LA MONTAGNA DEI MISTERI


Un breve ma significativo scambio di considerazioni con Alessandro Girola, il mio modello ideale di blogger, ha risvegliato in me l’intento di dedicare qualche post agli aspetti più mysteriosi (la y è totalmente voluta) del Piemonte la mia terra, ispiratrice delle trame dei libri che ho scritto fin’ora. Gentilmente ospitato sul suo celebrato Blog, questo è il risultato del reciproco stimolo.
A scavare e studiare si scopre che ogni angolo del mondo abitato dall’uomo è terra di misteri e arcani ma sullo scacchiere nazionale, il Piemonte è particolarmente ricco e votato. Si tratta di un territorio geograficamente piuttosto ben caratterizzato, circondato per tre quarti dall’arco alpino; una grande regione da una certa, affascinante eterogeneità di paesaggio con monti e laghi, pianure e colline. Il suo passato pre-romano ha visto l’incrociarsi di popolazioni dalla storia oscura, come gli antichi liguri e mitica, celti e galli. E’ quel piccolo regno la cui capitale, Torino è anche importante polo magico, sia nel campo della magia bianca che di quella nera, è la terra delle Masche, degli alchimisti, di strane creature, di santi e di diavoli. Le presenze esoteriche si sprecano. In Piemonte hanno collocato il Sacro Graal, croci fiammeggianti, ponti diabolici e vi han dimorato figure note a occultisti ed esoteristi, dal conte di Cagliostro ai Rosa Croce fino a Rol.Una terra con una spiccata vocazione all’ineffabile.
Uno dei luoghi che sembra condensare la maggior parte di queste caratteristiche è il Monte Musinè
Il Musinè è una delle montagne più vicine a Torino, tra i 12 e i 25 km a seconda del punto della città che si prende come riferimento.
Il nome Musinè viene generalmente considerato una contrazione del piemontese monte degli asini (Mont Asinè), ma è un luogo comune tanto diffuso quanto sbagliato; l’origine storica del nome è ben diversa. Numerose attestazioni in documenti medievali lo indicano come mons Vicinea (in un documento del 1020), Vesenius (intorno al 1150), Vesinerius (nel 1208), Vixinerius (nel 1302): varianti di un unico termine derivato da vicus (= villaggio); il mons Vicinea era cioè la “montagna del villaggio”, e il suo nome ricorda un’antica organizzazione (forse già di età romana) di una comunità che vi esercitava diritti di uso su terre comuni. L’espressione “monte Asinaro” compare in documenti d’archivio ai primi del Settecento; ma accanto ad essa si trova spesso la voce “Musinero”, che è lo sviluppo volgarizzato della denominazione medievale, mentre “monte Asinaro” è probabilmente il risultato di un’interpretazione pseudoerudita che cercava di spiegare l’etimologia di “Musinero” senza conoscerne (o senza saperne riconoscere) l’antecedente medievale. Svetta dai suoi 1150 m.s.l.m dalla punta più orientale dello spartiacque delle Alpi Graie, tra la Dora Riparia e Stura di Lanzo. Tutto attorno, il Musinè è circondato da elevazioni satellite, tra le quali segnalo un evocativo Monte Calvo e Sant’Abaco, coll’omonimo santuario. La zona risultava abitata già dal neolitico, alcuni ritrovamenti di insediamenti in prossimità di antiche cave di magnesite e alcuni inquietanti siti rituali sono invece datati intorno all’epoca del bronzo. Leggenda vuole che vi fosse stato esiliato Re Erode per espiare la sua strage degli innocenti.
Secondo alcuni, nel 312, proprio sulla vetta del Musinè sarebbe apparsa, alla vigilia della battaglia di Torino (i campi Taurinati) a Costantino I la croce fiammeggiante recante la scritta HOC SIGNO VINCES (con questo segno vincerai). In base a quest’esperienza, Costantino I si sarebbe in seguito convertito al cristianesimo.
Luogo profondamente spirituale secondo una certa iconografia cattolica.
Lungo le sue pendici, in località Torre della Vigna è possibile rinvenire numerose coppelle, curiose conche artificiali, scavate nella roccia e risalenti probabilmente al periodo celto-ligure. Non è chiara la loro funzione, la tesi più accreditata e macabra vuole che servissero a raccogliere il sangue dei sacrifici umani. A una ricognizione aerea, si è scoperto che la disposizione delle coppelle richiama la struttura delle principali costellazioni celesti dell’emisfero boreale: la Croce del Nord, l’Orsa Maggiore, l’Orsa Minore, Cassiopea, Boothe e le Pleiadi oltre ad altre delle quali non si sono riusciti a trovare riscontri.Coppelle e canali, se riempiti di olio o grasso animale e poi incendiati, forniscono una mappa luminosa spettacolare, visibile anche da grandi distanze. Un po’ tutto attorno si possono rintracciare iscrizioni rupestri e strutture megalitiche. Secondo alcune interpretazioni, attribuiscono alle coppelle la funzione di abbeveratoi per gli animali, volute da San Francesco e una teoria più pagana che le vuole come recipienti per misture e pozioni create dalle fate. Sembra che sia riscontrabile una costante ripetizione di simboli solari: dischi, fasi e animali che al sole, sono richiamo in numerose culture: serpenti, serpenti alati e draghi. Proprio riguardo i draghi, una leggenda che ne vede uno protagonista, interessa proprio il Monte Musinè. Secondo il mito locale, tra le viscere del Musinè si trova un intrico di tunnel e grotte, tesi suffragata dal fatto che il monte era in origine un vulcano;dunque, un drago d’oro monterebbe a guardia dell’accesso di una di queste grotte, a difesa dei tesori e del mago che l’avrebbe abitata. Un giovane del posto, lo spavaldo Gualtiero, avrebbe sfidato la paura dei paesani verso il luogo e si sarebbe avventurato per esplorare la grotta ed eventualmente, cercare un po’ di ricchezza tra i tesori custoditi. Il Mago, vistosi scoperto, sarebbe infine fuggito in cielo su di un carro dalle ruote fiammeggianti. Una versione alternativa vuole invece che lo stregone avesse abbandonato il Musinè in groppa al drago. Una variante più particolareggiata racconta invece che Gualtiero non sarebbe calato da solo nella grotta del mago, bensì in compagnia di alcuni giovani ardimentosi. Scoperto il mago nel suo antro, questi avrebbe mostrato loro una visione futura del mondo, proiettata sulla superficie di un lago sotterraneo. Visione che, a quanto pare impressionò sfavorevolmente i ragazzi sull’avvenire venturo, con armi di distruzione potenti e terribili. Dopo il niente affatto rasserenante lascito, il mago avrebbe abbandonato il rifugio sul consueto carro fiammeggiante, scortato da due grifoni.( fonte: Magia e leggende in Val di Susa di Antonio Zampedri, Susalibri.)
Inevitabili le interpretazioni ufologiche del racconto.
Un interessante richiamo ai tesori custoditi nelle viscere del Musinè avrebbero ritrovato un riscontro oggettivo nel ritrovamento nei pressi di San Abaco di un sasso di forma tondeggiante e color grigio, contenente sensibili tracce di minerale aureo e una pietra dura, delle dimensioni di una noce, nera e lucidissima. A seguito di una serie di esami più approfonditi, si giunse alla conclusione che si trattava di una varietà di diamante rarissima.
Secondo studiosi di discipline esoteriche, il Musinè sorgerebbe in corrispondenza di una grossa linea ortogonica, cioè il tratto di una ragnatela di correnti energetiche che attraverserebbero il globo. Nei punti nodali e d’intersezione di tali linee, sarebbe possibile riscontrare tutta una serie di fenomeni e manifestazioni anomale e in questo, il monte Musinè, sembra rispettare tutti i parametri. La zona rientra in un cono d’ombra dovuto a una costante interferenza che oscura le trasmissioni radio, tanto che il volo sul tratto del monte è notoriamente considerato problematico dai piloti.
Secondo alcuni parapsicologi, permanere nella zona amplificherebbe le percezioni extrasensoriali.
Interessante, segnalare che nel 1973, in prossimità della cima, vicino alla croce, era stata rinvenuta una lapide metallica recante la seguente iscrizione:”Qui è l’ultima antenna dei sette punti elettrodinamici che, dal proprio nucleo incandescente vivo, la terra tutta respira …”
Seguiva un elenco di entità “magiche” operanti sul monte, tra cui Gesù, Maometto, Confucio Abramo, Buddha, Gandhi e via dicendo.
La lapide conteneva inoltre un invito:
“Pensateci intensamente. Pensiero è costruzione”. La lapide come era comparsa, svanì dalla vetta cinque anni dopo. Nel 1984, un gruppo di esoteristi torinesi ne posò una seconda copia, stavolta cementandola alla base del crocifisso.
La zona attorno al Musinè è totalmente priva di vegetazione e anche in tempi recenti, nonostante ingenti investimenti da parte della regione e l’attività del corpo forestale dello stato, ogni tentativo di rimboschimento è risultato vano.
Fin dal primo Medio Evo, era credenza diffusa che tale aridità di paesaggio fosse la conseguenza delle irradiazioni originate dal passaggio continuo di anime dannate. Tale leggenda sembra nata intorno all’anno 966, quando sopra i cieli della zona, si sarebbero verificati fenomeni luminosi prodigiosi, testimoniati anche dal vescovo Amicone, giunto in Val Susa per consacrare la Sacra di San Michele. Inutile aggiungere che in tempi moderni, gli avvistamenti di UFO sono stati molteplici. Negli anni ’70 sull’ondata di crescente interesse verso l’ufologia, lo scrittore Peter Kolosimo citò il sito del Musinè nel suo “Astronavi nella preistoria” in relazioni ad alcune iscrizioni che richiamerebbero clamorosamente figure stilizzate adoranti oggetti volanti circolari. Analoghe considerazioni sono riportate negli scritti dell’ufologo e filosofo francese Aimè Michel. Oltre a ciò, stranamente erano osservabili stilizzazioni di animali incompatibili con la posizione geografica del luogo, specialmente le immagini di giraffe, animali che nemmeno in epoca neolitica era riscontrabile in zona.
Proseguendo la consultazione delle antiche cronache locali, si ritrova nella zona del Musinè un compendio della maggior parte dei fenomeni paranormali citati dagli esperti del campo: Nel ‘600/’700 si legge di licantropi, sabba, cori, voci o canti demoniaci che si propagano inspiegabilmente nell’aria.
In conclusione, un luogo così palpitante di storie e leggende, fatti e cronache è destinato ad alimentare progressivamente il proprio mito; dove la cronaca e la fantasia s’incontrano così spesso è arduo se non impossibile distinguere realtà documentate a sfrenate speculazioni ma in fondo, anche di questi contrasti, si nutrono i misteri.

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