Mad Max Fury Road, di George Miller (parte prima)


Anche a mente fredda non mi è facile parlare di questo film. Film travagliato, atteso, con una genesi problematica e ora sottoposto a scrosci di pareri contrastanti.

Difficile parlarne con ordine perchè dopo tanti, troppi anni di delusioni, di produzioni gonfiate a suon milioni con risultati sterili come i muscoli al testosterone di un culturista allo stadio estremo, ci si ritrova davanti a un vero Film. Un’espressione quasi epistemiologica del concetto di Cinema.

E oltre a ciò, a un omaggio, un compendio citazionista dell’universo fantastico che straborda di rimandi, suggerimenti e ammiccamenti in ogni singolo fotogramma. A suo modo e nel suo genere, un’opera TOTALE.

Iniziamo con la trama, presa direttamente dal sito ufficiale della Warner dedicato al film:

Ossessionato dal suo turbolento passato, Mad Max crede che il modo migliore per sopravvivere sia muoversi da solo, ma si ritrova coinvolto con un gruppo in fuga attraverso la Terre Desolata su un blindato da combattimento, guidato dall’imperatrice Furiosa. Il gruppo è sfuggito alla tirannide di Immortan Joe, cui è stato sottratto qualcosa di insostituibile. Furibondo, l’uomo ha sguinzagliato tutti i suoi uomini sulle tracce dei ribelli e così ha inizio una guerra spietata

Scarna, vero? Ho scoperto che alcuni sono rimasti delusi dalla trama ma lo ritengo un falso problema. Anche Moby Dick di Melville, se ridotto a trama dice ben poco eppure è un romanzo universale.

La storia in questo caso è un pretesto, un filo logico, un’intelaiatura minima attorno alla quale costruire l’opera d’arte. Si, opera d’arte. Mad Max Fury Road è la summa della produzione artistica di George Miller. Un quadro dinamico d’ispirazione futurista dove l’elemento della velocità, la cinematicità delle immagini è la dimensione base nella quale si muovono mezzi e protagonisti. Le esplosioni, gli incidenti, i veicoli travolti, distrutti, sfasciati e accartocciati sono quadri che richiamano l’espressionismo astratto di Rothko.

Il movimento è l’afflato vitale del film; se permettete è anche l’anima stessa del cinema: raccontare, evocare, veicolare messaggi attraverso immagini in movimento. In fondo il cinema è nato fantastico ed è nato in movimento, dalla locomotiva che andava in contro agli spettatori al viaggio dell’uomo sulla luna. E’ storia. Origini. E Miller se riappropria con un occhio autoriale unico e coerente. Occhio autoriale certo, perchè l’immagine del mondo devastato, trasformato in un deserto arido e radioattivo, anche se non è una novità nella letteratura fantascientifica, al cinema l’ha portato lui.

L’uso della velocità come strumento espressivo tout court Miller l’aveva già usato nel primo film della saga, Interceptoranno 1979, realizzando un film inedito e originale che avrebbe inaugurato un intero filone del genere. In Mad Max Fury Road, Miller riprende gli stessi stilemi e li amplifica, portandoli se possibile ancora più all’eccesso, ancora più spinti in una dimensione isterica nella quale corrono e agiscono uomini impazziti. Non esiste staticità. Non c’è respiro, non c’è tregua nemmeno nei pochi momenti in cui i personaggi non sono slanciati in quella fuga sfrenata che contraddistingue il film. Gioca con la velocità, Miller. Accelera i fotogrammi per sottolineare la concitazione, sembra perfino citare Larry Semon (Ridolini) con l’inseguimento di Max da parte di una torma di figli della guerra, i figli impuri di questo mondo devastato; bianchicci, malati e destinati a morte precoce come i replicanti di Blade Runner. Autentica carne da cannone (o da ruote) al servizio del tiranno di turno, Immortan. Signore e padrone dell’acqua, monarca assoluto e allucinato, dal corpo devastato dalle radiazioni, i capelli bianchi e scarmigliati come quelli di una strega e una maschera terrificante a celare le fattezze di un villain già visto nel primo film della saga, l’attore Hugh Keays-Byrne. Sembra la versione post atomica del barone Vladimir Harkonnen.

Se nei primi tre film della serie, in particolare primo e secondo, l’accento era posto sul sentimento della vendetta e sulla scarsità del petrolio, in questo quarto capitolo l’acqua diventa la più preziosa merce di scambio, in una visione ecologica piuttosto avanzata, perchè se è vero che Mad Max Fury Road è uno sbalorditivo film action, che delimita lo stato dell’arte cinematografica per quel che concerne le scene in movimento, i sottotesti, suggeriti, sussurrati, pennellati qua e la con didascalia scevra da pedanterie ci sono e sono forti.

Miller ci mostra l’oggi. Mostra lo scontro disperato tra due modelli antitetici di sviluppo della civiltà umana, la vecchia società consumistica e i sostenitori (le sostenitrici) di Gaia.

E’ un’immensa guerra generazione quella che si consuma tra le strade arroventate dalla sabbia di un mondo distrutto, devastato, brutalizzato da un modello vorace e ferino dove il possesso e il controllo sono i due pilastri di base: possesso dell’acqua, controllo della vita. Ovviamente il nostro australiano preferito non si mette davanti a una lavagna come un certo presidente di nostra conoscenza. Lui è un regista e ce lo racconta e mostra con le immagini in movimento. Ecco perchè paradossalmente, in un film così concitato, adrenalinico ed esaltante, per comprenderne le sfumature bisogna concentrarsi sui dettagli, sulle singole figure. Sulle singole sequenze e frasi. Immortan è la personificazione dell’ultra liberismo. E’ il rappresentante di coloro che hanno creato il mondo che sta vivendo e continua ad applicare pervicacemente lo stesso modello anche sulle macerie. E’ capitalismo puro e selvaggio, perfettamente a proprio agio sia prima, tra i grattacieli della City o di Wall Street, sia dopo, in un regime di neo barbarie tribali. Sfrutta Immortan, pompa acqua a comando, pompa latte materno da prosperose balie bagnate, pompa sangue da Max, catturato perchè donatore universale e condannato a diventare sacca di sangue per rimpolpare i fisici minati dei suoi figli della guerra. Costruisce miti come il marketing crea bisogni e agli occhi dei suoi figli degeneri assurge alla dimensione di una figura semi divina, oggetto di fanatismo. La sequenza dove il figlio della guerra Nux, (un irriconoscibile e bravissimo Nicholas Hoult) mentre si lancia all’inseguimento della blindo cisterna sfuggita, è convinto di essere stato guardato negli occhi da Immortan, provocandogli un delirio d’esaltazione è perfetta nella sua stringatezza. I figli della guerra si prestano a molteplici interpretazioni. fanatici, abbagliati dal miraggio del loro ingresso in un Wallahalla dei guerrieri se muoiono in battaglia. In pochi cenni, Miller costruisce un culto con trovate spiazzanti, degne del Pasto Nudo di Burroghs, prima fra tutte la vernice argentata che si spruzzano sulla bocca prima dell’estremo sacrificio.

“Entrerai nel Wallahalla splendido e cromato” dice Immortan a uno dei suoi soldati. Una frase che riassume la religione costruita sui miti nuclearizzati di un mondo che non c’è più se non nel sogno del ritorno a un paradiso dove la forma divina si trasfigura in quella di una rombante fuoriserie.*

Non ho potuto non pensare a Ballard a questo punto. Ballard usava in Crash l’icona dell’automobile come feticcio sessuale in una società dove la disumanizzazione dell’individuo diventava cifra estetica. Miller amplia il concetto e lo diluisce in ogni aspetto della società umana post apocalittica. La commistione, la simbiosi tra questi uomini e i loro mezzi, Miller la mostra nella sequenza paradossale dove in una fase dell’inseguimento ad alta velocità, sia Nux sulla blindo cisterna sia uno dei suoi fratelli inseguitori, bevono e sputano benzina nelle prese dei carburatori, come per insufflare nuova vita e nuova energia nei motori. C’è anche Cronenberg in questo.

Visivamente è splendido e sontuoso. Il deserto della Namibia è La Location perfetta, il deserto più bello del mondo, appena appena ritoccato e saturato con colori meravigliosi. E’ il Dune, l’Arrakis che avrei voluto vedere e comunque come già detto, i rimandi all’opera di Herbert e al film di Lynch ci sono, sopratutto nell’occhio antropologico che il regista australiano punta sui personaggi; da Immortan a Bullet Farmer a  Organic mechanic ci mostra una galleria di soggetti plasmati e deformati dall’apocalisse, un’umanità di psicopatici che hanno una landa desolata tutta per loro. Non a caso sia Immortan che Max portano maschere che ricordano la museruola di Hannibal Lecter e uno degli uomini di Immortan combatte con la motosega in perfetto stile Leatherface e come non dimenticvare il Doof Warrior, chitarrista che scandisce i combattimenti con reef isterici ed esaltanti,che mi ha ricordato il vecchio gruppo dei Rockets Ricordano qualcuno?

vera icona del film, simbolo visionario, delirante e assurdo eppure così perfettamente inserito nel cifrario estetico costruito da Miller.

Ogni singolo fotogramma sembra uscito da una copertina di Metal Hurlant. C’è tanto Moebius, c’è Jimenez, c’è Corben. Nella cittadella di Immortan ci sono meccanismi che assomigliano a degli scorci di Metropolis di Lang e lungo le panoramiche del posto verde, ci si aspetta di veder svolazzare Arzach sul suo destriero.

Per ora mi fermo qui e rimando i lettori alla seconda parte dove analizzeremo i personaggi di Max, Furiosa e la falsa questione femminista.

*Qualcosa di Lansdale e il suo Deserto delle Cadillac…

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3 thoughts on “Mad Max Fury Road, di George Miller (parte prima)

  1. Pingback: ll Film del Secolo | ilgiornodeglizombi

  2. D’accordissimo. Volevo solo aggiungere che, secondo me, il guerriero/chitarrista più che i Rockets fa pensare agli Slipknot (idea rafforzata dal poderoso apparato percussionistico dietro al suo veicolo).

    • Ci stanno bene anche gli Slipknot. Anzi, il figlio della guerra armato di motosega porta una maschera che li ricorda tantissimo ma la mia prima impressione visiva, dal cranio rasato alla tutina aderente va alla band francese. Ricordo tra l’altro una copertina di un loro 45 con paesaggio alieno desertico che si riaggancia in uno strano loop.

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