La sorella sfortunata



Facciamo finta che il Piemonte sia un padre severo e austero che nulla concede se non lo stretto indispensabile e le sue città, delle figlie; ognuna col proprio carattere, vita e personalità.

Torino sarebbe la maggiore, bella ma compunta, razionale, seria e un pò pedante; Cuneo la secondogenita che guardava alla prima come un esempio, una volta ma sembrava priva della sua aristocratica raffinatezza: una ragazzotta florida, semplice e lavoratrice; col tempo si affranca dalla capitale, diventa sofisticata e indipendente: vive di propria grandezza. Novara e Vercelli le immaginiamo come due gemelle, così simili e così individualiste, un occhio verso la Lombardia, Novara; un occhio spinto a nord, Vercelli. Poi c’e Alessandria, un po’ snob, sofisticata, cosmopolita come nessun altra, in Piemonte e Asti.

Asti è la sorella senza fortuna, l’anima inquieta che non aveva ancora trovato se stessa, sposata male, e sempre alle prese con triboli vari. Quella che se si può, si evita di invitare e che se si incontra, si cerca di sbrogliare via, in fretta e furia, per non sentire lamentele e progetti che mai vedrà realizzati. Asti, diventata provincia per un capriccio di regime, con i suoi comuni che non l’hanno mai amata perché non ne hanno mai avvertito ne il ruolo ne l’autorevolezza ; Asti, che aveva subìto con un inaspettato smarrimento le massicce immigrazioni dal meridione d’Italia, perdendo quasi la propria identità e che ora arrancava, dopo che il cordone ombelicale con la FIAT era stato bruscamente reciso dall’avanzare inesorabile e spietato della globalizzazione, dell’avvicendarsi dei cicli economici e sociali. Asti, che guardava ad Alba con quel misto di invidia, ammirazione e suggestione, una cittadina che tanto sentiva vicina quanto la corteggiata desiderava la sua distanza.

Perché Asti è tutto questo e molto altro ancora, una città non priva di valori e potenzialità. Il suo centro storico è uno dei più belli di tutta la regione eppure c’è sempre una vaga, scomoda aura di incapacità e imbranataggine agli occhi delle altre sorelle. Chi ci vive e la conosce, parla sempre di Asti come di un grosso paese e non di una città. Tantissimi astigiani, tra cui inserisco anche il sottoscritto, hanno radici nelle campagne circostanti, nelle vigne e nei paesi distribuiti tra Langhe, Monferrato e Astigiano propriamente detto. E’ una città con una popolazione sempre più eterogenea ma che nonostante tutto riesce a mantenere alcune peculiarità squisitamente, tragicamente piemontesi: la chiusura, una certa indolenza che non è pigrizia quanto una sottile forma di accidia, un conservatorismo caparbio che me la fa vedere come una incarnazione urbana, di pietre e mattoni e cemento di Oblomov, l’antieroe di Goncarov, il simbolo dell’incapacità di adattarsi all’evolvere dei tempi.

Asti è stata una gran signora nel passato, un libero comune tra i più potenti e ricchi d’Europa tanto che i banchieri astigiani facevano strenua concorrenza agli ebrei nel prestito di denaro a ricche famiglie e teste coronate. Verso il XV secolo, in Belgio, dare del “Faletto” a qualcuno era considerato grave insulto, ovvero dargli dello strozzino e Faletto era un tipico cognome astigiano.

Io ad Asti ci sono nato e cresciuto, vi ho vissuto per trentacinque anni, prima di ritornare tra le colline materne di Costigliole d’Asti ; sarà l’occhio parziale di chi ha considerato un posto la propria casa per così tanto tempo ma mi sento di difenderla, anche con i suoi difetti, anche con le sue incapacità. Ho lavorato un po’ per tutto il Piemonte, nella mia travagliata esistenza professionale e ovunque, fuori città, ne usciva un quadro desolante. Sorvoliamo l’antica rivalità con Alessandria ma anche solo frequentando i centri abitati più prossimi, come Nizza Monferrato oppure Canelli, ecco lì si respira quasi un odio verso la città, una sorta di insofferenza e fastidio. Come anticipato, Asti è diventata capoluogo di provincia nel 1931, su iniziativa del regime fascista. Una provincia totalmente artificiale, assemblata strappando comune su comune alle provincie limitrofe, tanto che ancora adesso, pochissimi comuni astigiani vedono il loro (ormai ex) capoluogo come riferimento. Una città in crisi d’identità quindi? Forse. Sicuramente una città scoraggiata, una città che sembra crogiolarsi nella sua ignavia, come un animale chi si mette rincantucciato nella tana a leccarsi le ferite.

Post critico e meditabondo, ispirato dal alcune considerazioni stimolate da un post di Davide Mana e forse troppo tendente al localismo ma mi chiedo anche quante altre realtà in giro per l’Italia si ritrovano in condizioni simili, perchè in fondo, com’è Asti in Piemonte, mi sembra sia un po’ l’Italia, in Europa.

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2 thoughts on “La sorella sfortunata

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