Il Noir, fascinazione estetica e realtà


Il Noir  va di moda. Il Noir va morbosamente di moda. Il Noir non è più Noir. Il genere Noir non è più un genere ma un aggettivo, la classica degenerazione nata dall’uso a sproposito del termine, dimenticando completamente codici, stilemi e regole. L’editoria ci sommerge di libri “noir” che visti in dettaglio sono quasi sempre altre cose: gialli, horror, mistery. Il Noir si è trasformato in un’etichetta multiuso e tutto ciò non gli rende giustizia.

Stando alle definizioni consultabili su Wikipedia,il Noir è un sottogenere del poliziesco, che ha visto un particolare sviluppo tra gli anni ’20 e ’50 del secolo scorso; attraverso l’ Hard-Boiled ;per quel che concerne la narrativa statunitense e la noir fiction inglese e il polar francese in ambito europeo. A differenza del giallo, dove attraverso un meccanismo d’indagine si giunge alla risoluzione del caso, nel Noir, questa soluzione infine meccanica e lineare, non interessa o rimane comunque ininfluente per la resa e il significato della storia narrata. Se il poliziesco è l’affermazione positiva di un ordine costituito, con il bene e la legge che trionfano sul male, con una visione bipolare netta e a tratti ingenua e perbenista; il Noir racconta le zone d’ombra, l’altra campana, il male in tutte le sue ambiguità, la società e l’umanità nelle sue bassezze e meschinità. Nel Noir dogmatico, infatti esistono caratteristiche ben precise che con l’evolversi dei tempi e degli stili narrativi, ha finito poi con l’affrancarsi. La narrazione in prima persona, che immerge totalmente nel vissuto del personaggio, senza permettere uscite o divagazioni; l’assenza di lieto fine, a sottolineare l’ineluttabilità della vita; un occhio fosco, pesto e disincantato, dove ogni buon proposito è corrotto.

Il Noir evolve velocemente nel romanzo di denuncia sociale ed è forse questa caratteristica che lo ha reso genere amato e controverso fino a giungere allo snaturamento che il mercato editoriale, sopratutto nostrano, sta perpetrando. Senza puntare il dito su singole opere, esiste una gamma di storie, al limite dello scimmiottamento dove si cita (leggi:copia) spudoratamente stile e atmosfere canonicamente Noir. Divertimenti ma sterili.

La fascinazione estetica generata dagli ambienti fumosi, le luci al neon delle insegne di locali equivoci, dalle affascinanti e sensualissime Dark Ladies fasciate in abiti di raso e seta e protagonisti scalcagnati, duri, incattiviti dalla vita; è entrata intensamente in un certo immaginario collettivo, spostando l’attenzione dall’intento di denuncia insita nel genere all’estetizzazione fine a se stessa, che ha contaminato libri e film. Un esempio perfetto è Blade Runner. La Los Angeles del 2019 di Ridley Scott è molto più vicina alle città evocate da Hammet e Chandler che alle algide metropoli che la fantascienza figurava, questo almeno fino all’avvento del Cyberpunk, che del Noir ha pienamente sposato l’evocazione sociale e metropolitana.

Se è vero che il Noir è un occhio spietato e disincantato sulla realtà, l’affascinante armamentario sopra descritto non sarebbe più funzionale. Oggi dove sono le Dark Ladies fasciate? Abbiamo veline e olgettine varie. I locali fumosi dove si ascolta jazz? Più facile che la stessa funzione sia svolta da posti chiassosi e pacchianamente alla moda come il Billionaire in Costa Smeralda, dove si balla latino americano o si ascoltano i tormentoni in vetta alle classifiche. Può un romanzo intriso di tutto questo, affascinarci alla stessa maniera?

Tutt’altro stile ma questo è l’oggi…

Forse, certo Noir, non dovrebbe più chiamarsi così ma più semplicemente Nostalgia.

Nostalgia di un qualcosa che forse non è mai esistito ma che abbiamo sentito ugualmente. Come il protagonista del romanzo di Jeter, Noir, appunto, che ha scelto di filtrare la sua realtà e vedere il mondo come un vecchio film.

 

Questo è il noir che si sogna

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