IL PAGANESIMO, LO ZIO MATTO


Sull’onda passata di Halloween e sulle solite,evitabili e in vero sempre più deboli critiche alla festa preferita da noi horrormaniaci, m’è venuta spontanea una riflessione sul rapporto sotterraneo che le nostre radici mantengono con le origini pagane di una parte consistente di feste, celebrazioni e ricorrenze che contraddistinguono la nostra vita. Poco importa se la maggior parte delle festività sono intitolate a santi e sante o comunque collegate obbligatoriamente alla religione cristiana. Scostiamo questa impalpabile ma coprente patina che sa d’incenso e costrizioni e sotto scopriremo un nocciolo piccolo, duro e pulsante di insopprimibile paganità. Il paganesimo nella nostra cultura è come lo zio matto che quasi ogni famiglia sembra possedere: un personaggio scomodo, eccentrico, fuori dalle righe ma indissolubilmente legato dal sangue, dalla parentela.

Gli esempi sono innumerevoli. Non ci vorrebbe uno smilzo post da blog ma un’intera enciclopedia. Limitatamente alla mia regione, il Piemonte, mi limito a commentare alcuni casi eclatanti, a partire dalla festa di San Giovanni a Torino.

E’ una classica festa solstiziale, celebrata a cavallo tra il 22 e il 23 giugno.
“La scelta cristiana di consacrare il 24 giugno a San Giovanni va vista in relazione alla natività di Cristo del 25 dicembre: ponendo l’Annunciazione nove mesi prima e basando l’interpretazione sulla testimonianza del Vangelo (Luca afferma che  Maria andò a trovare Elisabetta al sesto mese di gravidanza, nei giorni dell’Annunciazione), Ë stata stabilita la nascita del Battista, creando un dies natalis totalmente diverso da quello degli altri santi celebrati nel calendario (San Giovanni è l’unico santo di cui è festeggiata la nascita)”

E’ evidente l’intento del cristianesimo di sovrapporsi alla celebrazione pagana solstiziale, festività troppo forte e sentita dalle popolazioni locali per essere estirpata e quindi “adattata” alla nuova iconografia. Le celebrazioni solari sono rituali riscontrabili nella stragrande maggioranza delle culture umane. Gli antichi romani usavano lanciare il Lis Cidulis, generalmente una ruota intagliata di faggio, incendiata e fatta rotolare giù dai colli, riproponendo il ciclo discendente del sole. Ritroviamo quest’usanza in molte località italiane, sopratutto in quella nord orientale, sulle alpi carniche e sugli appennini del modenese. In Piemonte si ritrova meno ma il grande falò che viene bruciato a Torino è un evidente richiamo a una comune iconografia folkloristica, come anche le danze eseguite attorno a pietre magiche e gli auspici che la notte propizierebbe per la raccolta di erbe medicinali. Secondo antiche cronache (dal tono scandalizzato) ci raccontano anche di come le autorità ecclesiastiche piemontesi condannassero alcuni, smaccati atteggiamenti pagani che il popolino, sopratutto nelle campagne, aveva mantenuto in concomitanza con la festività, come l’usanza di rotolarsi nudi sull’erba madida di rugiada per guarire da malattie agli arti e dolori localizzati (!)

Scendendo tra le colline di Langa e Monferrato, inevitabilmente ritroviamo la tradizione dei falò sulle cime dei bricchi, celebrati egregiamente dal capolavoro di Cesare Pavese, La luna e i falò. Celebrata il 24 luglio è una celebrazione volta al propiziare le piogge, rinnovare e rivitalizzare la terra. Abbiamo quindi di nuovo la propiziazione per i raccolti, l’augurio delle fertilità, un legame saldo e simbiotico con la terra vissuta dalle popolazioni ( non a caso, in molta iconografia locale, San Giovanni è rappresentato come cristianizzazione di una divinità agricola)

“Ho girato abbastanza il mondo da sapere che tutte le carni sono buone e si equivalgono, ma è per questo che uno si stanca e cerca di mettere radici, di farsi terra e paese, perché la sua carne valga e duri qualcosa di più che un comune gioco di stagione.” diceva Cesare Pavese. In questo estratto, si percepisce il senso cosmico e universale che riusciva a dare alle realtà paesane, sottolinerando il legame ancestrale tra uomo e territorio che da noi riesce a sopravvivere ancora con una decisa caparbietà.

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