Vino rosso sangue, il mio primo neir


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E’ ufficiale, il quinto romanzo della mia produzione, il terzo pubblicato con la fratelli Frilli editori, il primo che non contiene elementi soprannaturali e che vede l’esordio di un nuovo personaggio, l’investigatore privato Giorgio Martinengo.
Avevo già accennato in questo post i motivi che hanno portato alla nascita di Giorgio Martinengo ma qualche ulteriore approfondimento per celebrare la nuova pubblicazione lo ritengo doveroso.
Stefano Drago, l’ombroso e flemmatico agente speciale del DIP è stato trasferito. Le sue storie, commistionate di folklore piemontese, horror e indagine di stampo poliziesco, si sono rivelate troppo weird, troppo distanti dal target medio: il lettore di gialli e noir all’italiana. L’editore, che comunque aveva creduto in Drago per due libri di seguito, ha dovuto tenere conto della sua clientela e dopo uno scambio di vedute, si è serenamente deciso di destinare Drago presso un’editrice meno legata a un’utenza di stampo tradizionale e di mantenere il sodalizio grazie alla figura di Giorgio Martinengo.
Monsü Martinengo, in comune con Drago ha le origini, piemontesi; la fascia d’età, è un quarantenne giovanile e single; un’istruzione universitaria e una brama di conoscenza che rode entrambi. Caratterialmente però, Martinengo è molto più libero e libertino. Non disdegna le avventure galanti, coltiva con raffinata goliardia uno spirito bohemienne che lo rende sensibilmente più indulgente verso se stesso rispetto al collega del DIP. Per alcuni versi è più paraculo. Proviene da una famiglia benestante che produce vini pregiati da tre generazioni. Attività che Giorgio avrebbe proseguito anche con una certa passione se non fosse stato per un brusco scontro  col padre. Il risultato era stato l’abbandono dell’attività di famiglia da parte del nostro e un conseguente vagabondaggio da un lavoro all’altro, un accumulo bulimico di esperienze e studi. L’inizio dell’università nella facoltà di chimica a Torino, improvvisamente interrotta per iscriversi a lettere e filosofia. Una serie di trasferte all’estero, una parentesi nella Polizia di Stato, in forza alla seconda Divisione dello SCO salvo poi abbandonare la divisa e lavorare come investigatore privato per un’agenzia di Torino. Infine, la scelta dell’autonomia e l’apertura della Martinengo Indagini.
Si muove principalmente tra le provincie di Asti e Cuneo, tra le terre recentemente finite sotto l’egida dell’UNESCO. Abita in una cascina, sulla cima del bricco Cornajàss, presso Castagnole delle Lanze e la sua prima indagine si snoda nel complesso mondo dei vini. Un campo appropriato sia alla sua indole che al territorio.
Questa, la scheda ufficiale del romanzo:

Giorgio Martinengo è un investigatore privato. Vive in collina, vicino a Castagnole delle
Lanze, tra Langhe e Monferrato. Una sera incontra, per lavoro, Elena Rondissone la
figlia di Giuseppe Rondissone, titolare di una facoltosa azienda vinicola. L’uomo è
scomparso senza lasciare tracce apparenti da diverso tempo e quasi
contemporaneamente alla sua sparizione, dall’esposizione del Consorzio del quale la
sua azienda faceva parte, è stata trafugata una pregevole bottiglia di Barbera
superiore. La donna incarica Martinengo di ritrovare la preziosa bottiglia. Il caso
assume presto toni drammatici quando, durante un sopralluogo presso il Consorzio, un
tecnico che sta rilevando le impronte digitali, urta un’altra bottiglia dell’esposizione,
rompendola. Da quel momento, inizia la prima, complessa, indagine di Giorgio
Martinengo, investigatore dalla cultura sterminata, un formidabile bagaglio di
esperienze in tutti i campi e un amore spirituale verso i vini della sua terra. Tra le
nuove frontiere del vino, la globalizzazione, rischi di sofisticazioni e intrecci
internazionali, l’investigatore, dovrà misurarsi con un assassino che usa i vini
piemontesi come simboli di una sua oscura vendetta.

La storia è un giallo con elementi noir, anzi, neir*. Questa volta, è bene ribadirlo, non ci sono fenomeni inspiegabili, mostri o entità soprannaturali. C’è l’uomo, la sua brama, la sua follia e l’essenza del neir piemontese, con in più, un elemento macabro che scorre per tutta la vicenda e al quale non ho potuto, no, non ho potuto proprio fare a meno.
Romanzo meno citazionista di altri ma che tenta di affondare le sue radici in quella scuola europea che ci ha donato il Maigret di Simenon, le formidabili evocazioni di Scerbanenco e la secchezza di racconto tipica di Fenoglio.
Che aggiungere se non buona lettura a tutti coloro che vorranno dare una chance a Giorgio e allo scribacchino che gli ha dato vita?

*neir significa semplicemente “nero” in piemontese.

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4 thoughts on “Vino rosso sangue, il mio primo neir

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