Immancabile special per Halloween: Le Masche e l’inquietante folklore piemontese


Le Masche. Sorta di streghe del folklore piemontese, sono figure ancora vive nella tradizione locale, in particolar modo nei territori compresi tra astigiano, cuneese e parte del torinese. Il mistero parte già dal nome. Esistono diverse tesi riguardo l’origine etimologica della parola “masca“. Tre le correnti di pensiero principali

  • La prima vuole che il termine tragga origine da un vocabolo di estrazione ligure-celta, dal vago significato di “anima di morto”. La difficoltà di confutare tale tesi sorge dal fatto che i liguri-celti  non avevano scrittura e solo in tempi successivi, erano pervenuti documenti redatti in alfabeto greco, grazie ai rapporti commerciali che i liguri della costa avevano con i commercianti ellenici.
  • La seconda e più accreditata tesi, vuole che “masca” derivi dal verbo longobardo “maskar“, utilizzato da quei germanici antenati per definire e indicare figure soprannaturali infide.
  • La terza, trova tangenze significative nel vocabolo provenzale “mascar” o “mas-ciar“, nel senso di biascicare o borbottare incantesimi o malefici. Si è anche accomunato il vocabolo alla parola saracena “masaka“, sempre riferito a valenze soprannaturali e negative ma il termine era già in uso ben prima delle penetrazioni saracene.

Nell’iconografia regionale, la Masca è una figura controversa, spesso raffigurata come una vecchia e ributtante megera che può anche apparire come una giovane e attraente ragazza dai modi selvatici. L’aneddotica è vastissima, spesso si ripete da una località all’altra anche nell’arco di decine e decine di km ma con piccole varianti. Le masche sono mutaforma,possono assumere le sembianze dei  più svariati animali: lepri, conigli, civette, cuculi, capre, gli immancabili gatti,pipistrelli, biscie o maiali ma anche di vegetali: alberi, radici, vitigni a testimonianza di un legame intimo e viscerale con la natura del luogo. Una caratteristica dirimente della masca, che la contraddistingue nettamente dalla strega di  cattolica e medievale estrazione, è la differente percezione che la comunità ha, nei suoi confronti. Mentre la strega tradizionale è una figura totalmente negativa, serva del demonio e nemica del bene; la masca è un elemento perfettamente inserito nel suo contesto sociale. Assolve al ruolo che nelle società primitive, era attribuito al capro espiatorio,  ovvero  quello di un catalizzatore delle negatività dell’intero nucleo. La masca era colei che veniva responsabilizzata di malanni e disgrazie, era la spiegazione e il motivo. Era la rassicurazione; insieme cura e malattia. Contemporaneamente era colei che con la fisica (l’incantesimo o maleficio) ti poteva provocare il  mal di schiena o la perdita di un raccolto ma anche la custode di conoscienze perdute;  quella che sapeva che erbe utilizzare per curare un malanno.

La masca in un’illustrazione di Dorè

Questa doppia natura, a detta di diversi studiosi, sarebbe il segno rivelatore della sua natura più ancestrale. Una figura ereditata dalle sovrapposizioni celtiche che hanno interessato il nord Italia verso IV-III secolo dopo Cristo. Corrispettivo femminile dei druidi, probabilmente dedite a una forma di sciamanesimo. Le masche, appaiono così come le ultime vestigia di un paganesimo che la storica regione ai Piè dei monti ha mantenuto, nonostante la cristianizzazione,  a tratti forzata, che ha subito. A questo proposito, è interessante notare come, sopratutto nell’astigiano, esista anche la figura del mascun, la masca al maschile, che spesso, nei racconti, si svela dietro la figura del parroco del paese.

I loro strumenti del potere rientrano nel pieno della tradizione stregonesca, in una commistione tra religione e paganesimo: la scopa (scoä) , il mestolo (casül), il gomitolo (müscel o gomitül) e naturalmente il Libro del comando (Libèr dël comànd) il testo magico sul quale sono riportate le formule per le  magie.  Il passaggio di tali oggetti da una masca morente a un soggetto qualsiasi che sia presente al trapasso, comporta la conseguente assunzione dei poteri.

Gli espedienti per difendersi dalle masche sono innumerevoli e ci si potrebbe scrivere un volume esclusivamente dedicato. Oltre alla vasta iconografia sacra: santini, crocefissi, acqua benedetta, entrano in gioco elementi dal gusto decisamente meno religioso come i sacchetti di sale fino (verso i quali le masche nutrirebbero un morboso interesse, fermandosi, ipnotizzate a contarne i minuti granelli). Affascinante, nel canavese l’usanza di posizionare un ceppo bruciato fuori casa, che avrebbe la proprietà di far allontanare i temporali evocati dalle nostre.

In altre zone del Piemonte, sopratutto nel nord della regione, troviamo una variazione nei nomi ma con casistica praticamente identica. Oltre alle classiche Strie (dal latino stryx, strega) compaiono altre inquietanti figure che finiscono col legarsi ai gesti magici delle masche. Le Vaine, per esempio  sono anime di neonati maledetti che rotolano  giù dai  pendii, di notte emettendo un angoscioso lamento di sofferenza e dolore. Se una vaina incrocia un altro neonato, il piccolo diviene maledetto a sua volta. Terrificante è anche la Splorcia, una creatura mostruosa con muso di porco, ali di pipistrello, zampe di rospo e coda di scorpione, che rapisce i bambini che trova fuori di casa dopo il tramonto, e li getta tra i rovi, dove muoiono, o diventano ciechi e sordi*.

L’accanimento verso i piccoli, sembra una forma di esorcizzazione nei confronti dell’alta mortalità infantile, che da sempre, nel passato, contraddistingueva il quotidiano delle nostre genti; comunque sia, il peso e la rilevanza delle masche all’interno delle nostre antiche comunità sono stati fondamentali e ancor oggi, riescono a mantenere un legame con il territorio tale da renderle un patrimonio per l’intera regione.

*fonte: Il crepuscolo degli Dèi.

Di Fabri

Lavoro per sfamarmi, scrivo per vivere. Dietro questo motto si presenta Fabrizio Borgio che nasce prematuramente nella città di Asti il 18 giugno 1968. Appassionato di cinema e letteratura, affina le sue passioni nell’adolescenza iniziando a scrivere racconti. Trascorre diversi anni nell’Esercito. Lasciata l’uniforme, bazzica gli ambienti artistici astigiani, segue stages di sceneggiatura con personalità del nostro cinema, tra cui Mario Monicelli, Giorgio Arlorio e Suso Cecchi d’Amico. Collabora proprio come sceneggiatore e soggettista assieme al regista astigiano Giuseppe Varlotta. La fantascienza, l’horror, il mistero, il fantastico “tout court”, gialli e noir sono i generi che maggiormente lo coinvolgono e interessano. Esordisce partecipando con un racconto breve al concorso letterario “Il nocciolino” di Chivasso e ricevendo il premio della giuria. Ha pubblicato Arcane le Colline nel 2006 e La Voce di Pietra nel 2007. Per Fratelli Frilli Editori pubblica nel 2011 Masche (terzo classificato al festival Lomellina In Giallo) e nel 2012 La morte mormora. Nel 2014 esce Vino rosso sangue, il primo noir che vede protagonista l’investigatore privato Giorgio Martinengo. Nei primi mesi del 2016 esordisce con la Acheron Books di Samuel Marolla e pubblicherà in formato elettronico e cartaceo il romanzo IL SETTIMINO, terza avventura dell'agente speciale del DIP Stefano Drago. Successivamente escono Asti Ceneri Sepolte, Morte ad Asti e La Ballata del Re di pietra. Diversi racconti sono ospitati nelle antologie della Cooperativa autori fantastici e le raccolte annuali della Fratelli Frilli editori. Dal 2015 è membro della Horror Writers Association. Sposato, vive a Costigliole d'Asti sulle colline a cavallo tra Langhe e Monferrato con la sua famiglia e un gatto nero di nome Oberyn, dove oltre a guadagnarsi da vivere e scrivere i suoi romanzi, milita nella locale sezione della Croce rossa Italiana come soccorritore. Membro ONAV è anche assaggiatore di vino.

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