Ah, libri…


Un amaro, sentito post dell’amico Davide Mana, mi ha fatto riaffiorare un episodio della mia travagliata e complessa vita lavorativa. Tra i mille impieghi che ho ricoperto lungo gli anni ’90, posso annoverare anche un’esperienza in qualità di cantiniere/meccanico/magazziniere e occasionale aiutante nel laboratorio chimico di una distilleria. Un’azienda a conduzione famigliare, fondata da un dinamico signore di origine lombarda, che rimarcava continuamente l’illuminato modello imprenditoriale meneghino che a suo dire portava, saldamente inchiavardato nel suo DNA. Questo mio datore di lavoro, amava confrontare le differenze di mentalità e cultura tra piemontesi e lombardi, meneghini e monferrini, in un’altalena costante di riconoscimenti e critiche. Il che ci sta bene. Per mio conto, avevo anche l’aggravante di essere astigiano*

In questo ambiente, dove convivevano in un mix poco omogeneo tradizione, artigianato, territorio e fumosi concetti di  libera imprenditoria, i dipendenti, quasi tutti del paese ove era ubicata la distilleria, vivevano nel mito del marchio che servivano. Nella pausa pranzo scappavano tutti a casa, tranne ovviamente il sottoscritto, che trovava piuttosto scomodo e impegnativo fare quattro volte al giorno gli oltre 30 km che lo separavano dal luogo di lavoro.

Mi portavo appresso un pranzetto al sacco, che consumavo frugalmente seduto su una pila di pallet e, fedelmente, tra un boccone e l’altro, leggevo un libro. Io ho praticamente sempre un libro con me. ogni pausa, ogni attesa, ogni momento morto della giornata è un buon momento per aprire il fedele compagno di trasferta e leggere.**

Un bel giorno, il monsü*** girava per il suo regno, probabilmente per tenere sotto controllo il duro frutto del suo lavoro e mi becca in pausa, seduto sulla mia consueta pila di pallet, sprofondato tra le righe di (mi sembra di ricordare) Aut Aut, di Søren Kierkegaard. Ero in pausa pranzo, tutti gli altri via, stabilimento fermo. Ero tranquillo e con la coscienza a posto eppure, il capo, mi rivolge un’occhiata sgradevole e allusiva. Malgrado tutto, i suoi occhi azzurri dicevano:”ti ho beccato a non fare niente!” Interruppi la lettura e salutai. Lui ricambiò e mi chiese che cosa stavo facendo. Domanda totalmente idiota, si vedeva benissimo che cosa stavo facendo ma se le sue parole dicevano una cosa, i suoi occhi viaggiavano per la distilleria e dentro di me sapevo benissimo che cosa cercava: lavori che avrei potuto benissimo fare, anziché sprecare tempo a leggere. Quando gli risposi, lui aveva sollevato il capo e mormorato:” Ah, libri…” lasciando la frase in sospeso. Ora, nelle mie previsioni, immaginavo due possibili sviluppi in relazione a quel breve scambio di battute: o mi faceva notare che il pavimento era da spazzare o mi chiedeva che cosa stessi leggendo.

Nessuna delle due, il mio dinamico e concreto datore di lavoro mi rivolse uno sguardo colmo di commiserazione e concluse la sua visita al dipendente con questa perla di saggezza:” Avessi speso il mio tempo a leggere libri, ora tu non saresti qua a lavorare.” e se ne andò.

Nella ristretta, condensata filosofia di vita che il grande imprenditore mi aveva lasciato, vedo ora il destino di una nazione. Una nazione con un’anima senile. Vecchia. Intrisa di un conservatorismo assolutamente trasversale che vede nel Lavoro non una attività, non uno strumento di sviluppo ma la fatica, il sudore, la controparte del guadagno. Una visione totalmente materialistica, travestita di concretezza. La ConcretezzaUn concetto che politici e imprenditori adorano. Ne sono golosi, di concretezza, se ne riempono costantemente le bocche senza che “concretamente” avvenga mai qualcosa se non sterili manovre finanziarie e concretissime operazioni di evasione fiscale.

Da qui all’idea che scrivere non può essere un lavoro, non può essere un’attività e che quindi, orrore! Non si può pretendere di guadagnare scrivendo, la concatenazione è spontanea, logica e inevitabile. Hanno costruito un mondo senza filosofie di riferimento, dove per “filosofie” intendo proprio il termine nel suo senso epistemologico. L’Italia è deprivata dell’amore per la conoscenza. La conoscenza, le attività intellettuali sono senza dignità. Siamo un popolo di pierini, di ragazzini ribelli a ogni regola, a ogni senso se non quello teso alle soddisfazioni di base e non a caso i canali tv e non solo sono affollati di trasmissioni di cucina e di ragazze semi nude esibite come carne fresca dal macellaio.

Lo scrivere è quell’espressione intellettuale dell’uomo che ha contribuito massicciamente al rafforzamento delle sue culture e coinvolto l’esistenza umana. Credo che anche chi scrive narrativa di genere, contribuisca a tutto ciò. Scrivere, per chi lo pratica senza cedere eccessivamente al proprio narcisismo (su questo ci ritornerò con un post apposito) è cosa nobile, impegnativa, faticosa e necessaria. Necessaria perché sono sicuro che l’introspezione che la scrittura impone, sia più efficace di certune sedute psicanalitiche, perché gente come noi, se non scrivesse, sarebbe molto diversa e probabilmente non in meglio. Chi ci vede con quel pizzico desolante di sufficienza e pensa che sono cose che si possono fare per divertimento, come il capriccio di una manica di sfaticati, sotto sotto è come  chi, libri e poi persone, finivano col bruciare. Non avremo i roghi, di questo passo ma fumo e cenere tra le macerie, sì.

*Spiego tutto in questo post.

**Con gli ebook il lusso si è moltiplicato esponenzialmente!

***per chi non conosce le lingue: “signore” in piemontese.

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2 thoughts on “Ah, libri…

  1. Se aggiungiamo che la lettura e la scrittura vengono visti come interessi inutili, persino fuori dal lavoro, il cerchio si chiude. Tu cosa fai nel week end, sei produttivo e tagli il prato, o stai in casa a leggere o a scrivere?

  2. …Allora prendete Dante e fatevi un bel panino!
    Quella frase, pronunciata dal disonorevole Tremonti ce l’ho stampata in mente. Riassumeva tutto il disprezzo verso un mondo civile e progredito, la dimostrazione lapalissiana che siamo in mani tremende ( e poco importa se Tremonti non è al governo, attualmente.)

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