True Detective, quando la televisione supera il cinema


Questo post, nasce spontaneamente dopo la visione del primo episodio del serial HBO True Detective. E’ dimostrato da tempo ormai che il formato televisivo, ha subito un’evoluzione qualitativa molto alta, evoluzione della quale Stati Uniti d’America e Gran Bretagna in primis, sono esponenti privilegiati. Non mi sento nemmeno più di parlare genericamente di telefilm; telefilm, nel nostro arretrato, provinciale e superficiale paese è un termine che rimanda ad altre cose, altre storie. Si tratta di un  trend fortunato, inaugurato forse con l’esordio di David Lynch con Twin Peaks  e proseguito negli anni, con alterne fortune ma accomunato da almeno due, interessanti minimi comuni denominatori: la volontà di creare sceneggiature complesse e articolate, complice la possibilità di dilatare i tempi attraverso la forma episodica e l’utilizzo dei generi, come medium attraverso il quale lasciar andare la fantasia catturare l’attenzione e il coinvolgimento del pubblico. Tali caratteristiche si sono gradatamente consolidate nell’avanzare del tempo, X-Files ne è un esempio a suo modo ibrido. La serie è nata con una struttura narrativa tradizionale (episodi autoconclusivi o massimo spezzati in due, stesso cast) e si è sviluppata nelle stagioni successive creando un quadro più vasto e omogeneo. A parte casi impazziti (vedi LOST) con la giusta miscela di Cast, sceneggiatura e moderazione nel controllo del prodotto, ci si può approssimare all’eccellenza.

True Detective sembra essere un caso simile. Cast di altissimo livello, Woody Harrelson nella parte del posato detective Martin Hart e Matthew McConaughey in quella del collega Rustin “Rust” Cole ripropongono solo in apparenza la classica coppia di poliziotti agli opposti. Le profonde differenze caratteriali sono una cartina al tornasole che permette di sviluppare al meglio le psicologie dei due protagonisti.

Entrambi sono assegnati a un caso di omicidio dalle misteriose valenze magiche e sacrificali. Hart è un padre di famiglia, premuroso,(forse non a caso il suo cognome richiama heart, cuore) uomo “medio” che si autodefinisce normale e fatica a entrare in sintonia col nuovo collega, Rust Cole, un uomo solitario, problematico, intelligente ma ossessionato da una visione cosmica e pessimistica dell’uomo e dell’universo che vive(Rust significa anche ruggine). L’indagine si snoderà, complessa e difficile; toccherà il cuore nero e pulsante di un’America del sud magica, rurale ed estraniante. A un certo punto, entrerà in gioco anche Il Re in giallo di Chambers* e tutta la vicenda virerà nel mystery più fosco.

Il semplice riassunto della trama non è ottimale per evocare i pregi di True Detective. L’alchimia creata da una regia ferma, una narrazione suggestiva e l’interpretazione straordinariamente posata e professionale di Harrelson e McConaughey, ci donano una storia potente, ipnotica, nella quale ci si ritrova invischiati già a partire dai primi cinque minuti del pilot. Inevitabili richiami  lynchiani ma con una simbologia e una linearità di trama più marcati rispetto alla frammentarietà del padre di Twin Peaks.

Il serial non è ancora giunto sui nostri schermi ma si trova abbastanza agevolmente in streaming e attraverso i soliti canali, in lingua originale e sottotitolato. Vale la pena.

Curiosa la deriva adulta dei serial, prodotti che, proprio per via della loro diffusione attraverso la televisione, parrebbero quelli più ancorati a lacci e vincoli, per via della più ampia fruibilità da parte delle famiglie e si ritrovano poi a donarci quanto di più inquietante e azzardato, noi cultori delle storie di genere, una volta si sperava di trovare al cinema.

* Se volete sapere qualcosa di più sull’opera di Chambers, consiglio caldamente una visita al blog di Davide Mana, qui, ne parla con maestria e coinvolgimento.

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