TUTTO & IL CONTRARIO DI TUTTO


Se tentiamo di riassumere tutte le affermazioni dichiarate dalla maggior parte degli esponenti della nostra classe politica, ci si ritrova fra le mani una sconcertante collezione di incongruenze. Tale tendenza ha carattere generale e interessa le rappresentanze di tutto l’arco parlamentare. Gli esempi sono molteplici ma alcuni li ritengo particolarmente indicativi dello stato di tensione più o meno sotterranea a cui si sta sottoponendo tutta la cittadinanza.

Cominciamo con un leit motiv tra i più ossessivi: le tasse. Le tasse in un paese dal quasi inesistente senso civico qual’è il nostro, sono un feticcio sul quale riversare una percentuale sensibile dell’odio e dell’ostilità che il presunto cittadino medio sfoga verso le istituzioni. Le tasse sono brutte, sono cattive, sono inique (adesso come adesso è obiettivamente vero, ma non per tutti) le tasse servono a pagare gli stipendi rubati degli statali imboscati e fannulloni, servono a mantenere una classe politica inetta e corrotta… Il problema però si snoda attraverso alcune considerazioni. In primis la principale causa dell’aumento delle aliquote nel nostro sistema fiscale è una percentuale bulgara di evasori fiscali, totali o parziali fa poca importanza. Paghiamo di più perchè troppi non pagano nulla di quel che dovono alla collettività. Chi ha sperticatamente basato il proprio messaggio politico ed elettorale sull’ossessivo “meno tasse per tutti” che è un mantra che periodicamente ricade sulle bocche di tutti, alla fin fine ha incoraggiato l’evasione e avvantaggiato, con un atto di implicita ingiustizia quelle categorie che hanno meno problemi economici. Una struttura legislativa scellerata ha fatto il resto. Depenalizzare il falso in bilancio è stato un po’ come lasciare aperta la dispensa del formaggio in una casa piena di topi. Se andiamo a studiare nel dettaglio le ultime misure intraprese sul versante del regime fiscale, ritroviamo astrusi meccanismi di prestidigitazione finanziaria che si risolvono con un relativo risparmio da una parte e un pesante prelievo dall’altra, come viene accuratamente spiegato in questo post del Keynes Blog che analizza un approfondito articolo di Domenico Moro su Pubblico.

Il Lavoro è un altro tema realmente pressante sul quale si sta creando una colossale contraddizione in termini. Sorvolerei sulla passata proposta di un grosso partito di governo, che voleva modificare l’art. 1 della Costituzione repubblicana, stralciando proprio la fondatezza del lavoro. L’idea era aberrante, dal mio personale punto di vista ma col senno di poi, comunque coerente con quello che è stato fatto. Anche col lavoro ci si riempono tutti la bocca. Le precedenti riforme dedicate l’hanno trasformato da inalienabile diritto del cittadino a merce, tendenzialmente sempre più a basso costo. Il monetizzare un diritto ne spoglia completamente l’essenza. Quella che doveva essere la prima fonte di sostentamento e dignità personale è diventato qualcosa di estremamente fluido, “flessibile”, appunto ma che nonostante le sperticate lodi che liberisti e neo-liberisti ne tessono, non ha fin’ora creato i vantaggi che gli venivano attribuiti. Gli sforzi costanti di demolire e rimuovere dalle aspettative di intere generazioni, la figura ormai mitica del “posto fisso” non stanno funzionando come ci è stato venduto ma hanno provocato delle conseguenze che alcuni strati elitari di cittadinanza auspicavano da tempo. Premettendo che non ho chiusure aprioristiche nei confronti di un mercato del lavoro “flessibile” ne ho invece davanti al lavoro precario, perchè c’è una gran bella differenza dall’aver la libertà e/o la possibilità di cambiare lavoro spesso senza aver troppe preoccupazioni di quanto tempo debba passare da un’assunzione all’altra; ben altro paio di maniche sono il non sapere se il mio contratto verrà rinnovato da una settimana all’altra, il non avere il diritto di ferie e/o mutua, il non avere nemmeno la certezza di contributi versati… insomma tutte quelle caratteristiche che in un sistema sociale civile e moderno dovrebbero costruire un minimo di “Welfare”, cioè di stato sociale. Perchè dietro tutto ciò, riesco a vedere soltanto un sistematico smantellamento dello stato sociale in favore di uno stato mercantile. Le uscite dell’attuale ministro del lavoro le considero paradigmatiche, indipendentemente dal fatto che si possano considerare fraintese o meno. Sulla questione, rimando doverosamente al blog Strategie Evolutive, qui.

Dal lavoro, passiamo all’altro grande feticcio nazionale: la famiglia. Tutti se ne fanno vanto e bandiera. La famiglia innanzitutto, proteggiamo la famiglia, promuoviamo la famiglia… Ora, facciamo un piccolo riassunto e usiamo come soggetto di prova un ipotetico cittadino: Piero. Piero ha 28 anni, una laurea in ingegneria gestionale con votazione alta, alcune esperienze in Inghilterra, Germania e Spagna. Parla molto bene l’inglese, ha un tedesco discorsivo, uno spagnolo un po’ più che scolastico. Sua madre è impiegata di banca, suo padre un perito elettronico che lavora in una fabbrica di elettrodomestici. Piero tenta di costruirsi un avvenire ma nell’ordine non riesce: a trovare una sistemazione stabile nel mondo del lavoro (per stabile non intendo fissa, occhio.) lavora in un call-center a 4/5 euro lordi l’ora con un contratto a termine di sei mesi. Dopo viene lasciato a casa e quindi prova a guardarsi attorno. Mentre tenta di trovare qualche impiego che magari coincida col titolo di studio faticosamente ottenuto grazie alle sue fatiche e ai sacrifici (economici e non) dei suoi genitori, si iscrive a un’agenzia interinale dove nell’arco di un anno si ritrova a fare: il magazziniere in un grande magazzino dell’elettronica, l’operaio generico in una fabbrichetta di stampati in materie plastiche e che dopo poco tempo chiude i battenti e va a riaprire in Serbia e l’addetto alle pulizie in una impresa di pulizie industriali, passando le notti a lavare le piastrelle di un macello. Ogni tanto lo chiameranno a qualche colloquio, dove si sentirà dire:” Eh, ma lei non ha esperienza diretta nel campo.” oppure “Possiamo prenderla per uno stage con rimborso spese di 300 euro al mese”. Facendo una media un po’ cafona, contandogli le monete in tasca, il nostro povero Piero guadagnerà mediamente 6/700 euro mensili, non sempre puliti e sopratutto non consecutivi lungo l’anno. Condizione ideale per mettere su famiglia, non trovate? Le banche faranno a gara a concedere un mutuo o un prestito personale a un risparmiatore del suo calibro. Naturalmente lui e la sua fidanzata (nelle stesse condizioni) avranno tutte le tranquillità necessarie per potersi sposare, mettere su casa e magari fare due o tre pargoli come raccomanda santa madre chiesa, tanto lei sarà a rischio licenziamento a ogni maternità e lui continuerà a sbattere testa e grugno nei labirinti del mondo del lavoro. Eppure abbiamo leader di partito inneggianti amore incondizionato per la famiglia (tanto che spesso ne hanno più di una.) predicano e incoraggiano (a parole) di farne, di famiglie, che sono il nerbo della nazione.

Dunque: mi togli la sicurezza del lavoro e quindi di un guadagno almeno minimamente costante però ti lamenti perchè: 1) non spendo e quindi i consumi e l’economia stagnano. 2)non mi sposo, non faccio figli e vivo fino a quarant’anni con mamma e papà perchè loro un lavoro un po’ più stabile ancora ce l’hanno o la pensione la percepiscono ancora. 3)si piange la fuga dei cervelli ma i cervelli che rimangono sono umiliati e parcheggiati negli angoli più angusti della nostra società.

P.s. qualcuno ha notato che quando si plaude a qualche grande risultato della ricerca, ad opera di ricercatori italiani, questi ci riescono quasi sempre e solo all’estero? Chiedersi il perchè?

Io mi domando a questo punto, per quanto tempo ancora bisognerà sorbirsi una classe dirigente che si preoccupa costantemente di gettarci fango addosso per poi lamentare pubblicamente che la gente è sporca.

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