Il grande e potente Oz, quasi una recensione


Il grande e potente Oz

Sono andato a vedere il grande e potente Oz quasi esclusivamente perchè pavlovianamente attratto dal nome del regista. Sam Raimi. Per principio, vado a vedere tutti i film di Sam Raimi. Ha dato così tanto alla mia adolescenza e al mio amore per il cinema di genere che il seguirne il percorso, anche nelle fasi più discordanti, diventa un obolo simbolico di riconoscenza. I presupposti per un lavoro edulcorato, esistevano tutti: produzione Disney, grande commercializzazione, cast avvenente in maniera quasi sfacciata, la realizzazione in 3D.

La prima sensazione, fin dai titoli di testa (splendidi) è stato l’inevitabile paragone con Tim Burton e Alice in Wonderland, perchè sull’immediato, il parallelismo tra i due lavori, emerge. Raimi e Burton, due stelle polari del cinema che ho amato, improvvisamente così vicini e contaminati. Se precedentemente il loro discorso filmico proseguiva su due binari paralleli ma ben delimitati,con IGPO* assistiamo a uno scambio che fa convergere le due linee. Difficile dire se Raimi si sia “burtonizzato” o viceversa. Sull’onda di questa visione, protendo per la prima ipotesi, non ultima la presenza di un inconfondibile Danny Elfman nella composizione della colonna sonora.

E’ un prequel, IGPO. Ci racconta quindi gli eventi precedenti il film di Fleming, nei confronti del quale, Raimi si dimostra rispettoso e citazionista ma senza “telefonate” strizzate d’occhio. Raimi possiede anzi un’attenzione non banale verso i libri di Baum (vedi l’inserimento nella quest della visita alla città di porcellana). Il film inizia nel Kansas del 1905. Le immagini sono girate in uno splendido bianco e nero e si aprono sullo scenario di un circo di campagna, nel quale lavora Oscar Diggs, detto Oz (James Franco), mago da strapazzo, illusionista truffaldino, simpatico mascalzone, rubacuori. Una figura di simpatica canaglia come francamente non se ne vedeva da tempo, dopo una generazione di eroi belli e dannati o duri e acrobaticamente forzuti. Vittima della sua debolezza verso il gentil sesso, inseguito da un erculeo e geloso collega di circo, fugge di gran carriera, trovando scampo a bordo di una mongolfiera. Dopo un breve tragitto, l’aerostato viene risucchiato da un violento tornado e da li, catapultato nel regno di Oz.

Da quel punto in avanti, irrompe il colore e il regno di Oz si manifesta in tutta la sua favolistica e variopinta meraviglia. Un mondo caratterizzato da una natura prepotente, vitale, sfrenatamente allucinogena nei colori, nelle forme e negli ambienti. Il capovolgimento da un Kansas desolato, piatto e senza colori a una terra dove emerge il senso d’evasione, libera e sfrenata come solo una fantasia disinibita è in grado di creare, in un caleidoscopio simile a un’esperienza lisergica. Diggs, il cui cognome, allegoricamente mi ricorda il verbo to dig ( to dig for indica scavare)finisce in una realtà completamente ribaltata e sovvertita, dove lo “scavare” alla ricerca di grandezza, fortuna e ricchezza inizia attraverso un’ascensione verso l’altrove. Viene scambiato per il classico “uomo della profezia” un potente mago che porta il nome della terra che dovrà dominare.Incontra tre streghe: Theodora (Mila Kunis), Evanora (Rachel Weisz) e Glinda (Michelle Williams), una scimmia volante, una bambola di porcellana che riassemblerà con la “magia” di un vasetto di colla (forse la ricomposizione di un senso d’infanzia che si crede perduto).  Diggs attraversa il regno seguendo le strade di mattoni gialli, intraprende una classica quest e coerentemente con l’impronta fantasy che la trama assume, il tragitto, la missione e il fine si trasformano assieme al protagonista. Diggs, gradatamente, da gaglioffo e disonesto opportunista, prende coscienza dei valori che s’ostinava a sotterrare dietro la sua scanzonata mascalzonaggine. Le tre streghe, sorelle, mescolano le carte in tavola, spiazzando un po tutti sulle loro diverse nature e se con la scimmia volante passa da padrone spocchioso ad amico riconoscente, la tenera bambola bambina di porcellana, risveglia in lui una natura paterna che sfocierà nella parte finale del film. Anche la metafora della strada di mattoni gialli si evolve prima appare una via dorata verso la ricchezza: Giungendo alla città di smeraldo gli viene mostrato il tesoro in oro che dovrebbe diventare suo una volta completata la missione. La visione di Diggs che nuota tra le monete e s’inebria tra calici e preziosi richiama l’avida felicità di uncle Scrooge (zio Paperone) in una delle intrusioni disneyane forse più subdole di tutta la pellicola. Alla fin fine, dopo, la strada di mattoni gialli diventa un sentiero morale che gli fa abbandonare la strada dell’egoismo in favore di una grandezza di sentimenti che non credeva di racchiudere.

La morale buonista, intrisa di rettitudine e tipicamente Disney viene però, in parte mitigata dall’ironia del regista. Forse Raimi in questo suo ultimo lavoro, ha le mani legate più di quanto si pensi ma il tono umoristico, nero e grottesco, riemerge, con astuzia e senza prepotenza. Si coglie nella bellezza zuccherosa e tendenzialmente priva di fascino della strega Glinda, nella recitazione molto aderente di James Franco, nelle pennellate horror percepibili nella traversata della foresta oscura e le sue piante carnivore dagli occhi fosforescenti e nelle figure mostruose dei babbuini volanti.

E’, infine un film d’amore verso il cinema e verso la magia dell’illusione che è in grado di creare, un’elegia del “sense of wonder” sottolineato dall’uso, con reminiscenze steampunk,della scienza di Edison e del prassinoscopio, vera e propria arma finale nel conflitto che porterà alla conclusione dell’avventura. Le capacità di incantatore, prestigiatore e illusionista di Diggs, si riveleranno la nuova magia, la forza definitiva dell’evocazione e con un gioco di specchi, direttamente allo spettatore dotato di occhiali per il 3d, quando il nostro eroe, calza a sua volta, un paio di occhiali per assistere alle prove del suo più grande spettacolo. L’amore di Raimi per la settima musa, in questi guizzi creativi, palpita di passione mai spenta, ricordandoci di come il cinema sia una magia capace di trasformare un piccolo, imperfetto essere umano, in un grande e potente mago.

*Uso l’acronimo IGPO per abbreviare Il Grande e Potente Oz.

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2 thoughts on “Il grande e potente Oz, quasi una recensione

  1. magia e non stuporismo,vi è una grandissima differenza e penso che un autore decisamente attento al lato slapstick e irriverente del cinema sappia non cadere in quel trappolone eh
    spero di andare a vederlo

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