L’Antiquario di Brera, di Ippolito Edmondo Ferrario

Sinossi, dal sito dell’Editrice Frilli :

Il 31 dicembre del 1918 a Bottanuco, in circostanze misteriose, moriva Vincenzo Verzeni, meglio conosciuto come “il vampiro della bergamasca” o “lo strangolatore di donne”. Fu uno dei più sanguinari serial killer e per anni seminò morte e terrore nelle campagne del suo paese dove era nato l’11 aprile del 1849. Cesare Lombroso, studioso di fama internazionale e “padre” della frenologia, durante il processo a suo carico, non esitò a definirlo “un sadico sessuale, vampiro, divoratore di carne umana”. Novantasei anni dopo, in una moderna Milano proiettata verso il futuro Expo, Neri Pisani Dossi, classe 1954, uno dei più illustri antiquari milanesi, di stirpe patrizia, discendente del famoso scrittore Carlo Alberto Pisani Dossi, con un burrascoso passato da sanbabilino alle spalle, si ritrova a fare i conti con la terrificante eredità lasciata dal Verzeni. Un oggetto che ha attraversato quasi un secolo di storia, per il quale alcuni sono disposti ad uccidere pur di averlo, finirà in possesso di Neri cambiando per sempre la sua vita.

In uno scenario pericolosamente in via di standardizzazione del giallo/noir nostrano, l’uscita de L’Antiquario di Brera ha dato uno scossone inaspettato. Un romanzo dalle molteplici sfaccettature, provocatorio su tutti i fronti che lo porta a un successo degno di nota.

La storia è nera come neri sono il cognome del protagonista, nere le inclinazioni politiche della stragrande maggioranza dei personaggi coinvolti, nere le atmosfere che avvolgono il libro.

Devo confessare che da “rosso” dichiarato, il mio approccio alla lettura di questo romanzo è stato viziato da una certa prevenzione, prevenzione invero mitigata dall’aver conosciuto personalmente l’autore al festival di Rivarone in Giallo.

Infine mi è piaciuto, L’Antiquario di Brera. Neri Pisani Dossi, lo scorbutico, irascibile, scostante protagonista si dimostra personaggio inedito, politicamente scorretto, candido nella sua conclamata misantropia. L’elemento soprannaturale che attraversa come un fiotto mefitico tutta la vicenda aggiunge quel tocco in più che da appassionato horror non posso che plaudire; se non fosse stato introdotto, probabilmente il libro sarebbe apparso meno sfaccettato e stimolante e per alcuni versi più elegiaco e banale.

Razzista con tutto e con tutti, sadico cultore dell’erotismo BDSM, ex frequentatore degli ambienti neo fascisti della Milano sanbabilina, Pisani Dossi si muove con rancorosa eleganza sullo sfondo di una città autunnale, dalle notti animate da una fauna umana variegata mentre l’ineffabile incarnato nella figura di un feticcio carico di energie negative miete morte e scatena la cupidigia di invisibili potenti.

Lo scenario così raccontato rimanda a un racconto profondamente cupo, funereo, malato mentre invece, intessuto fittamente alla narrazione ritroviamo uno spirito goliardico e sdrammatizzante che alleggerisce il tutto spiazzando il lettore. Ed entra in gioco la Destra.

Devo aprire una piccola parentesi a riguardo. Non ne ho mai parlato diffusamente ma facendo outing, ho dei passati trascorsi nella Destra. Retaggio della mia passata esperienza nell’Esercito dove era quasi fisiologico, all’epoca, finire con l’incrociare quell’ambiente politico. Un po’ la conosco, l’area, ne conosco parte degli ideali, lo spirito che anima militanti e simpatizzanti. Provocatoriamente devo dire che non si discosta troppo dalla militanza di certa sinistra estrema. Forse sono proprio queste scomode tangenze a rendere più aspri gli attriti.

Ippolito Edmondo Ferrario l’evoca con un bagaglio citazionista alto. Un’arco politico e filosofico che parte dai sansepolcristi a Evola, da Celine a Codreanu, dalle nostalgie borghesiane alla destra sociale di rautiana memoria.

Non vi ho visto una scrittura propagandistica però. E questo è uno dei pregi meno evidenziati. C’è la descrizione, un po’ tenera e simpatizzante di una galassia politica animata da una giovinezza di spirito che emerge dalle serate alcoliche, i comizi da birreria, le mangiate tra camerati e le tappe notturne presso chioschetti che ammaniscono micidiali panini alla salamella. I camerati che aiuteranno Neri, sono innanzitutto Amici. L’Antiquario di Brera è alla fine un’inedita elegia dell’Amicizia. Nella follia ebbra del Barone nero, mercenari in pensione, giganteschi ex-parà, giornalisti di parte, sembra di leggere le avventure di una specie di Gruppo TNT in salsa destra più che un’apologia del fascismo.

Lo stile è lieve, a dispetto di tutto, intriso di amicizia e ironia… lunga vita all’ironia!

Uno sguardo inedito, scomodo, provocatorio e divertente di una Milano e una Brera vere e palpitanti. Da leggere per cambiare prospettiva.

La Galaverna, di Samuel Marolla

Sinossi, direttamente dalla pagina Amazon dell’ebook:

Milano, giorni nostri. Uno spregiudicato manager scopre che nei parcheggi sotterranei dell’avveniristico grattacielo della sua multinazionale, edificato nel centro della città su rovine millenarie, una forza antica e malefica si è risvegliata da un lungo sonno. Un uomo convive fin dall’infanzia con la facoltà (o la maledizione) di poter scorgere, lui solo, invisibili e pericolose geometrie metropolitane. Due protagonisti indiscussi della movida milanese alle prese con i segreti oscuri della luccicante vita notturna. Tre racconti del terrore di Samuel Marolla, un viaggio nei recessi oscuri di una Milano tecnologica, multietnica e moderna, ma ancora dominata da malvagi poteri millenari.

Che Samuel Marolla sia uno dei nomi cardine del fantastique nostrano non sono certo il primo a dirlo. E’ opinione diffusa e suffragata dai riconoscimenti internazionali che l’autore milanese sta raccogliendo negli ultimi tempi.

Che Samuel Marolla sia uno dei cantori della milanesità in salsa nera, profondamente nera è invece mia opinione, opinione da non milanese e non lombardo che dopo aver letto Imago Mortis e questa sua piccola antologia, La Galaverna, si è consolidata. Pochi altri, Alessandro Girola tra i primi altri che mi sovvengono, mi sembra siano riusciti non semplicemente a descriverla ma a evocarla. Perchè Milano è una creatura complessa,protoplasmica, mutevole, con un’anima che si spalma su più piani, su più dimensioni. Altalenante. In equilibrio precario su confini labili, tra italianità becera e cosmopolitismo, tra un sub strato ancestrale e una modernità esasperata.

Tutte pieghe che Marolla nell’arco di tre racconti, apre per permetterci di sbirciare l’ altro che alberga ovunque nella sua metropoli.

Nelle tre storie si assiste a un crescendo isterico che segue una sua schematicità intrinseca e come un prisma, scompongono l’insieme di una società e una metropoli che non ha perso traccia della sua barbarie.

Ne I FATALI conosciamo la parabola mortale di un giovane e rampante genietto dell’informatica che dall’ High Tech di una potente casa software incrocia il proprio destino di morte e follia con una progenie scaturata dai più profondi abissi del passato. Citazioni alte, (La Morkan software prende il nome di un personaggio da Gente di Dublino di Joyce) e nella Milano invernale, fredda, cinica e spietata, terreno di scontro tra poteri antichi e oscuri, vi ho trovato sia le crisi morali che Joyce rievocava nel suo capolavoro sia le atmosfere crude e vagamente punkeggianti delle Londra del Clive Barker dei Libri di Sangue.

Ne GLI ANGOLI Marolla abbassa un momento i ritmi. Un racconto pieno di ombre, di suggestioni, di echi trasportati attraverso case di ringhiera, cortili fagocitati dalla crescita edilizia e quel senso di famigliarità che mi ha riportato a quella pacatezza estraniante che era facile trovare in Buzzati o in certo Borges. Qua abbiamo  la città come dimensione estranea, come media per accedere ad altre realtà. Siamo dalle parti della megalopolimanzia di lieberiana memoria (Nostra Signora delle tenebre) e il tutto si amalgama ottimamente.

Ne I VIVI l’orrore irrompe con potenza cosmica. La Milano da bere (o da pere)ne è lo specchio agghiacciante e in questa storia squallida di ricchi disumanizzati dalla loro stessa condizione, menti inaridite da un consumismo al quale sono devoti servitori, i confini tra il mondo umano e quel che pulsa oltre s’infrangono per i più veniali dei motivi. I VIVI lo sono solo biologicamente, la morte che ha raggelato loro le anime richiede ben altri tributi che un patto d’affari tra rampolli affamati di cash, terrorizzati più dalla crisi che dall’abisso.

Risposta di Pasolini alle Conversazioni di Ferragosto di G. Leone – 1975

Fabri:

Già altre volte avevo sottolineato la sempiterna attualità del pensiero pasoliniano. Questo estratto ne è l’ennesima e lampante dimostrazione.

Originally posted on Genio Chiara:

Come l’Italia del 2015 è molto simile all’Italia del 1975, a sua volta molto simile all’Italia del 1945. Come le cose cambiano poco in 40 anni, in 70…

“E’ distrutta, e va quindi ricostruita.”

So che questo articolo è lungo, che veniamo dal Ferragosto e abbiamo ancora il mal di testa di birra, il sonno da recuperare. Leggetelo. Non limitatevi a mettere solo un mi piace. Prendetevi cinque minuti, come ho fatto io, e condividetelo e parliamone.

E’ una riflessione che non può andare perduta, nonostante i 40 anni d’età. Non perché l’ha detto Pasolini, ma perché quello che c’è scritto è vero, per niente scandaloso, e attuale, forse più che nel 1975. Nascevo otto anni dopo e oggi ho trentuno anni e ho creduto per così tanto tempo a questa ispirata certezza del domani. Bisogna ricostruirla. Per farlo, prima, bisogna prendere consapevolezza, essere coscienti. L’unica cosa che può…

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La Brezza dell’Oceano (Licht novelette n°2) di Marco Siena

Sinossi, dalla pagina Amazon dell’ ebook:

Un cadavere viene trovato nel letto del signor Haas, ma non si tratta del padrone di casa. Konospki, nuovo agente della Fondazione Licht, viene chiamato sul posto per indagare e per essere messo alla prova dal suo superiore, l’agente Nguyen.
Chi è l’uomo nel letto?

Marco Siena è autore artigiano, membro del cartello di autori che a mio parere stanno rivitalizzando la letteratura fantastica nostrana e da buon artigiano, propone scritti di ottima fattura e alta qualità.

La Licht Foundation è un’organizzazione che raccoglie fra le sue fila individui dotati di speciali talenti, grazie ai quali possono condurre indagini su fenomeni che esulano dalla normalità. Sono fratelli del mio DIP e come tali, un moto di affetto mi è impossibile nasconderlo. Di tutte le storie della Licht Foundation fin’ora ne ho letta solo una ambientata in Italia, Vai a Prendere una stella. Le altre altalenano tra gli USA e l’Inghilterra. Devo confessare che di solito non ho simpatia per le vicende ambientate all’estero e scritte da italiani; troppo spesso notavo un’atmosfera caricaturale, mediata da troppa tv e una conoscenza reale dei luoghi e della cultura del posto a dir poco sommaria. Nel caso de La Brezza dell’Oceano invece mi sono ricreduto. La capacità di Siena di raccontarci New York attraverso piccoli stralci non appare la rimasticatura di un vecchio telefilm ma riesce ad ammantare il tutto di un senso casalingo di consuetudine e famigliarità. Complice una scrittura sempre piacevole, essenziale ma evocativa. Non si perde in fronzoli Siena. Le parole scorrono con l’indolenza di una ballata e nel ritmo di racconto mi sembra di sentire la voce un po’ roca e vagamente simile a quella di Tom Waits del suo protagonista, il duro e umano Konopsky che io, chissà perchè mi immagino col volto vissuto di Ron Perlman. Konopsky?

Il formato della novelette mi sembra ottimale. Le storie di magia e soprannaturale della Licht Foundation sono pillole d’evasione intelligente, dove la narrativa di genere è espressa con una prosa che può ricordare la secchezza di Bukowsky o del King più mainstream. Nelle storie di Marco Siena, l’ineffabile, il soprannaturale irrompono nel reale come spifferi di aria gelata dentro stanze chiuse. Sono distorsioni, interferenze, disturbi che alterano il normale e lo fanno con l’ineluttabilità di un evento naturale. Succedono. Come può franare una strada, esondare un fiume e crollare un muro sotto le scosse di un terremoto. In fondo, l’atteggiamento fatalista di Konopsky davanti al mistero è quello di un uomo che cerca l’armonia con il mondo che deve vivere, malgrado tutto. Non credo che questa filosofia di fondo sia casuale in Siena, emiliano che di terremoti, purtroppo ne ha vissuto le dirette conseguenze.

Da bravo scrittore, tutto ciò traspare nelle sue storie, sia che si svolgano nella profonda campagna padana sia tra le strade di New York.

Con buona pace di tanti nomi blasonati, sprecate per un volta novantanove centesimi (0,99 €) e godetevi La Brezza dell’Oceano.

Mad Max Fury Road (parte seconda)

ATTENZIONE:CONTIENE SPOILER.

C’è molto western in Mad Max Fury Road. Ci sono gli assalti, i canyons, i convogli. Bande di motociclisti appostati come Apache pronti a calare giù in cariche dove il rombo dei motori si sostituisce alle grida di battaglia e dell’eroe, o meglio anti eroe western;Tom Hardy presenta un ottimo phisique du role e personalmente ritengo che non faccia affatto rimpiangere Mel Gibson. Indolente, taciturno, tormentato dai suoi fantasmi del passato e dalla follia che come una nuvola, rossa come la sabbia turbinante del deserto nel quale il mondo si è mutato, lotta per non esserne completamente posseduto. Non ha missioni una volta consumata la vendetta, solo fughe: da se stesso, dal mondo, dall’umanità barbara. Un fuga lunga una vita attraverso la quale non concepisce mete ne arrivi. Un randagio. Un perso. Fino all’incontro con Imperatrice Furiosa interpretata mirabilmente da una Charlize Theron mai così intensa ed espressiva. I detrattori del film rimarcano la scarna presenza dei dialoghi. Piccole, brevi battute. Giusto, aggiungerei. Un film così, appesantito da troppi dialoghi sarebbe stato insopportabile (e lo dico da amante incondizionato della nouvelle vague francese) E’ un film epistemiologico, coerente con l’idea di cinema. Lo ripeto perchè è importante secondo me per capirlo e apprezzarlo. C’è il movimento che parla, l’azione, le inquadrature. C’è mimica, plastica, enfatica, espressiva.

Gli occhi. Gli occhi degli attori sono fondamentali perchè attraverso essi si trasla l’occhio cinematografico del regista. E’ il media umano che permette l’interazione. Furiosa è una donna brutalizzata dal mondo nel quale sopravvive, è un’amazzone, una guerriera, una donna che ha raggiunto un certo livello d’autorità e grazie a esso può architettare la sua fuga verso la speranza. Con Furiosa, Miller ci regala un’icona femminile potente ed efficacie come poche altre nella storia del cinema di genere. Di simili di sovvengono soltanto la Sigourney Weawer di Aliens e Rhona Mithra di Doomsday ma sinceramente, con la Theron, abbiamo forse raggiunto uno degli apici storici. Poche inquadrature del suo cranio rasato, il volto annerito, gli occhi strizzati dalla luce radioattiva riempiono lo schermo più di qualunque ostentata quarta misura di reggiseno. Dura, bella, determinata e con la speranza nel cuore. Lo sparti acque fra lei e Max è la speranza. Furiosa ha Il Posto verde. Max ha il nulla e sarà proprio la loro interazione, lo scontro e la successiva necessaria alleanza, fino alla stima reciproca, a completare il maschile positivo del film.

L’idea che Mad max Fury Road potesse essere un film femminista la dice lunga sullo stato in cui versa certa cultura maschile. Non vi ho visto femminismo, non quello estremo e radicale alla James Tiptree jr. per intenderci. Vi ho visto finalmente uguaglianza. Max e Furiosa si scontrano, lottano e infine s’incontrano in un perfetto equilibrio dove nessuno ha la meglio sull’altra e sarà proprio la loro armonia a permettere la sopravvivenza e se Furiosa non è una donna che svende la propria femminlità per sopravvivere in questo universo bruto, Max, nella sua follia che non è altro che sfogo per il proprio cocente senso di colpa, si schiera con Furiosa perchè non vede altre alternative. Non ci sono alternative se non la collaborazione. Con intelligenza rara, Miller, evita la massima dimostrazione di machismo della quale Hardy poteva essere protagonista e riduce a bagliori cupi nella notte l’epico scontro contro Bullet Farmer.

Non dimentichiamo che Miller era un ragazzo che ha vissuto il 1968. Se il cinema è la macchina dei sogni, lui ci ha messo anche i suoi. Il clan di donne che proviene dal Posto verde è composto da una maggioranza di anziane custodi della Terra che fu. Figlie dei fiori, Easy Rider che vagano per la sopravvivenza di un’utopia che resiste nonostante la follia umana. Donne, madri, procreatrici. Emanano bellezza archetipica, un equilibrio di sensualità e ieraticità ma Miller non si accontenta di questa didascalia. E’ dalla parte delle donne perchè Venere costruisce e Marte distrugge ma esiste una redenzione, una espiazione che si compie nel sacrificio di Nux e si protrae nel vagabondaggio di Max, sorta di rude Lord Jim destinato a scavare nel suo Cuore di tenebra.

Miller non augura una Age of Aquarius. Qui un po’ spiazza. Dopo aver costruito una sorta di Heroic Fantasy dove al posto di un nerboruto Conan ritroviamo il folle Max e Furiosa e i draghi che sputano fuoco sono chitarre elettriche e veicoli sfreccianti; Miller ci da una pacca sulla spalla: Il Posto verde non è altrove, non è la fuga dai problemi, dalle minacce, il peregrinaggio verso una terra promessa e mitizzata. Il Posto verde è Casa nostra. L’unica cosa da fare è tornare indietro e riprenderselo per renderlo più giusto e migliore. Militanza e rivoluzione.

Un’ultima considerazione sul linguaggio. I detrattori sottolineano con una certa insistenza i dialoghi scarni, quasi inesistenti ma a quanto pare erano talmente impegnati a cogliere questo dato da non aver prestato la minima attenzione alla pregevole costruzione del linguaggio. Una mediazione con le terminologie automobilistiche, a voler sottolineare una volta di più il legame empatico che gli uomini dell’universo di Mad Max hanno con i motori. Come ultime vestigia di un’epoca industriale che non può più tornare, cannibalizzata selvaggiamente dalla propria natura distruttiva. Max, donatore universale, catturato da Immortan per rimpolpare le sue anemiche truppe viene tatuato come “ad alto numero di ottani” e quando Nux vede per la prima volta le bellissime procreatrici fuggitive, le definisce “fiammanti e cromate” come splendide fuoriserie. Il “medico” di Immortan è definito meccanico organico (Mechanic organic). Sarebbe piaciuto a tanti nomi che non ci sono più, penso a Kubrick e a Giger tanto per citarne.

Mad Max Fury Road è un’opera a tutto tondo, perfettamente studiata, realizzata e costruita. La coerenza di Miller l’ha portato ad assemblare realmente tutti i veicoli presenti nella pellicola. C’è stato riciclaggio, riutilizzo, riassemblamento.

E’ il cinema che espirme il proprio mondo e lo fa con coerenza forse mai vista prima.

Mad Max Fury Road, di George Miller (parte prima)

Anche a mente fredda non mi è facile parlare di questo film. Film travagliato, atteso, con una genesi problematica e ora sottoposto a scrosci di pareri contrastanti.

Difficile parlarne con ordine perchè dopo tanti, troppi anni di delusioni, di produzioni gonfiate a suon milioni con risultati sterili come i muscoli al testosterone di un culturista allo stadio estremo, ci si ritrova davanti a un vero Film. Un’espressione quasi epistemiologica del concetto di Cinema.

E oltre a ciò, a un omaggio, un compendio citazionista dell’universo fantastico che straborda di rimandi, suggerimenti e ammiccamenti in ogni singolo fotogramma. A suo modo e nel suo genere, un’opera TOTALE.

Iniziamo con la trama, presa direttamente dal sito ufficiale della Warner dedicato al film:

Ossessionato dal suo turbolento passato, Mad Max crede che il modo migliore per sopravvivere sia muoversi da solo, ma si ritrova coinvolto con un gruppo in fuga attraverso la Terre Desolata su un blindato da combattimento, guidato dall’imperatrice Furiosa. Il gruppo è sfuggito alla tirannide di Immortan Joe, cui è stato sottratto qualcosa di insostituibile. Furibondo, l’uomo ha sguinzagliato tutti i suoi uomini sulle tracce dei ribelli e così ha inizio una guerra spietata

Scarna, vero? Ho scoperto che alcuni sono rimasti delusi dalla trama ma lo ritengo un falso problema. Anche Moby Dick di Melville, se ridotto a trama dice ben poco eppure è un romanzo universale.

La storia in questo caso è un pretesto, un filo logico, un’intelaiatura minima attorno alla quale costruire l’opera d’arte. Si, opera d’arte. Mad Max Fury Road è la summa della produzione artistica di George Miller. Un quadro dinamico d’ispirazione futurista dove l’elemento della velocità, la cinematicità delle immagini è la dimensione base nella quale si muovono mezzi e protagonisti. Le esplosioni, gli incidenti, i veicoli travolti, distrutti, sfasciati e accartocciati sono quadri che richiamano l’espressionismo astratto di Rothko.

Il movimento è l’afflato vitale del film; se permettete è anche l’anima stessa del cinema: raccontare, evocare, veicolare messaggi attraverso immagini in movimento. In fondo il cinema è nato fantastico ed è nato in movimento, dalla locomotiva che andava in contro agli spettatori al viaggio dell’uomo sulla luna. E’ storia. Origini. E Miller se riappropria con un occhio autoriale unico e coerente. Occhio autoriale certo, perchè l’immagine del mondo devastato, trasformato in un deserto arido e radioattivo, anche se non è una novità nella letteratura fantascientifica, al cinema l’ha portato lui.

L’uso della velocità come strumento espressivo tout court Miller l’aveva già usato nel primo film della saga, Interceptoranno 1979, realizzando un film inedito e originale che avrebbe inaugurato un intero filone del genere. In Mad Max Fury Road, Miller riprende gli stessi stilemi e li amplifica, portandoli se possibile ancora più all’eccesso, ancora più spinti in una dimensione isterica nella quale corrono e agiscono uomini impazziti. Non esiste staticità. Non c’è respiro, non c’è tregua nemmeno nei pochi momenti in cui i personaggi non sono slanciati in quella fuga sfrenata che contraddistingue il film. Gioca con la velocità, Miller. Accelera i fotogrammi per sottolineare la concitazione, sembra perfino citare Larry Semon (Ridolini) con l’inseguimento di Max da parte di una torma di figli della guerra, i figli impuri di questo mondo devastato; bianchicci, malati e destinati a morte precoce come i replicanti di Blade Runner. Autentica carne da cannone (o da ruote) al servizio del tiranno di turno, Immortan. Signore e padrone dell’acqua, monarca assoluto e allucinato, dal corpo devastato dalle radiazioni, i capelli bianchi e scarmigliati come quelli di una strega e una maschera terrificante a celare le fattezze di un villain già visto nel primo film della saga, l’attore Hugh Keays-Byrne. Sembra la versione post atomica del barone Vladimir Harkonnen.

Se nei primi tre film della serie, in particolare primo e secondo, l’accento era posto sul sentimento della vendetta e sulla scarsità del petrolio, in questo quarto capitolo l’acqua diventa la più preziosa merce di scambio, in una visione ecologica piuttosto avanzata, perchè se è vero che Mad Max Fury Road è uno sbalorditivo film action, che delimita lo stato dell’arte cinematografica per quel che concerne le scene in movimento, i sottotesti, suggeriti, sussurrati, pennellati qua e la con didascalia scevra da pedanterie ci sono e sono forti.

Miller ci mostra l’oggi. Mostra lo scontro disperato tra due modelli antitetici di sviluppo della civiltà umana, la vecchia società consumistica e i sostenitori (le sostenitrici) di Gaia.

E’ un’immensa guerra generazione quella che si consuma tra le strade arroventate dalla sabbia di un mondo distrutto, devastato, brutalizzato da un modello vorace e ferino dove il possesso e il controllo sono i due pilastri di base: possesso dell’acqua, controllo della vita. Ovviamente il nostro australiano preferito non si mette davanti a una lavagna come un certo presidente di nostra conoscenza. Lui è un regista e ce lo racconta e mostra con le immagini in movimento. Ecco perchè paradossalmente, in un film così concitato, adrenalinico ed esaltante, per comprenderne le sfumature bisogna concentrarsi sui dettagli, sulle singole figure. Sulle singole sequenze e frasi. Immortan è la personificazione dell’ultra liberismo. E’ il rappresentante di coloro che hanno creato il mondo che sta vivendo e continua ad applicare pervicacemente lo stesso modello anche sulle macerie. E’ capitalismo puro e selvaggio, perfettamente a proprio agio sia prima, tra i grattacieli della City o di Wall Street, sia dopo, in un regime di neo barbarie tribali. Sfrutta Immortan, pompa acqua a comando, pompa latte materno da prosperose balie bagnate, pompa sangue da Max, catturato perchè donatore universale e condannato a diventare sacca di sangue per rimpolpare i fisici minati dei suoi figli della guerra. Costruisce miti come il marketing crea bisogni e agli occhi dei suoi figli degeneri assurge alla dimensione di una figura semi divina, oggetto di fanatismo. La sequenza dove il figlio della guerra Nux, (un irriconoscibile e bravissimo Nicholas Hoult) mentre si lancia all’inseguimento della blindo cisterna sfuggita, è convinto di essere stato guardato negli occhi da Immortan, provocandogli un delirio d’esaltazione è perfetta nella sua stringatezza. I figli della guerra si prestano a molteplici interpretazioni. fanatici, abbagliati dal miraggio del loro ingresso in un Wallahalla dei guerrieri se muoiono in battaglia. In pochi cenni, Miller costruisce un culto con trovate spiazzanti, degne del Pasto Nudo di Burroghs, prima fra tutte la vernice argentata che si spruzzano sulla bocca prima dell’estremo sacrificio.

“Entrerai nel Wallahalla splendido e cromato” dice Immortan a uno dei suoi soldati. Una frase che riassume la religione costruita sui miti nuclearizzati di un mondo che non c’è più se non nel sogno del ritorno a un paradiso dove la forma divina si trasfigura in quella di una rombante fuoriserie.*

Non ho potuto non pensare a Ballard a questo punto. Ballard usava in Crash l’icona dell’automobile come feticcio sessuale in una società dove la disumanizzazione dell’individuo diventava cifra estetica. Miller amplia il concetto e lo diluisce in ogni aspetto della società umana post apocalittica. La commistione, la simbiosi tra questi uomini e i loro mezzi, Miller la mostra nella sequenza paradossale dove in una fase dell’inseguimento ad alta velocità, sia Nux sulla blindo cisterna sia uno dei suoi fratelli inseguitori, bevono e sputano benzina nelle prese dei carburatori, come per insufflare nuova vita e nuova energia nei motori. C’è anche Cronenberg in questo.

Visivamente è splendido e sontuoso. Il deserto della Namibia è La Location perfetta, il deserto più bello del mondo, appena appena ritoccato e saturato con colori meravigliosi. E’ il Dune, l’Arrakis che avrei voluto vedere e comunque come già detto, i rimandi all’opera di Herbert e al film di Lynch ci sono, sopratutto nell’occhio antropologico che il regista australiano punta sui personaggi; da Immortan a Bullet Farmer a  Organic mechanic ci mostra una galleria di soggetti plasmati e deformati dall’apocalisse, un’umanità di psicopatici che hanno una landa desolata tutta per loro. Non a caso sia Immortan che Max portano maschere che ricordano la museruola di Hannibal Lecter e uno degli uomini di Immortan combatte con la motosega in perfetto stile Leatherface e come non dimenticvare il Doof Warrior, chitarrista che scandisce i combattimenti con reef isterici ed esaltanti,che mi ha ricordato il vecchio gruppo dei Rockets Ricordano qualcuno?

vera icona del film, simbolo visionario, delirante e assurdo eppure così perfettamente inserito nel cifrario estetico costruito da Miller.

Ogni singolo fotogramma sembra uscito da una copertina di Metal Hurlant. C’è tanto Moebius, c’è Jimenez, c’è Corben. Nella cittadella di Immortan ci sono meccanismi che assomigliano a degli scorci di Metropolis di Lang e lungo le panoramiche del posto verde, ci si aspetta di veder svolazzare Arzach sul suo destriero.

Per ora mi fermo qui e rimando i lettori alla seconda parte dove analizzeremo i personaggi di Max, Furiosa e la falsa questione femminista.

*Qualcosa di Lansdale e il suo Deserto delle Cadillac…

Zona Z di Alessandro Girola

Sinossi (dalla pagina Amazon del libro)

I morti si sono risvegliati e, proprio come succede nei film horror, hanno attaccato i vivi per divorarli.
Un ordigno sperimentale, caduto nelle mani degli scienziati del Califfato Nero, pare essere la causa della zombie apocalypse.

Gli jihadisti hanno però fatto male i conti.
La loro arma si è infatti trasformata in un boomerang. Le radiazioni incautamente rilasciate hanno colpito l’intera area mediterranea, trasformando il Nord Africa e parte dell’Europa meridionale – Italia compresa – in un inferno.
Tuttavia i vivi hanno vinto. Gli zombie sono stati contenuti nell’Area di Quarantena Prolungata, una wasteland che va dalle Alpi Centrali al deserto del Ciad e del Niger, dal confine tra Algeria e Marocco alla valle del fiume Giordano.

Nell’Area esistono solo poche roccaforti riconquistate dai contingenti NATO ed EUFOR, mentre tutto il resto è terreno di caccia degli zombie.
Un anno e mezzo dopo la creazione di questa enorme zona rossa, il mondo esterno fa di tutto per dimenticare e per esorcizzare la spaventosa catastrofe che l’ha colpito.

Ted Kenn, giornalista del New Yorker, già vincitore di un premio Pulitzer, non vuole dimenticare.
C’è un segreto che si cela nell’Area, custodito da un eremita che ha deciso di insediarsi nel cuore del regno dei morti viventi. Kenn è intenzionato a scoprire di cosa si tratta.
Per farlo ingaggia alcuni esperti contractors, che lo scorteranno in quello che promette di essere il più importante reportage della storia umana.

L’ennesima zombie novel porta la firma di Alessandro Girola, autore indipendente, autoprodotto e straordinariamente prolifico. Girola come altri autori che si muovono nell’ambito del genere fantastico, è un formidabile reinterprete di storie e di generi. E’ uno scrittore onnivoro, dotato di uno stile diretto, lineare ed efficace che sta sviluppando una capacità sempre più agile e lodevole di scrivere storie appartenenti ai generi più disparati senza rimasticature o patetici scimmiottamenti. Ha dalla sua inventiva e una certa originalità che giocano a suo favore.

Zona Z si muove attraverso i clichè più che abusati degli zombi romeriani ma come tutti gli Autori che non si accontentano di scrivere ma vogliono raccontare e rinnovare, ecco che la storia presenta diramazioni interessanti che spaziano dal filosofico all’escatologico. L’autore stesso ha scomodato Cuore di Tenebra e a buona ragione, perchè la discesa degli inferi di Ted Kenn anche se non segue il corso di un fiume ma s’inerpica tra i monti e le valli della Lombardia, tra Val Sassina, val Tellina e Val Chiavenna, ne presenta lo sviluppo interiore (e comunque la squadra di contractors che lo scorta nel suo pericoloso reportage, si chiama Stige.) A scapito della scrittura rapida, alcune immagini di buona potenza evocativa pennellano il racconto e quello che a una prima impressione appare come un divertissment, diventa qualcosa di più sottilmente medidativo. In un mondo shoccato dall’evento, i morti diventano la personificazione di una condizione dell’essere che non corrompe solo le carni. Sono le anime a essere morte.

Una terra di morti che si muovono come bestie al pascolo, pronti a brucare e rosicchiare ogni palpito di vita rimane sempre una metafora di rara efficacia sia per descrivere la società consumistica negli anni ’70 sia l’immobilismo culturale e sociale che affligge il nostro sciagurato stivale più di dieci anni dopo il ventunesimo secolo.

In certi bar, costa di più la colazione che il download di questa piacevole novel e non vi spegne la coscienza.

Lovecraft’s Innsmouth (Chthulhu apocalyspe Vol.1) di Claudio Vergnani

Sinossi (dalla pagina Amazon del libro)

… si trattava semplicemente di accompagnare il professor Franco Brandellini (questo il nome del cliente) per una settimana in una cittadina per turisti sulle coste del Massachusetts, dove era stata ricostruita a uso e consumo dei gonzi (questa invece la spiegazione di Vergy) la Innsmouth del racconto “The Shadow Over Innsmouth” di H.P. Lovecraft. Il nome della struttura era, nella sua grande originalità, “Lovecraft’s Innsmouth”.
«Insomma», spiegò Vergy, «hanno costruito questa specie di Disneyland che rispecchia pari pari la città del racconto. Catapecchie cadenti, vicoli, l’albergo schifoso, la chiesa dell’ordine di quel… come si chiamava quello stronzo con le squame con il quale i cittadini stringono il solito patto blasfemo?»
Ritornai con la memoria ai tempi del liceo. «Dagon, direi. Lo aveva contattato un capitano del posto che era stato in non so quale località esotica e lì aveva saputo di questa creatura che, al prezzo modico di qualche sacrificio umano, avrebbe garantito pesce, oro e figa per tutti gli anni a venire.»
«Giusto, una cosa così. Aspetta, questa ti piacerà: per le strade girano anche delle comparse truccate come gli abitanti del racconto. Dei rachitici che camminano arrancando, puzzano di pesce e al posto della faccia hanno un mascherone da merluzzo. Bene, ora tu non ci crederai, ma sembra che esistano molti appassionati di questa spazzatura e il nostro professore è uno di loro. E vuole fare un salto a godersi cotanta bellezza. Tu e io lo dobbiamo accompagnare e proteggere. Da cosa, non saprei.»
«Sembra un compito abbordabile.»
«Già. Il guaio è che dicevano così anche dello sbarco in Normandia.»

Ritorna Claudio Vergnani con un’operazione di recupero e reinterpretazione dei miti immortali, creati dalla tormentata fantasia del Solitario di Providence. Ritorna in formato elettronico, formato che si sta dimostrando sempre di più come una sorta di Isola della Tortuga nella quale trovano spazio e creatività difensori e sognatori della narrativa di genere, sempre più schiacciata, sminuita e depotenziata da un mercato becero; ritorna con un ebook dal prezzo ridicolo e ritornano Claudio e Vergy, sempre disincantati, sempre disillusi, sempre dolenti e pronti a imbarcarsi verso lidi incerti, ostili e disperati.

Claudio & Vergy

Non rinuncia alla sua vis ironica e scanzonata quando non apertamente umoristica ma dietro a queste note, apparentemente volute per spogliare le sue storie di qualsiasi austerità, traspare come pennellate amare il mondo degli ultimi. I suoi protagonisti sono uomini borderline. Figure perennemente sul confine tra l’emarginazione sociale, il sotto proletariato e la follia. Una dimensione questa che interferisce sempre più di frequente nelle nostre esistenze su questa terra gradatamente precaria, traballante e autodistruttiva.

Nella quarta di copertina di uno dei suoi romanzi, era stato definito “Il Bukowsky dell’horror” e subito, confesso che l’avevo trovata un po’ altisonante ma col senno del poi, mi sono reso conto di quanto fosse corretta, a tratti perfino epistemologica.

Vergnani, come Bukowsky descrive una realtà lercia, ingiusta e crudele. Buk la raccontava attraverso il sesso, l’alcolismo e una sottile poesia scaturita da un senso di libertà che si sfogava attraverso uno sberleffo auto distruttivo, mediato dai suoi vizi smodati; Vergnani usa una chiave se vogliamo più esistenzialista. I suoi paria scelgono l’orrore, un orrore che diventa semplicemente l’aspetto più gestibile e leale di un’esistenza che non concede nessuna tregua se non una lotta costante contro tutto e contro tutti, con i pugni in tasca.

Approcciarsi a Lovecraft è sempre un lavoro difficile. Il suo universo è indissolubilmente legato ad atmosfere e suggestioni talmente scolpite in un certo immaginario collettivo che ogni deviazione da esso significa allontanarsi, pregiudicandone il risultato. All’apparenza, i mondi dell’autore modenese divergono notevolmente da quelli del vate del New England eppure, come spesso accade nelle produzioni artistiche, i contrasti creano risultati inediti e appassionanti ed è proprio quello che succede con questo Lovecraft’s Innsmouth.

L’Innsmouth di Vergnani è un simulacro. Una baracconata statunitense che sfrutta la fama (amplificata invero per esigenze narrative) degli appassionati di HPL per far rivivere a facoltosi turisti le brezza delle atmosfere corrotte e marcescenti degli antichi. Il doppio registro suggestivo che Vergnani ha scelto è perfettamente funzionale sia all’evocazione lovecraftiana che alla sua vista sempre attenta a demistificare ogni assoluto. Un’idea malinconica, molto noir, dove anche la “bellezza” dell’orrore, dell’evocazione di un modo di scrivere horror che non esiste più se non come scimmiottatura, diventa un’apparenza, la chimera di un mondo d’illusione. Siamo un po’ tutti falene, pronti a farsi ammagliare, ognuno dalla sua personale lanterna, che sia una Innsmouth ricostruita, il miraggio di un benessere di belle donne e automobili potenti o la casetta in perfieria e il posto fisso in banca.

Il romanzo ha il difetto della maggior parte degli spin off. Finisce in fretta e lascia quel retrogusto che ti porta a volerne ancora. Questo nell’attesa di una versione ampliata che l’autore ha prospettato.

Claudio e Vergy ci dicono tutto questo e lo dicono con quella virile, scanzonata voglia di avventura che li fa sembrare i Bud Spencer e Terence Hill della nostra narrativa di genere.

Inutile aggiungere che è una lettura consigliata.

BOOMSTICK AWARD (II)

In quattro anni che esiste il Boomstick award, dalla fervida mente di Germano Hell greco ( Book and negative) sono riuscito nonostante tutto a riceverlo per due di seguito e per uno come me, che da grande vuole fare lo scrittore e prova anche, non pago, a fare il blogger è un risultato del quale non andarne semplicemente fiero ma anche orgoglioso. Considerando la desolata discontinuità che contraddistingue la mia attività sul blog, è un risultato ENORME e di tanta magnanima generosità e considerazione non posso che ringraziare con lodi sperticate la mia sorellina putativa Lucia Patrizi (Ilgiornodegli zombi) e Marco Siena (Prima di svanire).

Salamelecchi a parte, come avevo già accennato, questo è lo spirito col quale ricevo il premio:

ed ora passiamo al rituale:

1 – i premiati sono 7. Non uno di più, non uno di meno. Non sono previste menzioni d’onore

2 – i post con cui viene presentato il premio non devono contenere giustificazioni di sorta da parte del premiante riservate agli esclusi a mo’ di consolazione

3 – i premi vanno motivati. Non occorre una tesi di laurea. È sufficiente addurre un pretesto

4 – è vietato riscrivere le regole. Dovete limitarvi a copiarle, così come io le ho concepite

Di seguito, i sette designati dal sottoscritto:

1) Il giorno degli zombi, di Lucia Patrizi:

  • Perchè tiene alto il vessillo dell’horror
  • Perchè ha una scrittura alta senza rinunciare ai mostri
  • Perchè è mia sorella putativa e me ne frego delle accuse di nepotismo!

2) Non quel Marlowe, di Lucius Etruscus:

  • Perchè racconta un universo di citazioni e generi che sento anche mio
  • Perchè non si può amare un Marlowe bibliofilo
  • Perchè con lui il pulp non muore mai

Bibolottymoments, di Elena Bibolotti

  • Perchè è una scrittrice capace, coraggiosa e intelligente
  • Perchè il suo blog non ha peli sulla lingua
  • Perchè servono persone come lei in questo mondo ipocrita

Karavansara, di Davide Mana

  • Perchè nemo profeta in patria
  • Perchè è un inguaribile, nostalgico uomo d’altri tempi, un po’ come me
  • Perchè è troppo dannatamente in gamba per questo sgangherato paese

Alice in writing, di Alice in writing

  • Perchè ama la letteratura come pochi
  • Perchè nel suo blog mi sento a casa
  • perchè parla di cose che ci toccano da vicino con competenza e cognizione di causa

Red Jack, di Alessandro Mana

  • Perchè il suo è un lavoro enciclopedico unico
  • Perchè il fratello di un amico è a sua volta mio amico
  • Perchè così eleva il concetto di bloggin

Strategie evolutive, di Davide Mana

  • Perchè mi manca maledettamente il suo blog
  • Perchè nonostante la chiusura rimane imbattuto
  • Perchè spero che ritorni

Bòn.

Vai a prendere una stella, di Marco Siena

Sinossi, dalla pagina Amazon dell’ebook:

Gianni Davoli vuole passare un weekend con la figlia, portandola in campeggio sul fiume. Ma qualcosa è in agguato nelle campagne: una comunità isolata che rapisce i figli degli estranei.
Ma i membri di questa comunità non sanno che Davoli è un agente della Fondazione Licht, e agirà subito per riprendersi sua figlia.

Nuovo episodio della serie Fondazione Licht, questa volta ambientato in Italia, e che ha come co-protagonista Konopski, arrivato per raccogliere la testimonianza di Davoli.

Marco Siena a mio modesto parere è uno dei nomi di punta di quel cartello di autori prevalentemente autoprodotti che spesso e volentieri leggo e segnalo su questo mio personale taccuino. Assieme a nomi come Alessandro Girola, Davide Mana, Lucia Patrizi e diversi altri, Siena scrive e lotta per la letteratura di genere in un paese che legge sempre di meno, scrive sempre peggio e s’impoverisce culturalmente ogni giorno che passa.

Onore ai difensori, dico io, che nel mio piccolo, partecipo all’impari conflitto ma veniamo al libro in questione. E’ la prima novelette dedicata alla Fondazione Licht che leggo e la scoperta è stata piacevole. La prosa di Siena si è evoluta nel tempo e ogni volta la trovo migliorata. L’Autore sta maturando e mi sembra che la trasformazione del suo stile sottolinei una maggior consapevolezza delle sue capacità. Ritorna l’Emilia profonda, contadina e arcana, quell’Emilia dalla quale è nato quel Gotico Padano che l’arte di Pupi Avati ha sdoganato con capolavori del cinema di genere come La Casa dalle finestre che ridono e Zeder

Abbiamo così un sano, robusto horror padano narrato col piglio di un action ma non scevro di suggestioni evocative ed efficaci. Lo stile è snello, fluido, privo di fronzoli; l’avventura di Gianni Davoli e il duro Konopski si legge tutta d’un fiato e rinfranca facendo ritrovare al lettore la perfetta definizione di “letteratura d’intrattenimento” ma nonostante tutto, qualche passaggio ci ricorda che chi scrive, scrive anche per dirci delle cose e qualche angolino più profondo, dedicato alle riflessioni di quel che può essere la paternità, inevitabile emerge, rendendo il libro sostanzioso e schietto come un buon bicchiere di Lambrusco.

Agenti dotati di poteri magici, maghi, entità soprannaturali cupe e terrificanti, annidate nel buio degli scantinati di sperdute cascine, comunità escluse dal circuito del vivere civile, gli ingredienti ci sono tutti, ben dosati ed equilibrati.

Leggetelo e divertitevi.

Seidicente

Possiedo sogni e ragione...

Andrea Wierer

corporate storytelling

Genio Chiara

Cultura in libertà

LM

cosa leggono i passeggeri nei vagoni affollati?

Articoliliberi

La vera letteratura è fatta di vita, non soltanto di parole.

Un Morbido Cuscino

"Se il romanzo è una storia d'amore, il racconto è la passione di una notte."

cinema condiviso

"La vera libertà è essere in due" Nanni Moretti

Sei Un Idiota Ignorante

argomentare con alterygia, controbattere con svpponenza

Caffè Saturno

KLAATU BARADA NIKTO!

The Eternal Sunshine of an Endless Mind

Esprimi il tuo pensiero in modo conciso perché sia letto, in modo chiaro perché sia capito, in modo pittoresco perché sia ricordato e, soprattutto, in modo esatto perché i lettori siano guidati dalla sua luce. (J. Pulitzer)

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