…E ringrazia che hai un lavoro!


Un post polemico. Non so se sia l’influenza di una serie di letture che ho fatto su blog che seguo ma un piccolo episodio, accaduto due domeniche fa, me lo ha ispirato, dopo quindici giorni di digestione del fatto.

Non sono solamente un mediocre scribacchino (qualcuno magari sarà più tranquillo). Scrivere è il lavoro che mi fa sentire vivo e fa di me quel che sono nella mente e nell’anima ma come tutti gli esseri viventi, ho bisogno di nutrirmi per sopravvivere e perciò ho anche un lavoro per il quale percepisco uno stipendio in denaro. Nello specifico, sono responsabile del reparto frutta & verdura di un supermercato. Un lavoro “normale”, che non c’entra niente con la narrativa. (Diversi si sono mostrati stupiti che uno scrittore lavori in un supermercato). Oggi come oggi, la GDO, sigla dietro alla quale si cela la definizione di Grande Distribuzione Organizzata, è la branca del terziario più diffusa. La mia opinione è che gli impiegati nella GDO abbiano sostituito la classe operaia in un’economia affossata come quella nazionale, dove si è assistito a un’anomalo proliferare del terziario a scapito di una contrazione dei settori produttivi, il che è fondamentalmente una contraddizione in termini… ma questo è un altro discorso.

Come la stragrande maggioranza dei super/iper/mega mercati, la domenica siamo aperti. Tutto il giorno. Aprirei tutto un discorso sulle implicazioni culturali e sociali del fatto che una percentuale sensibile di cittadini considerano questo fatto una manna dal cielo e un’esigenza irrinunciabile per un paese civile (assioma tutto da dimostrare) ma devierei probabilmente dal concetto che voglio esprimere. Come capo reparto, ho ovviamente tutta una serie di incombenze e responsabilità e… dimenticavo una caratteristica importante della mia posizione: a parte un paio di collaboratori occasionali, gran parte del lavoro che svolgo, lo faccio da solo. Sono fondamentalmente il capo di me stesso e la copertura domenicale, per tre quarti abbondanti dell’anno, la devo assicurare io. Non è un piagnisteo, intendiamoci. E’ un discorso delicato, quello che sto facendo e si presta a critiche facilmente prevedibili. Conscio della mia posizione e della situazione attuale mi sono adattato a questo stato di cose. Per oltre un anno, le domeniche me le sono fatte senza lamentarmi. Per legge è previsto un giorno di riposo compensativo, che riesco a fare, quindi tutto a posto. Ultimamente, sono riuscito a patteggiare un po’ di alternanza, così, negli ultimi mesi, un paio di domeniche a casa sono anche riuscito ad averle. Altra premessa necessaria: anche mia moglie lavora nella GDO e pure lei è soggetta al lavoro domenicale. Ovviamente, spessissimo, quando lei ha la domenica libera io non ce l’ho e viceversa. Pace. La domenica, come percezione non è più tale. E’ un giorno come un altro con l’unica differenza che finisco prima. Non è nemmeno questa una lamentela bensì la constatazione di un dato di fatto.

Due domeniche fa, dicevo, ero sul lavoro. Controllavo che fosse tutto in ordine, che la frutta e la verdura esposte non presentassero imperfezioni, marcescenze o brutture che disgusterebbero il cliente. Il grosso della nostra clientela è over-65, pensionati, anziani. Persone che alle otto del mattino aspettano diligentemente l’apertura, immagino beandosi del fresco, delle corsie ancora deserte e della sensazione squisitamente consumistica di avere il negozio tutto per sè.

Clienti che ormai conosco da quindici anni (tanti sono gli anni di lavoro che ho accumulato presso l’azienda) coi quali qualche parola la spendo. Due chiacchiere, qualche consiglio su come scegliere la frutta… il mio lavoro è anche questo. Poi il fattaccio. Una vecchietta mi saluta e augura buona domenica. Sorrido e mi scappa la frase fatale: “Per essere veramente buona, non dovrei essere quì.” reazione repentina e inaspettata. La vecchia si inalbera e con tono finto-saggio e vero-reprimente mi risponde:” Lei deve ringraziare di averlo, un lavoro!

Non ho avuto molto da dire a riguardo. Mi sono scusato e sono rientrato in reparto ma quella frase, quel tono accusativo, in realtà mi era penetrata nel profondo, come il retrogusto amaro di qualcosa che si è mangiato senza far troppo caso alla sua qualità.

Certo. Sono molto fortunato, rispetto ai giovani lavoratori nel mondo della flessibilità. Lavoro da quindici anni nella stessa azienda e con buona pace del dottor Monti, non ho mai avuto il tempo di annoiarmi. Possiedo un contratto a tempo indeterminato che è una ricchezza sempre più rara. Le domeniche me le lavoro e lungo la settimana ho comunque un giorno per riposarmi. C’è chi non ce l’ha, alla faccia delle leggi vigenti. Perchè quella reprimenda alla fine mi ha così colpito. E infastidito?

Ci ho rimuginato due settimane sopra, come detto sopra e il risultato dei miei pensieri lo state leggendo. Il discorso è che la frase “…e ringrazia che ce l’hai un lavoro!” si sta trasformando in un alibi che non solo vecchiette, probabilmente frustrate perchè i loro nipoti, un lavoro non riescono a trovarlo, ma anche politici, imprenditori e rappresentanti di categoria hanno cominciato a tirare fuori con malcelata malafede. E’ un mantra. Sleale e non poco stronzo. Fa leva su un senso di colpa che nei decenni è stato instillato senza che colpa reale sia e che permette a importanti manager, di affermare con serena, agghiacciante serenità che “di soli diritti si muore“.

  • Ti pagano poco? Ringrazia che un lavoro ce l’hai!
  • Non hai ferie? Ringrazia che un lavoro ce l’hai!
  • Ti tiranneggiano? Ringrazia che un lavoro ce l’hai!
  • Niente mutua? Ringrazia che un lavoro ce l’hai!
  • Non puoi rimanere incinta altrimenti ti licenziano? Ringrazia che un lavoro ce l’hai!

La reazione della signora è, ora ai miei occhi, il risultato di una specie di lavaggio del cervello; lavaggio che si è infiltrato capillarmente in ogni discorso, ogni opinione, ogni atteggiamento. Il segno che ogni alternativa al sistema attuale è inaccettabile e dannoso. Tutto questo, senza che i tanto sbandierati vantaggi si siano ancora visti. Riforme su riforme del mondo del lavoro e i tassi di disoccupazione sono in salita, crescita non se ne vede e vantaggi men che meno. Qualcosa non torna. Non funziona. Continua a non funzionare anche se si persiste sulla medesima strada e difficilmente, riusciranno a convincermi del contrario.

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20 thoughts on “…E ringrazia che hai un lavoro!

  1. Purtroppo anche il tempo indeterminato non è più garanzia al 100%, con mille scappatoie e cavilli che si possono comunque usare per liberarsi di un dipendente.
    Da qui la domanda: il rapporto di lavoro tra datore di lavoro (scusa la ripetizione) e dipendente (bruttissimo termine, che suona male per me) non dovrebbe essere un rapporto di collaborazione in primis? Eppure, ormai te lo fanno pesare questo “onore” di poter lavorare per loro.
    E se segui il mio blog ogni tanto, sai che io sono d’accordo con il vecchio Bukowski su certe questioni.

    • Come cazzo è possibile che a un uomo piaccia essere svegliato alle 6.30 da una sveglia, scivolare fuori dal letto, vestirsi, mangiare a forza, cagare, pisciare, lavarsi i denti e pettinarsi, poi combattere contro il traffico per finire in un posto dove essenzialmente fai un sacco di soldi per qualcun altro e ti viene chiesto di essere grato per l’opportunità di farlo?

      — Charles Bukowski

      • E la sentiva in tempi forse non troppo sospetti, per quanto la realtà lavorativa statunitense è decisamente altra rispetto a quelle europea e specificamente italiana. Una cosa è certa. Al netto di una diminuzione di diritti e maggior flessibilità (leggasi precarietà) abbiamo un peggioramente esponenziale delle condizioni di sempre più ampie fasce di popolazione e senza necessariamente schierarsi politicamente ma come semplice ed effettiva constatazione di un dato di fatto. Che io sia politicamente schierato è in realtà casuale.

      • Tra l’altro così facendo, si riducono i consumi di questo sistema, che si fagocita in questo modo da solo. Il fallimento del capitalismo e non se ne vogliono rendere conto. O meglio, non vogliono ammetterlo.

  2. Mi colpisce quando all’inizio del post dici che avere il super/mega/iper mercato è un’esigenza irrinunciabile per un paese civile. Perchè in passato non eravamo un paese civile? Dico così perchè questa cosa l’hanno inculcata negli anni. Quando ero piccolo i negozi la domenica erano chiusi, e per tutti era normale che lo fossero.
    Ancora oggi io non riesco ad entrare nell’ottica che il negozio sotto casa la domenica è aperto, per me è chiuso e mi organizzo come se fosse chiuso.

    • In realtà non era il mio pensiero ma quello che sento dire da tantissima clientela. Francamente sono dell’opinione esattamente opposta. Un paese di gente che la domenica non ha nient’altro di meglio da fare se non rinchiudersi in un centro commerciale o supermercato per fare spesa è un paese moralmente povero e culturalmente stracciato.

  3. Condivido parola su parola del tuo bellissimo e importantissimo post.
    La precarietà è nata per disorganizzare l’unione dei lavoratori e indebolire i sindacati, portando i primi a essere oggetti ricattabili e con sempre meno diritti e i secondi parolai in difficoltà Ho vissuto per 12 anni sia la precarietà che il lavoro nella Gdo. La fabbrica del consumo e la catena montaggio dei bisogni indotti.
    Ringrazia che hai un lavoro è il bacia le mani che il singolo lavoratore deve fare al sistema capitalistico e alle sue derive.
    Grande Fabrizio, splendido articolo

  4. Non amo molto i miei connazionali e non amo molto il mio paese, e proprio a causa di due di quei 5 punti che hai ottimamente sintetizzato ho deciso di chiudere tutto, lasciare uno splendido lavoro part time e prepararmi a partire, almeno potrò dire di averci provato. Non è per tirare facili conclusioni ma credo che questa situazione potrà solo collassare non migliorare.

  5. Non sono un complottista ma inizio a pensare che nulla di tutto ciò sia casuale. E’ un vero e proprio lavaggio del cervello che, nel tuo caso, ha indotto perfino una richiiesta di scuse per aver osato dire che la domenica avresti preferito trascorrerla diversamente! Con questi presupposti, con la scusa del “ringrazia di avere un lavoro” cosa accetteremo ancora? Turni di dieci ore con stipendi al limite della sopravvivenza? Contratti capestro che tutelano solo il datore di lavoro e non il lavoratore? E’ una sorta di schiavitù psicologica che ci sta facendo arretrare paurosamente e penso proprio che sia tutto voluto. Ormai l’obiettivo è chiaro: abbassare anche in italia il costo del lavoro ai livelli dei paesi cosiddetti emergenti. Fino a qualche tempo fa il lavoro era considerato un diritto, ora è diventato un privilegio.

    • Direi che hai esplicato tutto quel che attualmente vedo e percepisco nel mondo del lavoro e, ripeto, nonostante tutto, appartengo ancora a una categoria “privilegiata” perchè ho sentito storie, dai rappresentanti sindacali che sono al limite dell’orrido grottesco.

  6. Perché se tutti noi lavoratori della GDO e di supermercati, noi che il nostro lavoro ce lo sudiamo e sempre di più perché le condizioni lavorative peggiorano di anno in anno, non facciamo niente per unirci per cercare una soluzione xe noi non dobbiamo ringraziare nessuno noi prestiamo il nostro lavoro in cambio di uno stipendio e se domani non avranno più bisogno dI me non si guarderanno indietro diranno la porta è quella. Basta è ora di finirla!!!

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