Auguri alla balena!



Il 18 ottobre 1851 veniva pubblicato per la prima volta MOBY DICK di Herman Melville. Romanzo di una modernità potente, per l’epoca (considerate che è contemporaneo dei Promessi Sposi) l’avevo incontrato per la prima volta sotto forma di lettura scolastica, in una versione condensata e semplificata che non mi aveva immediatamente coinvolto; da questo, avevo in seguito evinto che il romanzo è un corpo che ha senso solamente se integro. Successivamente, l’odissea del capitano Achab e della sua archetipica ossessione aveva incrociato la mia infanzia in una classica serata con la famiglia riunita davanti al totem della TV, assistendo al film tratto dal romanzo. Moby Dick-La balena bianca è un’interessante produzione del 1956, diretta da John Huston e sceneggiata da Ray Bradbury, con l’intensa interpretazione di Gregory Peck, che dona al suo Achab un’austerità rigida e solenne che lo rende simile a un intransigente padre mormone. Proprio la trasposizione da media cartaceo a media cinematografico penso che rappresenti la modernità di Moby Dick, una storia profonda, con molteplici e variegati piani di lettura e quindi di interpretazione e non mi sembra per niente casuale che la sceneggiatura sia stata affidata a un autore di SF come Bradbury.
Per che volesse togliersi lo sfizio:
Il completamento del mio rapporto con Melville e il suo capolavoro si concretizzò con la lettura (e successiva appassionata rilettura) della versione integrale del romanzo, nella pregevole traduzione di Cesare Pavese. Moby Dick è una storia epica e possente che tocca il rapporto conflittuale dell’uomo con la natura, la vendetta contro l’ineluttabilità, il capovolgimento degli stilemi classici, dove il bianco, normalmente colore virginale e puro diventa l’espressione di una paura travolgente e inderogabile e nello stesso tempo, il sottolineare una sorta di incontaminata innocenza nell’inafferrabile e titanica figura della balena. La lucida follia di Achab è l’impotente e disperata condizione umana dopo la propria perdita, quando gli esseri celesti si ribellarono a Dio e il cosmo cadde nel male. La visione teologica di Melville è mediata da un atteggiamento ambiguo nei confronti di “giusto” e “sbagliato”. C’è qualcosa di lovecraftiano nella visione di creatura immensa e, appunto “cosmica” come viene evocata dalle pagine immense del romanzo. Prendiamo per esempio questo piccolo estratto, eccelso:

“(…) ma d’improvviso, scrutando giù negli abissi, vide al fondo un punto bianco vivente (…) che veniva su con rapidità prodigiosa e ingrandiva salendo, finché si volse e si videro allora, ben chiare, due file storte di denti bianchi, scintillanti, sorgenti dall’abisso imperscrutabile. Era la bocca aperta e la mandibola ricurva di Moby Dick (…)

C’è drammaticità, epica, solennità. La balena è descritta come una sorta di eburneo leviatano (o Chtulhu?) pronto a inghiottire nell’oblìo qualunque cosa gli si pari innanzi.

Se noi consideriamo Moby Dick, che ha la mandibola obliqua e si muove obliquamente sul mare, come un simbolo cosmografico della struttura portante del Cosmo, che è quella dell’eclittica, appunto obliqua, perché formante un angolo rispetto al piano di circa 23,5° e connessa alla struttura dell’asse terrestre, allora comprendiamo che i versi descrivono in chiave allegorica la rotazione precessionale e oscillatoria dell’asse terrestre che descrive il doppio cono, cioè il vortice di Moby Dick in rotazione che ricorda la figura di un cono, il cui mulinello non può che macinare nell’ambito della narrazione di riferimento dolore e vittime nell’ambito umano, perché l’Uomo è vittima della degenerazione iniziale del meccanismo cosmico.

(Giorgio de Santillana,docente di storia della scienza al Massachussets Institute of technology. Tratto da un’analisi di Giuseppe Badalucco per Edicola web)

Questo è solo un’esempio della complessità estrapolabile dalla scrittura di Melville, nella cui stesura, l’autore, sicuramente fece trasparire le sue esperienze di uomo di mare, effettivamente imbarcato su una baleniera nel 1841.
La dimostrazione di come l’esperienza di una vita diventa materia d’introspezione universale, quando l’autore, con la sua scrittura, plasma l’arte delle parole con risultati immensi.
Non mi resta altro che rinnovare i miei più affettuosi auguri a uno dei romanzi della mia vita, invitando tutti a recuperare o scoprire questo caposaldo della letteratura mondiale.
Tanti auguri, balena.

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