ITALIA,ITALIANI E IL NON-SENSO DELLO STATO


Una piccola premessa: questo non vuole essere un post patriottico ne tanto meno nazionalista. Molto più obiettivamente, vuole essere una minima riflessione su quella che io definisco un’evidenza, ovvero di come lo spirito e il sentire degli italiani nei confronti della loro nazione è discordante e discontinuo e fondamentalmente diverso dal senso dello stato di molti altri paesi europei. Da questo presunto gap, ritengo nascano alcuni dei nostri problemi.

Il rapporto con le istituzioni e l’autorità è storicamente problematico. Il sentimento istintivo è di diffidenza quando non di aperta ostilità. La prima, immediata obiezione che mi viene mossa quando affermo ciò è, tra l’altro innegabile: le autorità sono a volte prepotenti e la pubblica amministrazione parassita e inefficiente. Ma da dove nasce questa spirale deleteria?

Cominciamo col dire che il nostro stivale ha subito dominazioni esterne (ed interne) da tempo immemore. La stessa dominazione romana, dai territori originariamente non latini era vista essenzialmente come un’invasione. Parlando di casa mia, i romani impiegarono circa 200 anni a romanizzare il Piemonte e pagando un prezzo di guerre e repressioni decisamente salato. Gli antichi liguri, la più antica popolazione pre romana che abitava le mie terre, possedevano un legame talmente stretto e atavico col territorio che, davanti alla prospettiva di una deportazione di massa, (tecnica che spesso e volentieri i romani utilizzavano)preferivano compire spaventosi suicidi collettivi.

Successivamente assistiamo alle invasioni barbariche, la dominazione longobarda, quella dei franchi ecc. ecc. Il popolo, la plebe vedeva continuamente nelle figure dominanti, altri, esterni, estranei.

Nella fase rinascimentale, quella che ancora adesso viene celebrata come la massima espressione dell’italica civiltà, abbiamo i comuni, entità piccole, circoscritte, affrancate dall’oppressivo sistema feudale grazie alla forza del commercio e del denaro anche se, andando a studiare un po’ di storia, si vedrà che mentre la struttura comunale in Francia, per esempio, vedeva realmente protagonisti mercanti e commercianti, nella penisola italiana, parte di queste classi erano composte da nobili feudatari che ribadivano la proprio autorità “cambiando giacca”.

Nel saggio di Riccardo Giumelli,  L’Italia compie 150 anni e gli italiani?  si evince di come, oltre a una serie di presupposti storici e sociali, la costruzione di un’identità comune è sempre stata viziata da una serie di parametri discordanti. L’identità nasce per contrasto, ” contro” altri anzichè “per” noi. citando il testo precedente, si legge questo passaggio:

Tutto ciò appare come un’identità di contrasto: sono in quanto non sono
come loro (Bechelloni 2003). Questo elemento lo si può ritrovare nel corso delle
guerre di indipendenza, caratterizzate più da un sentimento di liberazione
dallo straniero austro-ungarico, che da una forte volontà di unione nazionale.

Sorvolando sull’intreccio di interessi massonici, economici e strategici che han portato alla nascita del Regno d’Italia, vediamo tra i protagonisti potenze straniere (Inghilterra in primis) il Regno di Sardegna, che comunque era un regno a se e la percezione degli altri, nei suoi confronti era comunque di uno straniero e un manipolo di intellettuali e militanti. Ecco un punto focale. L’idea di un’Italia unita cala dall’alto e non è un sentimento collettivo ma un alto concetto intellettuale, retaggio di una minoranza. Manca, alla fin fine quell’ampio, esaltante respiro popolare che ha avuto, per esempio la Rivoluzione francese che, è vero, anch’essa ha avuto figure intellettuali di riferimento ma alle spalle aveva le masse popolari. Nel nostro caso, invece ritroviamo sempre una minoranza: Mazzini, Garibaldi e i mille… Il Risorgimento è una fase controversa, giustamente revisionata e de mitizzata ma al contempo strumentalizzata costantemente in ottiche localistiche e anti nazionali.

In una frase tanto sfruttata quanto reale, Massimo d’Azeglio dichiarò Fatta l’italia ora dobbiamo fare gli italiani. Un primo devastante tentativo si ritrova nella prima guerra mondiale ma ottocentomila caduti sembrano aver creato più rancore e risentimento che amor patrio. Il Fascismo tentò di instillare un nazionalismo esasperato, con i risultati che la storia ci ha raccontato e l’altro grande evento che avrebbe potuto contribuire a rafforzare un’identità nazionale, la Guerra di Liberazione e la successiva fondazione della Repubblica, si è ritrovato, col tempo, a subire un analogo destino a quello del Risorgimento, ovvero da una doverosa revisione a una detrazione viziata da partigianeria politica.

Quindi, lo scarso senso dello Stato negli italiani nasce dall’assoluta mancanza di immedesimazione. L’assunto democratico principale, secondo il quale lo Stato siamo Noi, nell’immaginario collettivo è fondamentalmente assente. Lo Stato è un altro, lo Stato è quello che tassa, quello che pretende, quello che punisce. La politica dell’ultimo ventennio non ha aiutato. Un ex Presidente del Consiglio,  aveva definito egli stesso lo Stato come un Moloch che opprimeva il cittadino.

Se andiamo a prenderci la briga di andare a vedere le varie concezioni filosofiche dello Stato, da Platone a Hegel, ritroviamo alcune discordanze ma in tutti i casi, ogni definizione non riesce calzare sullo scenario nazionale. Hegel per esempio vedeva lo Stato come entità etica, incarnazione della moralità sociale e del bene comune, per Platone, dove Stato e Giustizia erano intimamente legati, La giustizia viene allora identificata proprio con l’equilibrio, con la capacità di ciascuno – e di ciascuna classe presente nello Stato – di svolgere bene il proprio compito. Ma per fare questo è necessaria la massima consapevolezza dell’identità fra l’interesse proprio e l’interesse dello Stato.

La strada da percorrere è ancora lunga, ardua e difficile, minata da una serie di tare  che soltanto una profonda rivoluzione culturale potrebbe risolvere. Finchè il senso di comunanza e appartenenza viene suggellato dalle partite della nazionale, la maturità della nostra nazione è ben lungi da compiersi.

P.s. il post è da considerarsi anche come un’introduzione a parte dei concetti che intendo sviluppare nel mio prossimo romanzo.

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