BOOMSTICK AWARD (II)

In quattro anni che esiste il Boomstick award, dalla fervida mente di Germano Hell greco ( Book and negative) sono riuscito nonostante tutto a riceverlo per due di seguito e per uno come me, che da grande vuole fare lo scrittore e prova anche, non pago, a fare il blogger è un risultato del quale non andarne semplicemente fiero ma anche orgoglioso. Considerando la desolata discontinuità che contraddistingue la mia attività sul blog, è un risultato ENORME e di tanta magnanima generosità e considerazione non posso che ringraziare con lodi sperticate la mia sorellina putativa Lucia Patrizi (Ilgiornodegli zombi) e Marco Siena (Prima di svanire).

Salamelecchi a parte, come avevo già accennato, questo è lo spirito col quale ricevo il premio:

ed ora passiamo al rituale:

1 – i premiati sono 7. Non uno di più, non uno di meno. Non sono previste menzioni d’onore

2 – i post con cui viene presentato il premio non devono contenere giustificazioni di sorta da parte del premiante riservate agli esclusi a mo’ di consolazione

3 – i premi vanno motivati. Non occorre una tesi di laurea. È sufficiente addurre un pretesto

4 – è vietato riscrivere le regole. Dovete limitarvi a copiarle, così come io le ho concepite

Di seguito, i sette designati dal sottoscritto:

1) Il giorno degli zombi, di Lucia Patrizi:

  • Perchè tiene alto il vessillo dell’horror
  • Perchè ha una scrittura alta senza rinunciare ai mostri
  • Perchè è mia sorella putativa e me ne frego delle accuse di nepotismo!

2) Non quel Marlowe, di Lucius Etruscus:

  • Perchè racconta un universo di citazioni e generi che sento anche mio
  • Perchè non si può amare un Marlowe bibliofilo
  • Perchè con lui il pulp non muore mai

Bibolottymoments, di Elena Bibolotti

  • Perchè è una scrittrice capace, coraggiosa e intelligente
  • Perchè il suo blog non ha peli sulla lingua
  • Perchè servono persone come lei in questo mondo ipocrita

Karavansara, di Davide Mana

  • Perchè nemo profeta in patria
  • Perchè è un inguaribile, nostalgico uomo d’altri tempi, un po’ come me
  • Perchè è troppo dannatamente in gamba per questo sgangherato paese

Alice in writing, di Alice in writing

  • Perchè ama la letteratura come pochi
  • Perchè nel suo blog mi sento a casa
  • perchè parla di cose che ci toccano da vicino con competenza e cognizione di causa

Red Jack, di Alessandro Mana

  • Perchè il suo è un lavoro enciclopedico unico
  • Perchè il fratello di un amico è a sua volta mio amico
  • Perchè così eleva il concetto di bloggin

Strategie evolutive, di Davide Mana

  • Perchè mi manca maledettamente il suo blog
  • Perchè nonostante la chiusura rimane imbattuto
  • Perchè spero che ritorni

Bòn.

Vai a prendere una stella, di Marco Siena

Sinossi, dalla pagina Amazon dell’ebook:

Gianni Davoli vuole passare un weekend con la figlia, portandola in campeggio sul fiume. Ma qualcosa è in agguato nelle campagne: una comunità isolata che rapisce i figli degli estranei.
Ma i membri di questa comunità non sanno che Davoli è un agente della Fondazione Licht, e agirà subito per riprendersi sua figlia.

Nuovo episodio della serie Fondazione Licht, questa volta ambientato in Italia, e che ha come co-protagonista Konopski, arrivato per raccogliere la testimonianza di Davoli.

Marco Siena a mio modesto parere è uno dei nomi di punta di quel cartello di autori prevalentemente autoprodotti che spesso e volentieri leggo e segnalo su questo mio personale taccuino. Assieme a nomi come Alessandro Girola, Davide Mana, Lucia Patrizi e diversi altri, Siena scrive e lotta per la letteratura di genere in un paese che legge sempre di meno, scrive sempre peggio e s’impoverisce culturalmente ogni giorno che passa.

Onore ai difensori, dico io, che nel mio piccolo, partecipo all’impari conflitto ma veniamo al libro in questione. E’ la prima novelette dedicata alla Fondazione Licht che leggo e la scoperta è stata piacevole. La prosa di Siena si è evoluta nel tempo e ogni volta la trovo migliorata. L’Autore sta maturando e mi sembra che la trasformazione del suo stile sottolinei una maggior consapevolezza delle sue capacità. Ritorna l’Emilia profonda, contadina e arcana, quell’Emilia dalla quale è nato quel Gotico Padano che l’arte di Pupi Avati ha sdoganato con capolavori del cinema di genere come La Casa dalle finestre che ridono e Zeder

Abbiamo così un sano, robusto horror padano narrato col piglio di un action ma non scevro di suggestioni evocative ed efficaci. Lo stile è snello, fluido, privo di fronzoli; l’avventura di Gianni Davoli e il duro Konopski si legge tutta d’un fiato e rinfranca facendo ritrovare al lettore la perfetta definizione di “letteratura d’intrattenimento” ma nonostante tutto, qualche passaggio ci ricorda che chi scrive, scrive anche per dirci delle cose e qualche angolino più profondo, dedicato alle riflessioni di quel che può essere la paternità, inevitabile emerge, rendendo il libro sostanzioso e schietto come un buon bicchiere di Lambrusco.

Agenti dotati di poteri magici, maghi, entità soprannaturali cupe e terrificanti, annidate nel buio degli scantinati di sperdute cascine, comunità escluse dal circuito del vivere civile, gli ingredienti ci sono tutti, ben dosati ed equilibrati.

Leggetelo e divertitevi.

Il Colosso addormentato, di Samuel Marolla

Sinossi dalla pagina Amazon dell’ebook.

Fabio Angotti, archeologo e ufficiale dell’esercito, viene ingaggiato dai servizi segreti militari per una missione speciale in Afghanistan: in un’immensa grotta gli Alpini hanno scoperto un reperto archeologico che potrebbe cambiare la storia, un misterioso gigante di pietra alto trecento metri e costruito da una civiltà sconosciuta. Fabio si ritroverà isolato in una base sperduta fra le montagne nel nord dell’Afghanistan, sotto attacco dei Talebani, e al comando dello psicopatico colonnello Tam… nemici veri e immaginari iniziano a confondersi e a rendere labile il confine fra la realtà e l’incubo; le ombre e i sussurri nella notte si trasformano in terribili pericoli; gli Alpini divengono vittime di allucinanti mutazioni; infine, una bufera di neve si abbatte su Campo Polifemo, intrappolando i soldati italiani in balia di forze oscure e violentissime. E su tutto l’orrore che si scatenerà regna imperscrutabile, eterna, aliena, la mastodontica sagoma del Colosso Addormentato…

Parlare di narrativa horror pura, oggi diventa sempre più difficile e anche problematico in un paese grottesco e culturalmente squilibrato come il nostro e lo affermo arrogandomi il diritto di parlarne con quel minimo di cognizione di causa, portata dal fatto che anche il sottoscritto lotta, sgomita e suda per scrivere narrativa di genere. Da noi, horror è brutto; a meno che non sia trasformato e patinato in qualcosa fruibile da un pubblico adolescenziale (cosa volete, son ragazzi…) e l’unico intento alla fine è quello di disinnescare un genere che dell’inquietudine, della catarsi, della paura come sentimento esorcizzante e fondamentalmente sano, ne fa cifra stilista e filosofica. Per questo e molti altri motivi,quando leggo Samuel Marolla mi ritrovo un po’ a casa e oltre al piacere di una lettura ricca di suggestioni si riaccende quel barlume di luce contro il buio pneumatico che è lo scantinato nel quale si tende a relegare l’horror nostrano.

Il Colosso addormentato è una vicenda cupa. Una storia che ci porta su uno scenario drammaticamente attuale e dove all’orrore di una fase storica tragica, dove la polveriera afgana è crogiolo delle paranoiche paure di questo nuovo millennio; si sovrappone un orrore sotterraneo e antico. Una presenza a suo modo speculare che chiude un cerchio che abbraccia tempo e spazio. Gli ingredienti sono quelli tradizionali di un buon horror moderno, c’è il mistero della scoperta, i servizi segreti che hanno mire imperscrutabili, un anti eroe con vita difficile che accetta l’incarico un po’ per forza di cose un po’ per ambizioni personali; ci sono i militari, che sono un elemento che riesce a dare un sapore tutto particolare alle storie horror (vedi La Fortezza di Paul Wilson oppure Dog Soldiers di Neil Marshall)

Il Fob Polifemo, il presidio delle nostre Forze Armate al sito archeologico dal quale si scoperchia l’orrore, occupato da un reparto di Alpini, non può non rimandare alla nostra memoria cinefila, che alla base artica de LA COSA di Carpenter ma questa non è altro che la più scontata e banale delle citazioni più o meno volontarie che si ritrovano nel romanzo. La figura del colonnello Tam possiede tratti della lucida follia del Kurtz di coppoliana memoria; mentre tutto il libro è attraversato da quell’anima di nero terrore cosmico alla quale il fantasma di Lovercraft nessuno sfugge ma che Marolla sa rendere moderna e sempre fresca nella sua potenza evocativa.

L’orrore del Colosso Addormentato diventa inevitabilmente metafora, al di là del bagaglio citazionista e delle suggestioni di uno stile complesso, magmatico, con una scrittura che sembra partire come un classico action, secco ed essenziale e man mano si complica, s’accumula in pensieri, paure, sensazioni ed evocazioni che costruiscono un incubo diffuso e dilagante, che consuma e ingloba ogni speranza. Così, l’antica minaccia che ritorna alla luce fioca di un mondo allo sbando, diventa un tutt’uno con le angosce dell’oggi e le ultime, deliranti visioni che emergono man mano che la storia cresce, spaventosa; diventano la metafora allucinata di un’omologazione che non lascia scampo a niente e nessuno, che sia la premonizione di un uomo che ha visto troppo o quel che diventa una hit nostrana come “A Novembre” di Giusy Ferreri.

Dopo aver letto Il Colosso addormentato, non l’ho più sentita con le stesse orecchie.

Recuperatelo, leggetelo e ritornate a immergervi in un horror onesto, ambizioso e adulto.

Dieci e più dieci (perchè scrivo, perchè si scrive)

Alessandro Girola ha colpito ancora e per l’ennesima volta stuzzica il blogger che sonnecchia in me con una top 10 che sfocia in un meme per me irresistibile: perchè ci piace scrivere. Doverosamente, qui trovate le sua personale lista mentre colgo la palla al balzo e ne approfitto per una piccola disgressione dolce amara sulla musa che tanto ci ossessiona.

Rinnoviamo un dato di fatto sul quale torno spesso ma che risulta essere un preambolo fondamentale di questo discorso: tutti scrivono. Non ho conosciuto nessuno che non avesse nel cassetto un racconto, un romanzo, una poesia o una sceneggiatura. Niente di male, anzi. Così a primo impatto sembra una cosa positiva. Probabilmente entro certi limiti lo è veramente però tutti scrivono in un paese che non legge e questo è un ossimoro; un po’ come voler fare i vini ma essere astemi. Allora perchè? Perchè se si leggono a malapena uno o due libri all’anno, quando li leggono, tutti vogliono raccontare? Dire? E pretendere di essere letti? Ed Elogiati?

A questo punto ai dieci punti che elencherò sul perchè a me piace scrivere, propongo un po’ provocatoriamente dieci punti che ho evinto nel corso della mia personale, sparuta carriera* di scrittore nel Belpaese:

  1. Si scrive per narcisismo. Sembra essere uno strumento alla portata di chiunque e fa molto figo, esclusivo, intellettuale e con quel pizzico di snobismo che accontenta l’ego tendenzialmente ipertrofico di tanta tanta gente.
  2. Si scrive per presunzione. Perchè anche nei più ipocritamente modesti a parlare delle loro carte imbrattate di parole, si sottintende sempre la presenza di un genio nascosto, ingiustamente incompreso e boicottato da un’editoria marcia, corrotta e nepotista.
  3. Si scrive per la Fama. Perchè basta guardare le classifiche di vendita e i battage pubblicitari che interessano i titoli di punta del nostro panorama nazionale per accorgersi della percentuale di personalità più o meno televisive in grado di riempire gli scaffali. L’equazione però è spesso erroneamente ribaltata. Anzichè: “E’ famoso perchè ha scritto” la realtà è: “Ha scritto perchè è famoso“. Da qui valanghe di frustrazioni…
  4. Si scrive per terapia. Più di un addetto ai lavori mi ha confermato della percentuale preoccupante di casi umani che sottopongono all’attenzione biografie-fiume dove emergono personalità seriamente disturbate che pretendono di vendere la loro vita come soggetto degno dell’attenzione del mondo.
  5. Si scrive per solitudine. Si ricollega al punto 5 e ne è conseguenza.
  6. Si scrive per auto compiacimento. E’ una derivazione del narcisismo ma tante persone insicure ricercano sicurezza e conferme e leggere le proprie parole e recensioni plaudenti.
  7. Si scrive per tormento. Comunque diversi pseudo-bohemienne arsi dal sacro fuoco delle lettere mi hanno assicurato che passano ore insonni a fissare metaforicamente su “carta” i loro tormenti interiori. Tormenti solitamente incompresi e biecamente ignorati come da punto 2.
  8. Si scrive per emulazione. Se hanno pubblicato te perchè non dovrebbero pubblicare un genio come me? Un sottinteso che ho colto infinite volte e che sotto sotto ogni scrittore almeno una volta ha insinuato.
  9. Si scrive per bellezza. Certo, perchè è bello, è piacevole, è poetico e vogliamo mettere la soddisfazione nelle occasioni mondane, a dire: “Io scrivo…”? Mi dicono che si cucca un bel po’ anche se a me è mai successo…
  10. Si scrive per vocazione. Ora prenderei con le pinze l’affermazione visti i precedenti 9 punti ma è anche vero questo. Ci sono persone che invece di imbrattare tele, straziare strumenti o segare pezzi di legno nel garage si siedono al computer e raccontano storie. Infinita comprensione e solidarietà a tutti loro.

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Chiusa la parentesi e la top 10 acida, passiamo al mio outing:

  1. Scrivo perchè ho sempre letto. Ho iniziato con la fantascienza verso i dodici anni e non ho più smesso. A forza di leggere si vorrà per forza anche scrivere. (Vedi emulazione)
  2. Scrivo perchè ho dei debiti enormi verso la scrittura. Se non scrivessi sarei una persona diversa e intimamente sono convinto peggiore. Grazie alla scrittura ho arricchito il mio bagaglio culturale, approfondito il mio occhio sul mondo e sull’uomo. Ho risolto la mia adolescenza e sto risolvendo (forse) la mia vita.
  3. Scrivo perchè sono narciso. Inutile stare a girarci attorno. Quando inizi a pubblicare, leggere recensioni su di te e fare presentazioni dove venti persone ti ascoltano più o meno interessate o vedi la tua foto su un giornale, anche se testata locale, Narciso si risveglia volenti o nolenti.
  4. Scrivo perchè sono presuntuoso. Come per Narciso, anche la presunzione si risveglia. E’ un brutto sentimento ma sorge spontaneo ed è necessario in piccole dosi. Senza la presunzione di ritenere che quel che racconti debba piacere e interessare è inutile scrivere e ambire a essere pubblcati.
  5. Scrivo perchè mi piace. Mi piace da matti. Mi metto al pc, lo schermo davanti e la fantasia parte e non ti lascia più e poi ogni momento della giornata diventa fonte d’ispirazione e perfino il modo di pensare le cose diventa racconto. E’ meraviglioso e non farei a cambio con niente altro.
  6. Scrivo perchè la voglia di raccontare è una pulsione fortissima. Qualcosa che si accumula e infine spinge e non la smette finchè non cominci a scrivere per far diminuire questa specie di pressione che opprime l’animo.
  7. Scrivo perchè se non scrivessi non sarei quel che sono e attualmente, nonostante annessi e connessi sono contento di quello che fin’ora la vita ha fatto di me
  8. Scrivo anche perchè scrivendo divento quello che sento dentro di essere. E’ auto affermazione ed espressione di quel che intimamente sono. Diversamente, sarebbe negazione dell’Io.
  9. Scrivo perchè vorrei che fosse la mia vita in tutto e per tutto. E qui scatta l’utopia comune credo al 99,99% dei colleghi che conosco, virtualmente e non. Come ci provano gli altri, beh, ci provo anch’io.
  10. Scrivo perchè così c’è quel che mi piacerebbe leggere. Citando il caro amico e ammirevole collega Claudio Vergnani, sono “lettore che scrive” e spesso sogno di trovare storie che non trovo. Così le scrivo.

E come dicevano i Genesis: that’s all

*il termine carriera, rigorosamente scritto in corsivo è naturalmente improprio ma funzionale al senso del discorso.

Omicidi e incantesimi

Immaginate una storia pesantemente calata nelle più classiche atmosfere Hard Boiled statunitensi. Los Angeles,1948 si respirano a pieni polmoni le atmosfere evocate dalle penne Di Chjandler e Spillane. Prendere un detective privato reduce di guerra, un duro dai modi spicci e ritroso all’uso della magia….

Magia? Stiamo parlando di Omicidi e incantesimi, di Martin Campbell, regista neoselandese, solido mestierante con all’attivo alcuni titoli non disprezzabili come Fuga da Absolom, Golden Eye e Casino Royale. Omicidi e incantesimi ( Cast a deadly spell) invece è un film televisivo prodotto dalla HBO nel 1991

Forte di un cast piuttosto ben organizzato, con Fred Ward come protagonista principale e Julianne Moore come contraltare femminile, Il film è un pastiche tutt’altro che frequente tra Hard Boiled e Fantasy/horror. IL 1948 di Omicidi e incantesimi è un mondo ucronico dove la magia esiste ed è diffusa in ogni aspetto del vivere quotidiano. La gente la sfrutta in ogni occasione della giornata e si convive tra esseri umani, mitologici e icone classiche come vampiri e lupi mannari. Un’ambientazione piuttosto simile al background che anni fa Bonelli aveva imbastito per la serie di Jonathan Steele.

Il complesso citazionistico diventa gustoso e stuzzicante nel momento in cui scopriamo che il detective risponde al nome di H.P.Lovecraft e che il caso che lo vedrà protagonista, interessa la scomparsa di un misterioso volume, il Necronomicon.

Il film nel complesso, risente in maniera piuttosto pesante del suo formato televisivo. Proprio nel girato, nel taglio delle inquadrature e nella qualità della fotografia, emergono tutti i limiti dei prodotti realizzati per il piccolo schermo, questo prima che avvenisse la maturazione dei serial iniziata più o meno nello stesso periodo. L’indagine di Lovecraft si muove attraverso gangster che lanciano incantesimi, retate contro vampiri e lupi mannari, cacciatrici di unicorni, zombies deambulanti e Gargoyles svolazzanti tra le guglie della Città degli Angeli. Uno degli agenti della polizia si chiama Bradbury, uno dei locali notturni nei quali si svolge la storia si chiama Harry Bordon’s Dunwich Room.

Avrebbe potuto essere un gustoso gioiellino. Il trend degli anni ’90 imponeva ironia comicità e nel film ne traspare ad ampie e rassicuranti mani, un’operazione delicata e non del tutto riuscita perchè può ben accordarsi con le comparsate dei Gremlins che provocano guasti meccanici ma decisamente meno quando si evocano Chtulhu e Yog-Sothoth

Un’opera discontinua e disarmonica ma che tira in ballo un background al quale nessun appassionato può comunque dimostrarsi indifferente. Merita comunque un recupero, specie in questo periodo di ritorni e variazioni lovecraftiane, grazie all’opera di Alex Girola. Leggete qui a tal proposito.

Il posto delle onde, di Lucia Patrizi. Le citazioni (parte seconda)

Il mosaico variegato che si palesa ne Il posto delle onde di Lucia Patrizi, si costruisce anche attraverso un apparato citazionista che si mostra in tutta la passione cinefila dell’autrice.Ci sono richiami palesi e diretti ai Kaiju di Pacific Rim

e ai propriamente definiti kaijū eiga giapponesi, pellicole fantascientifiche prodotte in Sol Levante a partire dagli anni ’50, con un pantheon entrato di diritto nelle leggende del fantastique, da Godzilla a Gamera, da King Kong a Matango.

La fantascienza giapponese di quegli anni ha raccontato il trauma collettivo di una nazione ben più di molti trattati di psicanalisi.

I mostri di Lucia, a differenza della cieca volontà distruttiva della maggiorparte delle creature sopracitate, non possiedono malizia. La distruzione e la devastazione conseguenti sono un effetto collaterale e non un’azione conscia. Sembrano possedere la medesima, indifferente inconsapevolezza di un elefante che improvvisa si materializza nella canonica cristalleria. Essi esistono e si ritrovano in un contesto che non è più completamente il loro e col quale devono necessariamente interagire. caratteristica che invece è assente nella mentalità umana.

C’è tanto Giappone anche negli scorci di Apocalisse che sconvolgono il mondo de Il posto delle onde. Una scena in particolare mi sembra paradigmatica ed è quando Alice assiste a una manifestazione dell’Apocalisse in piazza di Spagna a Roma. I fenomeni sebbene attribuiti a un evento interdimensionale, si concretizzano con una fisicità e una carnalità spiazzanti, come a voler sottolineare che le trasformazione interessa l’interezza del percepito, lo spirito ma anche la materia. Anima e carne. L’immagine di una specie di enorme bocca che sboccia da sotto il lastricato della città eterna sembra richiamare sia la rossa, vorace bocca sensuale di The Rocky horror picture show 

che le trasformazioni di Kaneda, nel culmine di Akira, di Katsuhiro Ōtomo. A ben pensarci, un altro filo sembra legare alcune tematiche di Akira al Posto delle onde; Kaneda racchiude in se un potere che solo in un primo momento sembra richiamare le facoltà ESP ma più avanti, il concetto si complica e si tira in ballo l’energia cosmica e forze creatrici, le stesse forze che nel romanzo di Lucia Patrizi, si mettono a plasmare la nostra realtà.

Ci sono poi le citazioni ufficializzate dalla stessa autrice, basta andare a leggere il post dedicato qui ma che ritengo doveroso ribadire. Innanzitutto lo splendido Demoniaca (Dust Devil) di Richard Stanley con il suo deserto polveroso e sconfinato, non luogo antipodico della dimensioneda nereidi nella quale le due protagoniste tentano di vivere in serenità e armonia.

Ritroviamo poi omaggi ben intessuti e non esageratamente telefonati che spaziano da Il bacio della pantera (Irena)

allo spassoso Doomsday, di Marshall,

senza il quale non sarebbe esistito il personaggio di River.

Da Starship Troopers

a certe suggestioni dai colori straordinariamente vividi e al sapor di sale che solo certo cinema di genere degli anni ’70 sapeva regalare, titoli come Barracuda di Harry Kerwin

e Tintorera di Renè cardona Jr.

Ci sarebbe poi tutta una costellazione di suggerimenti e rimandi che compongono praticamente l’immaginario dell’autrice. Echi de Lo Squalo, Alien e qualche suggestione che mi ha rimandato al semi dimenticato Capitano Nemo missione Atlantide di Alek March. Tutto il resto è piacere di lettura, fantasia ed emozioni

Il posto delle Onde, di Lucia Patrizi (parte prima)

Sinossi, dalla pagina Amazon del romanzo:

Il Posto delle Onde è una linea di confine tra terra e mare.
Una casa sulla scogliera, un frammento disperso nel buio dell’apocalisse.
È un rifugio.
Una bolla di vetro piena d’acqua salata.
Il Posto delle Onde è uno schermo protettivo contro i mostri dell’Oceano e del Deserto.
Lì vivono due donne.
E questa è la loro storia.
“C’è qualcosa nell’acqua”: la leggenda vuole che tutto sia iniziato così.

Non è un’operazione così immediata, parlare de Il posto delle onde, di Lucia Patrizi. Un romanzo denso, profondo come gli abissi che costantemente contraddistinguono la storia, la narrazione e la filosofia di fondo di tutta l’opera. Come tutti i libri complessi e ambiziosi, possiede molteplici chiavi di lettura ed estrapolarle una a una con chiarezza e linearità diventa un’operazione delicata come un intervento a cuore aperto.

Ci sono mostri. Ci sono sempre mostri nei libri di Lucia. Creature titaniche, aliene, figure avulse dalla nostra apparente normalità che irrompono e (di)rompono il quotidiano permettendo scorci dell’ altrove, quell’altrove di lovecraftiana memoria che ha segnato un punto di svolta nella narrativa fantastica moderna. C’è l’Apocalisse, espediente rinato in tempi recenti, forse simbolo del timore inconscio che tutte le epoche di trasformazione come quella che stiamo vivendo, hanno sempre portato. Dai terrori di fine millennio (mille e non più mille) alle insicurezze sociali che puntualmente si ripresentano in concomitanza con crisi economiche, crisi politiche e vecchi e nuovi spauracchi che si ripropongono con cadenza periodica.

L’apocalisse, la trasformazione traumatica è un topos dalle valenze complesse e Lucia Patrizi sembra saperlo molto bene dato che il termine non è usato assolutamente a casaccio.

Apocalisse deriva dal greco ἀποκάλυψις (apokalypsis), composto di apó (“da”, usato come prefissoide anche in apostrofo, apogeo, apostasia) e kalýptein (“nascosto”, come in Calipso), dunque significa un gettar via ciò che copre, un togliere il velo, letteralmente scoperta o rivelazione. (fonte: Wikipedia)

Sull’importanza dell’epistemiologia del termine, ci ritorneremo con calma.

Il posto delle onde è in questo e altri sensi, un romanzo intimo. Talmente intimo, personale e inaspettatamente introspettivo in più sottotesti, che man mano che si prosegue nella lettura si arriva al punto di provare un sottile ma neanche tanto scoperto sentimento di vergogna; come quando colti da un impertinente demonietto voyeur ci si imbambola a spiare la vita domestica altrui attraverso una finestra illuminata nella notte.

Lucia Patrizi si mette sorprendentemente a nudo ed ecco che le sue dichiarazioni riguardanti i numi tutelari di questa sua opera, H.P.Lovecraft e Virginia Woolf trovano coerenza e corrispondenza. Se H.P.L. scavava nelle nostre inquietudini mostrandoci scorci da incubo di un macro kosmos, ovvero del sospetto di un reale la cui percezione ordinaria non è nemmeno un pallido riflesso di una totalità insostenibile; Virginia Woolf scavava nelle pieghe del femminile, facendone simbolo di un inner space, uno spazio interiore che spingeva per esprimersi in un’epoca dove la condizione delle donne era un’unica, disperata prigione, con sbarre costituite da convenzioni, morale e repressione.

La complessità psicanalitica de Il Posto delle onde, nasce proprio da quei due universi narrativi che si fanno veicolo per la scrittura dell’autrice. Da questa prospettiva, la storia d’amore fra le due protagoniste è il fulcro del romanzo. Alice e River sono due donne le cui esistenze s’intrecciano e legano per merito dell’Apocalisse. Due anime saldate tra loro che senza “gettar via ciò che copre” non avrebbero potuto completarsi. Il racconto si alterna attraverso gli occhi di entrambe, assumendo un ritmo ondivago che richiama in ogni capitolo le dinamiche marine: sacca e risacca, immersione ed emersione e il mare, la dimensione acquatica è l’altro grande medium attraverso il quale si muove il libro. Alice è un essere umano il quale solo casualmente sembra esser nato sulla terra ferma. La sua relazione con l’abisso possiede un’empatia profonda e viscerale e ogni volta che s’immerge non si tratta di una mera impresa sportiva ma assume i connotati di una comunione spirituale che mira al ricongiungimento e man mano che la storia e le protagoniste si sviluppano diventerà autentica trasformazione.

Il contrasto costante tra il nostro piano di realtà e un universo multidimensionale che finisce con l’irrompere, squarciare e impastarsi, si riflette sia nei momenti di pura catastrofe che nelle relazioni interpersonali, ristabilendo quell’oscillazione perenne tra estroversione e introversione. Il rifugio di Alice e River è una casa sulla scogliera: da una parte si apre sul mare, dall’altra l’esatto opposto, un deserto e se Alice riesce a trovare pace, serenità e compiutezza soltanto quando può ascoltare il richiamo dell’acqua; River ha un obbligo misterioso nei confronti dell’altro mare, quello di arida sabbia che  esige un obolo terribile. L’Amore tra Alice e River sembra illustrare, anche, quel conflitto irrinunciabile che la natura impone per continuare a esistere; questa tensione costante e inevitabile anima l’esistenza di tutti.

Lucia, ce lo racconta così, con passione e visceralità, con il sangue e l’acqua salata, con Amore, meraviglia e terrore.

Come diceva proprio Virginia Woolf:

(continua nella Seconda parte, prossimamente)

Libri da Cinema: la mia personale TOP 5

Cinema e letteratura. Parafrasando: così vicini così lontani eppure, scagli la prima pietra chi non ha mai fantasticato su come verrebbe quel film tratto da un certo libro, magari anche col cast in mente… La mia sorellina putativa, Lucia, ha dato il la alla mia fantasia in questo stuzzicante e appetitoso post  e sull’onda del meme, colgo il testimone e il gradito invito, presentando la mia personale TOP 5

Pronti? Via!

5) Guardiamarina Flandry di Paul Anderson

Le avventure dell’agente segreto dell’impero terrestre Dominic Flandry sono sempre state una mia passione. In ogni romanzo del ciclo sono abilmente ed elegantemente miscelati i più felici ingredienti per un film di successo: un eroe ardimentoso, carismatico e un pizzico decadente, belle donnine di tutte le razze, intrecci stellari, razze aliene e azione azione azione. Guardiamarina Flandry è il primo della saga e introduce tutto l’universo che  ruota attorno al personaggio. Una simile miscela dovrebbe finire in mani fantasiose e capaci, tipo un David Twohy di Pitch Black

4)Gateway (La porta dell’Infinito)di Frederik Pohl

Altro titolo importante della SF moderna, il primo libro del ciclo degli Hee Chee riporta tutte le atmosfere, il brivido di meraviglia sconfinata e l’incognito dello spazio che ha tentato di farci provare Nolan con Interstellar.

C’è l’avventura, ci sono i wormhole, c’è mistero e scienza e uomini catapultati nell’infinito sconosciuto in cerca di gloria, ricchezza e fortuna per tutta la razza umana. L’unico nome che mi sovviene per un eventuale regista è Sebastiàn Cordero quel Cordero che ci ha regalato il meraviglioso Europa Report. Tutto detto.

3) Lo Stato dell’Unione di Tullio Avoledo

Tullio Avoledo è uno dei miei autori italiani contemporanei preferiti in assoluto. Ha un approccio estremamente originale e personale alla letteratura fantastica oltre che essere un narratore di razza come ne girano ben pochi nel panorama nostrano. Lo Stato dell’Unione è un’ucronia tra le più credibili e inquietanti che ho avuto modo di leggere. racconta meravigliosamente il nord est e mostra con lucidità inedita i lati più estremisti di certi leghismi che palpitano in odore di arianesimo e nazionalsocialismo, rievocando scenari balcanici in tutta Europa.Il primo nome che mi è balenato per la mente è stato Francesco Rosi. Un regista che sa coniugare visione filmica e cronaca come nessun altro, in Italia, basta vedere il suo pregevole Il caso Mattei. Malauguratamente, l’anagrafe è impietoso e il maestro ha superato i 90. In alternativa, anche Andrea Molaioli ha raccontato un nord est molto noir con il suo notevole La ragazza del lago.

2) La terra dai molti colori di Julian May

Per chi non lo conoscesse, questo è il primo titolo di una delle più belle saghe di fantascienza scritte negli ultimi trent’anni. Potente, complessa, originale. Il Milieu galattico dove l’uomo si è unito a una vasta confederazione di alieni avanzatissimi che permettono alla razza umana un balzo tecnologico di un miliaio di anni in poco meno di un secolo e dove i disadattati al nuovo mondo decidono di emigrare in un esilio senza apparente possibilità di ritorno, nel Pliocene; è un affresco raro per cura, complessità e ricco di spunti inediti, con una galleria di personaggi stimolanti ed eccentrici. Un’opera epica, barocca e trascinante dove a temi da hard SF convivono suggestioni deliziosamente fantasy in una fase della preistoria dove il nostro pianeta pullulava di vita e per giunta, aggiungiendoci due razze aliene naufragate all’epoca e in contrasto tra di loro. Ecco, immaginate tutto questo in mano a Guillermo del Toro, magari sotto la produzione di Spielberg… non vi viene l’acquolina in bocca?

1)Necroscope di Brian Lumley

Dopo tanta fantascienza, un horror con tutti i crismi. La storia dei necroscopi, individui in grado di comunicare con i morti e arruolati dai servizi segreti in piena guerra fredda è una vicenda talmente ricca di atmosfera e suggestioni che mentre leggevo il libro di Lumley, già sognavo a che film terribilmente interessante e avvolgente se ne poteva ricavare. Magari con un Tomas Alfredson pienamente calato nelle cupe atmosfere delle spie del paranormale…

 

 

Interstellar: quasi una recensione

Partiamo da un presupposto a dir poco banale: Io amo la fantascienza. E’ il genere che mi ha accostato alla lettura, alla scienza e a quell’idea squisitamente illuministica che l’uomo, al netto delle sue miserie, meschinità e furia assassina è un animale che può salvarsi e prosperare sempre e solo grazie al suo intelletto e alla conoscenza. Vista questa premessa, il 90% abbondante di Interstellar, diretto da Christopher Nolan, sembra concettualmente teso verso questi ideali. Aggiungiamo anche che il panorama SF cinematografico attuale, monopolizzato da trasposizioni Marvel e da dispotismi in salsa young adult non sembra aiutare il genere. Inevitabile quindi che l’hype costruito ad arte per l’uscita dell’ultima fatica del papà di un gioiello come Memento, fosse destinato a far lievitare attese e aspettative.

Ormai ho un’età. I facili entusiasmi non mi appartengono più ma un minimo di fiducia, dando una scorsa ai credits, me l’ero permessa: Nolan, Matthew McConaughey, Michael Caine, Anne Hathaway, le musiche di Hans Zimmer e la consulenza di Kip Thorne, fisico teorico di grande spessore nella comunità scientifica. Carte buone nel mazzo c’erano ma…

C’è sempre un ma a questo mondo. Ma Nolan stavolta s’imbarca su un’astronave difficile da pilotare. Ci prova, ce la mette tutta ma fa fatica a mantenere un assetto costante durante il volo e ogni tanto sbanda. Non ho intenzione di mettermi a fare le pulci al film. Anzi, a me da un certo fastidio passare al setaccio ogni minima incongruenza, imprecisione o discrepanza, andare al cinema deve essere un’esperienza visiva, intellettuale e totalizzante ma deve avvenire anche con una certa rilassatezza, sopratutto in un film di fantascienza che ambisce ad armonizzare hard sf e space opera. Il problema centrale di Interstellar è proprio questo: l’armonizzare il tutto. Non puoi scomodare un Kip Thorne per l’aderenza scientifica e poi prendereti abbondanti licenze poetiche, negando la prima. Come già detto, non mi metterò a passare i chicchi di riso del film, c’è chi lo ha fatto egregiamente, senza cattiveria e con onestà intellettuale ben meglio di me, qui, per esempio.

Interstellar cerca di prendersi i suoi tempi, il film è lungo e tenta  di creare le premesse per il nucleo centrale della vicenda. Il mondo è sull’orlo di un collasso ecologico e si assiste a una moria delle piante graminacee con conseguente rischio di morte per fame e inedia della razza umana. Il dissesto della Terra è rappresentato dall’avanzare di una polvere invasiva che inaridisce ogni cosa. Una bella metafora dell’inaridirsi della conoscenza, dello spirito di ricerca dell’uomo e la sua tensione ideale verso la scoperta e l’esplorazione. Metafora che viene poi didascalizzata dalla becera riscrittura della storia e la demonizzazione delle missioni spaziali. Ammiriamo il contrasto tra un mondo tecnolocigizzato (vedi i droni che svolazzano nei cieli e le macchine agricole robotizzate) e un’apparentemente bucolica de evoluzione verso un sistema di vita agreste, dove ingegneri ex astronauti si mettono a coltivare mais (l’unica graminacea alimentare ancora sana, sembra di capire) Questo ancorarsi alla terra, materiale e simbolico è un buono spunto. L’uomo non può continuare a stare aggrappato alla terra pena l’estinzione. Ci ho visto qualcosa di Gattaca

Screenshot da Gattaca

 in questa parte: un mondo futuro con un occhio perennemente voltato all’indietro, teso a mantenere un sistema statico e immutabile nonostante tutto e anche in Gattaca, la speranza, la riscossa parte poi dal viaggio nello spazio

.Ci sono poi gli inevitabili omaggi ai numi tutelari: 2001 Odissea nello spazio di Kubrick,

Citazioni…

Solaris di Tarkovskij,

Citazioni…

una spruzzata di Incontri ravvicinati… che ci stava bene solo che Nolan non è Kubrick. E nemmeno Tarkovskij. Nolan sbanda perchè sembra affannarsi a ricordarci ogni due sequenze che non voleva fare un “semplice” film di fantascienza. Nolan voleva fare di più e in questo affanno incorre in alcuni errori, secondo me madornali. Cade innanzitutto in una narrazione prolissa. Si preoccupa ossessivamente di dare spessore e umanità ai suoi personaggi ma finisce col farli dilungare in inutili monologhi dove fa dire cose a tratti imbarazzanti, come se dovesse farci un disegnino ogni volta che mette in bocca concetti filosofici o scientifici ai suoi astronauti (come fa bene notare Lucia Patrizi nella sua approfondita analisi, qui.) così abbiamo una Hathaway bamboleggiante in maniera inutile mentre McConaughey riesce a mantenere alto il pathos del suo personaggio senza gigionare eccessivamente; al che verrebbe voglia di dire che se hai fatto un film così “alto” non c’era proprio bisogno della postilla travestendola da prova d’attore. Azzardare accenni sulla teoria unificante, citare la forza di gravità come grande elemento interdimensionale e poi ficcarci dentro l’Amore come componente fisico(con buona pace del V elemento di Besson) temi “spessi” che non meritavano di essere messi lì così, come a voler tranquillizzare i recensori di Rete4!

Il cinema è innanzitutto narrare per immagini e in Interstellar, d’immagini da mozzare il fiaco ed evocare tutto l’evocabile, Nolan ne aveva letteralmente una galassia. Altro errore, secondo me imperdonabile per un regista è perdere lui per primo l’orizzonte del proprio film. Da un rigore scientifico ottimamente esemplificato dalla rappresentazione del whormhole nei pressi di Saturno

Alle astronavi, credibili e realistiche, con riprese in pieno stile NASA…

Interstellar aveva tutti gli ingredienti per un lavoro epocale, un film che poteva cogniugare spettacolarità, profondità autorale, rigore scientifico e il buon, caro, vecchio e compianto sense of wonder un po’ come aver tratto un film da Gateway di Frederik Pohl peccato che gli ingredienti sono stati miscelati male. Tutto qua.

Rimane comunque una bella esperienza, sul grande schermo. Il 70mm nel quale è stato girato, con tecnologia IMAX è una gioia per gli occhi. Gli effetti speciali realizzati con rara perizia (Pensate per esempio agli inediti ed accattivanti robot che coadiuvano l’esplorazione e la cui forma originale rimanda inevitabilmente ai monoliti…)

oppure alla notevole rappresentazione del tesseratto

il tesseratto di Nolan

Come non vederci la memoria di Hal9000?

Un’ultima postilla sulla colonna sonora. Zimmer è sempre una garanzia. In Interstellar sembra quello che più si è calato e ha colto quel che si voleva fare con questo film. Strizza l’occhio a Glass e regala ampi, meravigliosi respiri cosmici dandoci dentro di organi ed archi. Una delle cose più belle in assoluto. A tratti commuovente…

Grandi citazioni, grandi mezzi, grandi ambizioni e il tutto sminuito da una errata combinazione del materiale a disposizione. Avrebbe potuto essere realmente il 2001 del XXI secolo. Avrebbe.

 

Biondin all’Inferno, di Alessandro Girola

Sinossi (dalla pagina Amazon del libro)

La banda di briganti del Biondin è in fuga.

I carabinieri del Regno d’Italia braccano i banditi da giorni, costringendoli a una fuga nelle desolate brughiere delle Baragge.
Dopo essere incappati in una banda di misteriosi predoni, comparsi dal nulla con uno strano seguito di animali impossibili e di macchinari bizzarri, i fuorilegge sopravvissuti allo scontro sono costretti alla fuga attraverso un portale dimensionale.

Ora il Biondin e i suoi uomini si trovano in un luogo che ricorda l’Inferno dantesco, braccati da automi omicidi, da gorilla volanti, da feroci centauri e da creature ancora più pericolose.
La loro unica salvezza è rappresentata da una guida d’eccezione, un novello Virgilio che pare disposto ad accompagnarli verso l’unica uscita dalla Valle del Flegetonte…

 

Seguito diretto del precedente Biondin e i mostri, Biondin all’Inferno si presenta come una cavalcata onirica ed estraniante attraverso lande ultraterrene. Con tocco d’ironia, l’autore definisce l’opera un”Extradimensional Weird West” inserendo nella denominazione tutti gli elementi presenti nel libro. C’è uno spirito leggero e picaresco nell’avventura di Biondin, brigante piemontese realmente esistito e preso a prestito da Girola per trasformarlo in una sorta di icona da nuova Dime Novel. Lo spirito western, quello della frontiera emerge con un filtro inedito, contaminato da visioni dantesche, fantasie barocche e bestiari medievali. Ritorna quel boschian horror che aveva caratterizzato con suggestioni inedite le storie di Mondo Delta (e non a caso).

La vicenda scorre via veloce, incalzante. Lo stile asciutto e diretto di Girola appare ancora più secco e immediato, forse fin troppo, sacrificando così, nel nome dell’azione, le potenzialità suggestive ed estetizzanti che questa sua nuova costruzione avrebbe richiesto. Una narrazione un pelo più barocca e ridondante, alla Farmer o alla Vance a mio personale parere sarebbe stata perfetta ma Girola è Girola. Questi sono i suoi mondi, questa la sua narrazione e noi, perennemente affamati e appassionati di fantastique, lo amiamo così com’è.

Da leggere per evadere e divertirsi, ricevendo tanto con poco. Consigliatissimo

 

Caffè Saturno

KLAATU BARADA NIKTO!

The Eternal Sunshine of an Endless Mind

Esprimi il tuo pensiero in modo conciso perché sia letto, in modo chiaro perché sia capito, in modo pittoresco perché sia ricordato e, soprattutto, in modo esatto perché i lettori siano guidati dalla sua luce. (J. Pulitzer)

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