I Vivi, i morti e gli altri di Claudio Vergnani, ovvero il ritorno dell’horror come allegoria.


In apertura, doverosa sinossi:

Le cose sono cambiate: nessuno riposa più in pace dopo la morte e il mondo si popola di terribili zombi. Oprandi è un ex militare di mezz’età, stanco e alcolizzato, privo di certezze per l’oggi e senza alcuna speranza per il domani, che viene assoldato per dare la morte definitiva a coloro che “grattano” furiosi per uscire dai loro sepolcri. L’uomo si imbatte nella facoltosa signorina Ursini, con cui stringe un patto: recuperare il padre non-morto sepolto nella cappella di famiglia e riportarlo alla figlia che provvedere, dopo che Oprandi gli avrà restituito la pace eterna, a seppellirlo di nuovo con tutti i crismi religiosi. In cambio lei lo condurrà con sé in Svizzera, al sicuro. Ma l’impresa è tutt’altro che facile. Fra zombi, strani e inquietanti incontri, gruppi armati allo sbando, luoghi da girone infernale, amici veri o presunti, Oprandi capirà che la minaccia non viene solo dai cadaveri resuscitati, ma anche e soprattutto da quegli individui che non hanno perso la vita, ma di sicuro l’umanità. (Fonte: IBS)

Claudio Vergnani si è guadagnato, nell’arco di tre romanzi, una nomea unica, nel panorama sacrificato della letteratura di genere italiana. Un autore genuinamente horror che con una capacità unica di prendere e reinterpretare alcune delle figure cardine dell’immaginario orrorifico, senza snaturarle e riuscendo a toccare con ironico disincanto i nervi scoperti della società contemporanea. I vivi, i morti e gli altri, prosegue degnamente il progetto narrativo di Vergnani e alza di una tacca l’asta qualitativa della sua scrittura. Indubbiamente.

Lo scenario è quanto di più classico, oggi si chiede all’horror. L’apocalisse zombie che nelle più svariate (e troppo spesso deleterie) declinazioni, affolla scaffali, videogiochi e sale cinematografiche. Trito è l’aggettivo che pericolosamente può sorgere nella mente di tanti appassionati. La figura dello zombie romeriano è quella che in un crescendo di produzioni e citazioni, sembra radicarsi più prepotentemente nell’immaginario collettivo odierno, vuoi per la natura particolarmente macabra della figura in sè, vuoi per i risvolti “action” che facilmente possono prendere le storie che li vedono protagonisti. Per Romero, lo zombie era un simbolo politico. Il morto vivente che riprende a camminare, caracollante sulla terra dei vivi, affamato di carne umana e tendenzialmente propenso all’emulazione meccanica della vita precedente è una metafora efficacie dell’alienazione dell’individuo disumanizzato dal consumismo. Consumismo che emerge nel deambulare dei morti tra le corsie di un colossale centro commerciale (Zombi) dalla famiglia devastata dalla brama di una figlia trasformata, cieca all’istinto figliale e famelica dei propri genitori come di chiunque altro (La notte dei morti viventi)al messaggio quasi definitivo che emerge nelle altre produzioni di George Romero, dal Giorno dei morti viventi alla terra dei Morti viventi, dove il morto vivente rappresenta la massa di consumatori e proletari schiacciati, “sotterrati” da un capitalismo che induce al cannibalismo il pianeta stesso. Il messaggio è importante, la critica sacrosanta ma ormai evidenziata e sviscerata, al punto di perdere il valore provocatorio e a volte antipaticamente didascalico che ha finito per l’assumere, nel momento in cui il concetto è stato metabolizzato da lettori e spettatori.

Claudio Vergnani

Vergnani, come ha già fatto con i raccapriccianti vampiri della sua trilogia modenese, prende lo zombi e lo sfrutta sì, per un discorso politico ma a mio avviso, riesce a renderlo anche più moderno, filosofico e talmente profondo, nella sua analisi sociale da apparire sbalorditivo e infatti uno stato di ammirevole sbalordimento, era il mio sentimento alla fine della lettura della sua ultima fatica.

Gli zombie dilagano, le fragile infrastruttura statale italiana si dimostra anche e sopratutto in questo tragico frangente, totalmente inadeguata e incompetente e la società traballa fino a un graduale e sanguinoso dissolvimento. Oprandi, il protagonista è un altro riuscito alter ego dell’autore, un ex militare dalla vita disseminata di drammi, un disincantato eroe che si traveste da anti-eroe, che cerca sollievo nell’alcool da un mondo che in realtà gli era franato addosso già prima che i morti finissero per invadere le lande dei vivi. In un paese dove tutto sta finendo, Oprandi da buon italiano si arrangia e campa ammazzando zombie, offrendosi di dare il riposo definitivo a famigliari, parenti o conoscenti di persone che non hanno la forza, il coraggio o la volontà di farlo. Lui sa che la situazione non può reggere, nonostante la sua dipendenza dall’alcool, ha la capacità di comprendere che tutto non sarà più come prima, parafrasando La Coscienza di Zeno: le fantasie del vino sono veri avvenimenti.

Su questo sfondo di prossima fine, la proposta della figlia di un ricco defunto, di procurargli il riposo eterno in cambio di una trasferta in Svizzera, nazione che sembra aver arginato efficacemente il dilagare della piaga dei non morti, appare come un’opportunità insperata, anzi “L’opportunità”. Il più canonico dei paradisi: la linda, pulita e ricca Svizzera che mai e poi mai si lascia sporcare dal sangue e dal pus dei cadaveri antropofagi che invece, nella sozza e incasinata Italia trovano inevitabilmente terreno libero.L’aderenza alle percezioni che ognuno di noi tende a proiettare verso gli stereotipi, è uno degli spunti che Vergnani ci dona per imbastire il suo discorso. Credo che il messaggio che è riuscito a veicolare attraverso il suo romanzo di zombie sia una delle analisi più lucide e spietate che ho letto sul nostro paese. Come anticipato, anche se la partenza del libro è la teoria socio politica che Romero suggerisce attraverso la sua filmografia, Vergnani fa un passo in più. Gli zombies di Vergnani ci parlano di noi e ancor di più parlano delle nuove generazioni, con buona pace del ciarpame young adult che sta impazzando, anzi, Claudio (mi permetto umilmente la libertà di chiamarlo per nome) fa il verso alla mutazione di certa narrativa accennando a una storia d’Amore struggente e, elemento nodale, alla riscoperta di un istinto paterno che Oprandi non immaginava.

I Vivi, i morti e gli altri è una storia che parla di futuro e di cambiamenti, del dolore delle traformazioni, della capacità di adattamento e di come nessun sistema statico può sopravvivere a lungo in natura. Ci racconta di come gli schemi si ribaltano, di come parametri che si credevano consolidati e incrollabili, in realtà si sfaldano miseramente di fronte al cambiamento del mondo. E di quanto siamo deboli e impreparati. Di quanto siamo ciechi ed egoisti. Di come etica e morale emergono o spariscono in ognuno di noi a seconda dei frangenti. La nostra civiltà è una crosta sottile sotto un caos allucinante. Forse i morti sono i vivi e i vivi sono i morti. Gli altri quelli che capiscono e possono comportarsi degnamente o mostruosamente, perchè ognuno di noi è santo e demone, tutto sta nella capacità di assecondare l’uno o l’altro.

Io parlo spesso, nei miei sparuti post, di che cos’è l’Italia, di che cosa sta diventando. Tendo a pensare che non sia un paese per giovani ma dopo il libro di Vergnani, non ne sono più sicuro: i giovani possono costruire qualcosa che noi non riusciamo a immaginare e non è proprio detto che quel che ripudiamo sia ciò che è sbagliato. Oprandi l’ha capito perchè i morti sono anche i nostri figli, esclusi dal nostro mondo per colpa dell’egoismo e di politiche scriteriate, una generazione cresciuta nella visione di una vita che non potrà avere, come noi la concepiamo. Un agghiacciante e lucido conflitto generazionale.

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