Il posto delle Onde, di Lucia Patrizi (parte prima)


Sinossi, dalla pagina Amazon del romanzo:

Il Posto delle Onde è una linea di confine tra terra e mare.
Una casa sulla scogliera, un frammento disperso nel buio dell’apocalisse.
È un rifugio.
Una bolla di vetro piena d’acqua salata.
Il Posto delle Onde è uno schermo protettivo contro i mostri dell’Oceano e del Deserto.
Lì vivono due donne.
E questa è la loro storia.
“C’è qualcosa nell’acqua”: la leggenda vuole che tutto sia iniziato così.

Non è un’operazione così immediata, parlare de Il posto delle onde, di Lucia Patrizi. Un romanzo denso, profondo come gli abissi che costantemente contraddistinguono la storia, la narrazione e la filosofia di fondo di tutta l’opera. Come tutti i libri complessi e ambiziosi, possiede molteplici chiavi di lettura ed estrapolarle una a una con chiarezza e linearità diventa un’operazione delicata come un intervento a cuore aperto.

Ci sono mostri. Ci sono sempre mostri nei libri di Lucia. Creature titaniche, aliene, figure avulse dalla nostra apparente normalità che irrompono e (di)rompono il quotidiano permettendo scorci dell’ altrove, quell’altrove di lovecraftiana memoria che ha segnato un punto di svolta nella narrativa fantastica moderna. C’è l’Apocalisse, espediente rinato in tempi recenti, forse simbolo del timore inconscio che tutte le epoche di trasformazione come quella che stiamo vivendo, hanno sempre portato. Dai terrori di fine millennio (mille e non più mille) alle insicurezze sociali che puntualmente si ripresentano in concomitanza con crisi economiche, crisi politiche e vecchi e nuovi spauracchi che si ripropongono con cadenza periodica.

L’apocalisse, la trasformazione traumatica è un topos dalle valenze complesse e Lucia Patrizi sembra saperlo molto bene dato che il termine non è usato assolutamente a casaccio.

Apocalisse deriva dal greco ἀποκάλυψις (apokalypsis), composto di apó (“da”, usato come prefissoide anche in apostrofo, apogeo, apostasia) e kalýptein (“nascosto”, come in Calipso), dunque significa un gettar via ciò che copre, un togliere il velo, letteralmente scoperta o rivelazione. (fonte: Wikipedia)

Sull’importanza dell’epistemiologia del termine, ci ritorneremo con calma.

Il posto delle onde è in questo e altri sensi, un romanzo intimo. Talmente intimo, personale e inaspettatamente introspettivo in più sottotesti, che man mano che si prosegue nella lettura si arriva al punto di provare un sottile ma neanche tanto scoperto sentimento di vergogna; come quando colti da un impertinente demonietto voyeur ci si imbambola a spiare la vita domestica altrui attraverso una finestra illuminata nella notte.

Lucia Patrizi si mette sorprendentemente a nudo ed ecco che le sue dichiarazioni riguardanti i numi tutelari di questa sua opera, H.P.Lovecraft e Virginia Woolf trovano coerenza e corrispondenza. Se H.P.L. scavava nelle nostre inquietudini mostrandoci scorci da incubo di un macro kosmos, ovvero del sospetto di un reale la cui percezione ordinaria non è nemmeno un pallido riflesso di una totalità insostenibile; Virginia Woolf scavava nelle pieghe del femminile, facendone simbolo di un inner space, uno spazio interiore che spingeva per esprimersi in un’epoca dove la condizione delle donne era un’unica, disperata prigione, con sbarre costituite da convenzioni, morale e repressione.

La complessità psicanalitica de Il Posto delle onde, nasce proprio da quei due universi narrativi che si fanno veicolo per la scrittura dell’autrice. Da questa prospettiva, la storia d’amore fra le due protagoniste è il fulcro del romanzo. Alice e River sono due donne le cui esistenze s’intrecciano e legano per merito dell’Apocalisse. Due anime saldate tra loro che senza “gettar via ciò che copre” non avrebbero potuto completarsi. Il racconto si alterna attraverso gli occhi di entrambe, assumendo un ritmo ondivago che richiama in ogni capitolo le dinamiche marine: sacca e risacca, immersione ed emersione e il mare, la dimensione acquatica è l’altro grande medium attraverso il quale si muove il libro. Alice è un essere umano il quale solo casualmente sembra esser nato sulla terra ferma. La sua relazione con l’abisso possiede un’empatia profonda e viscerale e ogni volta che s’immerge non si tratta di una mera impresa sportiva ma assume i connotati di una comunione spirituale che mira al ricongiungimento e man mano che la storia e le protagoniste si sviluppano diventerà autentica trasformazione.

Il contrasto costante tra il nostro piano di realtà e un universo multidimensionale che finisce con l’irrompere, squarciare e impastarsi, si riflette sia nei momenti di pura catastrofe che nelle relazioni interpersonali, ristabilendo quell’oscillazione perenne tra estroversione e introversione. Il rifugio di Alice e River è una casa sulla scogliera: da una parte si apre sul mare, dall’altra l’esatto opposto, un deserto e se Alice riesce a trovare pace, serenità e compiutezza soltanto quando può ascoltare il richiamo dell’acqua; River ha un obbligo misterioso nei confronti dell’altro mare, quello di arida sabbia che  esige un obolo terribile. L’Amore tra Alice e River sembra illustrare, anche, quel conflitto irrinunciabile che la natura impone per continuare a esistere; questa tensione costante e inevitabile anima l’esistenza di tutti.

Lucia, ce lo racconta così, con passione e visceralità, con il sangue e l’acqua salata, con Amore, meraviglia e terrore.

Come diceva proprio Virginia Woolf:

(continua nella Seconda parte, prossimamente)

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