L’Isola degli Uomini superflui


L’Isola degli uomini superflui è quel tipico esempio di letteratura contaminata che viene genericamente considerata “noir”. In questo caso, l’avverbio è d’obbligo perchè, oggi come oggi, l’aggettivo “noir” viene utilizzato un po’ a sproposito, come un condimento buono un po’ per tutte le pietanze, dimenticando che, da un punto di vista squisitamente tecnico e letterario, il genere possiede dei codici e delle regole piuttosto ben caratterizzate. Il romanzo di Giacobini, in effetti, rispetto a tante altre produzioni che vengono incluse in questo calderone, tende a utilizzare una percentuale di tali stilemi, superiore alla media ma ci aggiunge alcune, rilevanti caratteristiche che ibridano non poco il romanzo e me l’hanno fatto apprezzare. Riportando la sinossi, introduco il libro: “In un angolo remoto della più grande foresta del pianeta un potente uomo d’affari ha creato un vero e proprio luna-park della morte: l’Isola. Sborsando ingenti cifre, miliardari di ogni parte del mondo possono accedervi per uccidere o torturare, impunemente, uomini all’uopo catturati e tenuti segregati. La vicenda è narrata direttamente dal protagonista, il Capitano, braccio destro del creatore dell’Isola, uomo cinico e ambiguo che ha abbandonato il mondo civile per mettersi al servizio del male e della morte, grande organizzatore delle sconvolgenti attrazioni messe a disposizione dei clienti di quel folle parco dei divertimenti.” La storia è narrata con una scrittura secca ma non banale, l’uso della prima persona che non da vie d’uscita, immerge totalmente il lettore nella vicenda. Le atmosfere mi hanno ricordato certe storie di Fleming, con un esotismo che dissimula la fascinazione dei luoghi con l’inferno che gli uomini sono in grado di crearsi ovunque. Proprio il contrasto tra l’inferno in terra costruito in un paradiso incontaminato è una dimensione che riporta a Rousseau e che lascia intendere le ambizioni di chi l’ha scritto. Gli “uomini superflui” sono inevitabilmente gli ultimi tra gli ultimi, i poveri, i disperati, i paria del terzo mondo che il sistema capitalistico, del quale il fondatore dell’Isola ne è la sfacciata rappresentazione, vede esclusivamente come merce. Il passo degenerativo però è nel concetto di base che sta nel destino dei superflui perchè la loro vita non ha più un valore, neanche simbolico. E’ la morte, la cessazione di un’esistenza inutile e improduttiva l’unica moneta di scambio che possono inconsciamente offrire. Chi si reca sull’Isola per cacciare, seviziare, torturare o smembrare un essere umano, non compra la vita ma la morte. Una barriera definitiva dove anche l’ultimo rifugio viene mercanteggiato. Il protagonista, il Capitano è un uomo che ha stoicamente accettato tutto ciò nel nome di un benessere del quale ne gode solo parzialmente. Il protagonista, malgrado la sua intelligenza e i suoi momenti di tormento interiore, è schiavo volontario di un sistema al quale, infine, non vuole rinunciare. In questo, il Capitano è uno specchio inquietante nel quale ognuno di noi può specchiarsi. .

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