Testa dentro che quà fuori è un brutto mondo


Con poco apprezzabile ritardo, mi ritrovo a scrivere questo post sull’onda lunga di pensieri e meditazioni ispirate a loro volta, da un post leggermente polemico e ficcante, come sovente ne trovo su Plutonia Experiment, di Alessandro Girola.Overload di opinioni è un’analisi, obiettiva e sentita di quel che siamo in rete, di quel che la rete riflette e di quel che passa di noi, attraverso la rete. Perchè, è innegabile, il web, con la diffusione esponenziale dei social network e, ritengo, con l’affermazione, particolarmente in Italia, di Facebook, ha subito un’evoluzione che si è inevitabilmente riverberata anche sui suoi utenti.Da strumento di aggregazione, quale era inizialmente, Fb, si è infiltrato nelle nostre vite fino a confondere quel che siamo con quel che proiettiamo di noi stessi sulla piazza virtuale. Perchè c’è una certa differenza tra quel che siamo nel quotidiano e quel che siamo dietro una tastiera. La differenza può essere più o meno sensibile ma l’alibi della distanza fisica, l’impersonalità dello schermo e il desiderio inconscio (sovente fino a un certo punto, inconscio)di proiettare quel che desideriamo essere o che sentiamo di essere senza il filtro giudicante di un confronto diretto, è forte e permette di sdoganare atteggiamenti e libertà che altri approcci, senz’altro inibirebbero.

Il confronto (o scontro) parte sempre dall’opinione. Ora, come sempre troppo spesso, avviene, un termine viene utilizzato, abusato e snaturato fino a essere usato per esprimere idee e concetti non sempre corrispondenti al significato della parola che si usa. Stando all’Enciclopedia Treccani:

“Il termine opinione (dal latino opinio, -onis; in greco δόξα, dòxa) genericamente esprime la convinzione che una o più persone si formano nei confronti di specifici fatti in assenza di precisi elementi di certezza assoluta per stabilirne la sicura verità. Con la opinione si avanza, spesso in buona fede, una versione personale o collettiva del fatto che si ritiene vero e, pur non escludendo che ci si possa ingannare, tuttavia lo si valuta come autentico sino a prova contraria.”

Quindi, ci troviamo di fronte comunque a un margine di aleatorietà che troppo spesso è ignorato. L’opinione diventa uno strumento di accusa, di giudizio e di scontro che tende a scavalcare il nocciolo della questione dibattuta o discussa e finisce per coinvolgere la sfera privata dell’interessato. Ovviamente, mi si può contestare che esistono le impostazioni che permettono di gestire la propria privacy. Sul concetto di privacy, sarebbe necessario aprire un discorso a parte che porterebbe lontano da dove voglio andare a parare, basti sapere che vivo la netta sensazione che da quando è stata introdotta anche nel nostro ordinamento giuridico, di privacy ce ne sia sempre meno, in un loop paradossale dove più ci si attrezza per assicurarla e più questa viene in realtà violata e ignorata.La questione è: quanto siamo consapevoli di come siamo percepiti dagli altri? Un lato che mi aveva affascinato dell’aspetto “social” di internet era la possibilità di proiettare in rete l’essenza di noi stessi, costruendola attraverso l’ipertesto e assemblando un mosaico multimediatico composto dalle nostre foto, dai nostri video, dalla musica che ascoltiamo, dai post che esprimono i nostri pensieri. Il mosaico ha avuto la possibilità di allargarsi ulteriormente, permettendo il collegamento e l’interfacciarsi delle diverse piattaforme, aggiungendo, teoricamente ulteriore profondità e complessità al nostro iper-ritratto.

Giusto per rendere un’idea

Perchè al di là di tutto ciò, esiste anche l‘interpretazione degli utenti che ti seguono e l’equivoco è pronto a nascere dal nulla. Equivoci ne nascono anche nella vita extra-rete ma alcuni, fortunatamente isolati episodi vissuti personalmente, mi han fatto prendere visione del fatto che quel che viene riverberato da un passa parola, nel web possiede un eco ben più lungo e potente e in conseguenza di ciò, mi sono ritrovato anche a rimettere in discussione il mio “io” social, scoprendo per esempio, come si può correre il facilissimo rischio di cadere vittime di un inconsapevole narcisismo che non avevo mai pensato di possedere. Ho avuto così la sensazione, allarmante di non essere soltanto più preda di “overload” d’opinioni, ma anche di un inconscio overload dell’immagine proiettata del sottoscritto in rete. Questa nuova consapevolezza mi ha fatto tirare bruscamente il freno alle mie attività sui social network. Facebook diventerà un esclusivo megafono della mia attività narrativa e poco altro. Twitter è una piazza meno battuta e quindi meno isterica. Il blog, il mio personale Taccuino, diventerà lo strumento privilegiato. A risentirci e a chiosa di tutto questo discorso, cito l’Accorsi di Radio Freccia:

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