Di occhi, occhiali e sguardi


230In un precedente post, dedicato ai miei personali feticci, avevo annoverato gli occhiali da sole Ray-Ban Wayfarer. Ricollegandomi all’interessante influenza che gli occhiali sembrano aver avuto sulla letteratura di genere e non solo, oggi voglio proprio parlare di alcuni di quei romanzi e racconti che, in qualche modo, hanno, nel filtro artificiale per eccellenza del nostro mondo visivo, un fulcro concettuale.

Il cyberpunk è senz’altro il genere che più sembra aver introiettato l’oggetto dell’occhiale come media, strumento per l’alterazione, la visione, l’immersione nella virtualità alternativa e parallela del reale, in un gioco di specchi dove i confini tra i due mondi diventano labili e intercambiabili. La maggiorparte dei personaggi cyberpunk ostentano occhiali, neri, spesso a specchio e non a caso, una delle più importanti antologie della corrente concettuale, inaugurata da Gibson e, nello specifico, curata da Bruce Sterling, s’intitola Mirrorshades. Uno dei racconti, s’intitola appunto Mozart con gli occhiali a specchio. Occhiali a specchio, simbolo di impenetrabilità. “L’impossibilità alle forze della normalizzazione di accorgersi se uno è impazzito, se è potenzilamente pericoloso” come scrivono Giovannini e Minicangeli nella Storia del romanzo di fantascienza.

La visuale, il vedere e il guardare, quindi non solo come atto meramente sensoriale ma come strumento di controllo e trasformazione. E accettazione. Molto interessante, da questo lato, il romanzo Noir, di K.W. Jeter. McNihil, il protagonista è un investigatore solitario, perdente e bastonato costantemente dalla vita, personificazione di stereotipi della narrazione alla quale si fa sfacciato riferimento nel titolo. La vicenda è ambientata in un prossimo, ipertecnologicizzato futuro ma McNihil, appassionato maniaco di Noir e Hard Boiled ha estremizzato la sua visione della vita facendosi installare un dispositivo che filtra, rielabora e altera la sua vista. McNihil vede in bianco e nero e la realtà che attraversa viene tradotta da un programma che trasforma gli oggetti del XXI secolo in analoghi del XX. Noir è del 1998 ma sembra aver già anticipato il concetto di “realtà aumentata” evoluzione del cyberspazio e della virtualità. Con il virtuale esisteva comunque una linea di demarcazione tra i due mondi dove la connessione alla rete era la porta di transito tra una realtà e l’altra, nella realtà aumentata no. Le due realtà si compenetrano e mescolano. I Google glass, non a caso sono il primo device sviluppato per questa realtà. Una complessa relazione tra vista e percezione è infatti il fulcro della storia, come scrive lo stesso autore a una postfazione di Noir: “Se non vede più quello che vedono gli altri, ed è in una certa misura cieco, poco gli importa; è lo stesso per me. McNihil sbatte gli stinchi contro cose che per lui non invisibili…voi no? La differenza sta nel fatto che lui vede altre cose, e le vede in modo più chiaro e veritiero e così risolve da bravo detective il mistero di Noir.”L’alterazione della realtà variandone la percezione però non è un’invenzione cyberpunk. Con diversi strumenti ma fini analoghi, i movimenti di controcultura a cavallo tra gli anni ’60 e ’70 del secolo scorso e in particolare la Beat Generation, ne avevano fatta una bandiera creativa e non è casuale che esistano implicite citazioni da parte di Jeter alle invenzioni di William S. Burroghs, una tra tutte Il Cuneo, alter-luogo che richiama inevitabilmente all’ Interzona citata nel Pasto nudo e La città della notte rossa.

Dalle droghe di Burroghs agli occhiali del cyberpunk, passando all’ossessione per gli occhi degli alieni, dell’autore statunitense Michael Bishop, in particolare in Occhi di Fuoco e, in parte anche ne Il segreto degli Asadi; attraverso l’horror di Occhiali da sole dopo il tramonto di Nancy Collins possiamo vedere come, tra autori anche apparentemente diversi come stili e background, “le porte dell’anima” diano accesso anche ai mondi più svariati.

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