrormaniaco che vivono in me perchè bisogna essere onesti, soprattutto davanti a un decesso e dire che sì, Craven è stato importante ed ha contribuito alla nascita di icone entrate di diritto nela storia dell’horror ma non era il regista che ho amato di più.

E’ la sua coerenza tematica a farmelo apprezzare, la sua costanza nel dare un’impronta estremamente personale e profonda a ogni suo film, anche quelli dimenticabili, che purtroppo non sono pochi e al suo messaggio. Craven non voleva far fare salti sulla sedia col pop corn in mano. Certo è quel che gli avevano chiesto dopo il boom di Nightmare e infatti gradatamente la serie gli è stata sottratta di mano, diventando altra cosa, una baracconata che pian piano si è depotenziata e tutto il significato psicanalitico dell’uomo nero che popola i nostri sogni, andato a farsi benedire. Freddie era diventato solo una maschera buona per Halloween.

Craven voleva scoperchiare la paura presente in ogni aspetto del quotidiano, farci sentire con le dita quella linea incandescente tra normalità e follia che sembra attraversare i contorni di ogni cosa che ci circonda.

Ci fa capire quanto vale con Il serpente e l’Arcobaleno e riprova a creare un mostro da gestire da solo, complice l’amara esperienza di  Nightmare, con Sotto Shock. Lavoro interessante ma probabilmente non compreso appieno e minato da difetti strutturali (la sceneggiatura in primis) che non giovano nonostante il solido marchio del mestierante.

Risale in un’impennata d’orgoglio con lo splendido La casa nera forse il suo film più politico e poi il successo di Scream e l’ultima parola su Freddie con Nightmare il nuovo incubo.

La carriera di Craven, ignobilmente condensata in queste poche righe si dimostra come un viaggio sulle montagne russe, con salite vertiginose e picchiate agghiaccianti ma al netto di tutto, rimane l’amore per il cinema e per il cinema di genere, un amore che va oltre le delusioni e le sconfitte e che ce lo rendono indimenticabile.

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