Blood Feast 2, di Herschell Gordon Lewis


Parlare di Herschell Gordon Lewis per un appassionato di horror come il sottoscritto è come parlare di Handy Warhol con un appassionatyo di arte: si può riconoscerne i meriti ma anche gli aspetti controversi.

Il regista e produttore di Pittsburg è senz’altro il padre fondatore del gore e dello splatter e da un punto di vista squisitamente dogmatico, con Blood Feast, del 1963, inaugura ufficialmente il genere. Dirige film grottescamente violenti e sanguinosissimi, tra i quali non si può non citare Two Thousand Maniacs e The Wizard of Gore,fino al 1972 dopo di che interrompe l’attività di regista proseguendo quella di pubblicitario, fondando anche una società di marketing.

Nel 2002 decide di ritornare dietro alla macchina da presa assieme all’ex socio degli anni d’oro, David E. Friedmann e dirige Blood Feast 2

La trama è scarna e lineare, una traccia lungo la quale disporre una carosello di sangue e frattaglie:

Negli anni sessanta Fuad Ramses uccise molte ragazze per sacrificarle a Ishtar, una dea egizia. Ora Fuad Ramses III, suo nipote, riapre il ristorante del nonno per condurre una vita tranquilla. Nel ristorante del nonno, però, è rimasta la statua di Isthar, la quale si impadronirà di Fuad Rames III e continuerà l’opera di sacrificio iniziata dal nonno anni prima.*

Il film è stato realizzato sfruttando gli elementi caratterizzanti del cinema di Lewis: budget risicato, attori sconosciuti, una notevole percentuale di ragazze molto belle, formose e sfacciatamente sexy,destinate alle sorti più istericamente raccapriccianti. Sebbene aggiornato al XXI secolo, BF2, fa respirare quell’aria scanzonata, provocatoria e pionieristica che soltanto chi ha fatto cinema di genere a cavallo tra gli anni ’60 e ’70 del secolo scorso, può conoscere. E’ grezzo, BF2, un film sporco e artigianale come gli effetti speciali che lo costellano, schizzando qua e la. Dissacrante, provocatorio, volgare. Si assiste per tutti gli eccessivi 92 min. della pellicola al graduale impazzimento di Fuad Ramses III, nipote del protagonista del primo Blood Feast, con omicidi che definire efferati è un blando eufemismo, passando da ragazze torturate con un tritacarne, teste spellate, corpi squarciati, sventrati, scoperchiati in un crescendo pornografico di dettagli anatomici degni di un macello professionale. Sangue e fluidi corporei grondano e schizzano e imbrattano con una gioiosità imbarazzante, senza mai perdere di vista il segno cardinale dell’ironia e del grottesco; come quando Fuad si vendica di una cliente particolarmente nevrotica  ed esigente, eiaculando sui dolci da lei ordinati. Non è affatto un caso che, nella parte di un prete dalle tendenze ironicamente pedofile, compaia in un cameo irresistibile, John Waters, maestro del cinema trash statunitense. I due poliziotti che indagano sulla catena di vomitevoli omicidi sia chiamano Myers e Looomis, in un palese omaggio a Carpenter e l’efficacie colonna sonora psychobillies, completa un film che rimane più ricco di rimandi e sugggerimenti interessanti rispetto alla storia vera e propria.

Oltre al Gore più sfacciato, marchio di fabbrica di Herschell Gordon Lewis e al trash di Waters, si respirano anche gli echi dei fratelli Coen, nei volti caricaturali delle diverse comparse; un’atmosfera diffusamente malata ed estraniante, che mi ha ricordato Lynch e ovviamente il gusto per l’iperbole dell’immancabile Sam Raimi ma il tutto, soffuso da una leggerezza spensierata e sardonica che potrebbe richiamare certi scritti di Charles Bukowsky.

Non un film per tutti i palati ma se amate l’horror senza pudore, rimane a mio avviso  un must, spassoso, divertente e senza freni.

Trailer.

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