Lo Stato di ebbrezza, di Valerio Varesi

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Vecchie bagasce pentite, ecco cosa siamo adesso. Ballerini con l’artrite ai piedi, ubriachi senza più un trillo, uno zompo, un saltello. Zavorrati come trichechi spiaggiati tremolanti di lardo e di trippe. Ci sta passando sopra la testa un’intera generazione al galoppo. Saltano oltre che sembriamo una siepe di Ascot. Mica son simpatici. Ci han cacciato a ringhi prima di infilarsi nella carcassa puzzolente dell’Italia, che è tutta la loro eredità. Non ce lo perdonano di aver spolpato le migliori pezzature! Quattro ossa da leccare è tutto quel che gli resta. Le frattaglie, altro che quelle! Abbiamo consumato anche la loro parte di banchetto: ricchezza, terra, petrolio, ossigeno ..Han solo dei debiti e da farsi un culo. Una pattumiera dopo le gozzoviglie, ‘sto pianeta, coi suoi ottanta miliardari a sbafare e tutti gli altri a leccare gli avanzi sul pavimento prendendosi calcagnate.Digeritevi le pleuri, la milza e i rognoni! Sciaguattate nei succhi gastrici, fateci il bagno e ascoltate i nostri rutti!Avevamo promesso ben altro nei gloriosi Sessantotto e Settantasette portati sul petto come medaglie! Tutti a strimpellare serenate filosofiche sulle magnifiche sorti. Ne avevamo la bocca piena, ma eravamo solo un nugolo di pidocchi che avrebbero reso anemico un toro”.

Per una volta ho scelto d’introdurre il libro con il suo incipit anzichè la consueta sinossi. L’avete letto? L’avete letto bene? Non è un semplice incipit, è un’ overture alla disastrata sinfonia della storia del nostro paese, ecco che cos’è. Mi voglio sbilanciare, definendolo uno degli attacchi più potenti e tellurici che mi sia capitato di leggere nella mia misera carriera di lettore oltre che di scribacchino.

Valerio Varesi* ha citato come nume tutelare Viaggio al termine della notte, di Celine, parlando de Lo stato di ebbrezza, ed è facile, leggendolo, ravvisare l’intento di raccontare gli anni grotteschi che hanno marchiato l’inizio di un declino apparentemente inarrestabile della nostra nazione, con una narrazione alta, metaforica e diretta. La scrittura di Varesi è un gorgo che risucchia nel cuore stesso di una notte della repubblica con una teoria di allegorie dall’efficacia rabbiosa. Emerge un mondo di egoisti e bulimici personaggi, presi, avvolti, anestetizzati da quello stato di ebbrezza che si respirava dagli anni ’80 fino a mani pulite. Quella sensazione inebriante di potersi arricchire in maniera smodata, di accaparrare denaro, potere, sesso. Tutto in un’orgia famelica e vorace, cieca e sorda a qualunque morale, a ogni legge, indifferente alle conseguenze, al futuro, alla rovina. Nella girandola di politici, porta borse, giornalisti e consulenti vari che si avvicendano nella storia d’Italia, si vede veramente l’orchestrina del Titanic che continua a suonare mentre il transatlantico affonda inarrestabile; con la differenza sensibile che i suonatori nostrani sono del tutto privi della desolata e disperata eleganza dei primi. I nostri sono chiassosi, arroganti ed egoisti scriteriati che si aggrappano all’ultima briciola con la voracità di una fiera insaziabile.

Domenico Nanni è il Dante che attraversa non senza colpe i gironi di un paese che si ostina a essere baraccone anche nei momenti più tristi e drammatici. La sua storia disincantata ripercorre con un certo obiettivo candore l’excursus di tanti italiani, nati incendiari e morti pompieri, che sulle onde degli ideali e il sogno della rivoluzione saltano di carrozzone in carrozzone fino al capolinea. Nanni in qualche momento ha il pudore di guardarsi indietro e osservare le macerie che sta seminando ma non per questo si arresta. La fame spinge e tira e impone l’avanzare di una vita così legata a quel che si è da non ammettere nulla: ne memoria ne coscienza ne pentimenti. Un’ubriacatura i cui postumi saranno il peggior dopo sbornia immaginabile.

Lo stato di ebbrezza è uno di quei romanzi che s’intuiscono scritti con l’urgenza di una spinta etica che il rutilare dei tempi sembra voler piallare ogni giorno di più. Uno j’accuse di rara potenza e lucidità. Un noir della Repubblica nel senso più lato e alto. S’inizia dopo questa gran cassa e ci s’immerge per 317 pagine di storia, cronaca, politica e delirio. Lo schiaffo che rappresenta quest’opera  dovrebbe riverberarsi nelle coscienze di tutti i cittadini degni di tal nome. Dipendesse da me, dovrebbe essere libro di testo alle superiori.

La sua lettura un dovere.

*Valerio Varesi, giornalista della redazione bolognese di Repubblica ha raggiunto la notorietà in campo narrativo come autore di gialli, in particolare per la serie del commissario Soneri. Dai suoi libri è stata tratta anche la serie televisiva RAI Nebbie e delitti.

La Sentinella, di Claudio Vergnani

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Sinossi dalla pagina Amazon del libro:

Ecco il futuro. E molte cose sono cambiate: si è aperta un’era di uguaglianza e di spiritualità. Ciò che prima era privilegio delle classi agiate ora è alla portata di tutti. Niente più polizia, né esercito. Ma disastri naturali, catastrofi legate all’incuria, la sovrappopolazione dovuta alle direttive di una religione che pretende famiglie sempre più numerose, carestia e degrado hanno fatto del mondo un luogo inospitale e pericoloso. Il dilagare del cannibalismo, il proliferare di antiche sette legate al culto dei morti, la demenza indotta dall’uso di droghe letali, una fauna mutante mostruosa e antropofaga portano la Chiesa a istituire severe Selezioni per la formazione di Ordini scelti che mettano un freno ai pericoli. Nasce così l’Ordine delle Sentinelle. La Selezione per diventare Sentinella, però, non è solo dura, è disumana. E cosa succede se chi sopravvive rischia di ritrovarsi disumano a sua volta? Cosa succede se i prescelti si rivelano peggiori delle persone che dovrebbero combattere?

Claudio Vergnani passa alla fantascienza e lo fa con una sua visione estremamente personale. Il cambiamento di genere non ha portato allo stravolgimento della sua scrittura perchè da essa si struttura un universo narrativo coerente che aggiunge ulteriori tasselli alle sue riflessioni sul mondo e sull’uomo. Lo scrittore modenese sceglie tra l’altro un terreno minato ambientando la sua spietata vicenda di selezione e sopravvivenza in un mondo distopico e post apocalittico. Per chi mastica solo (sventura sua) young adult, il pensiero correrà subito ad Hunger Games e compagnia semplificante ma mettetevi l’animo in pace perchè non è così. Il mondo che emerge nel romanzo di Vergnani è spiazzante. Ammantato di un’atmosfera mortifera e marcita, estraniante e al contempo con richiami inquietanti a quel che è l’oggi e quel che rischia essere il prossimo domani.

Abbiamo una terra devastata da una  serie di catastrofi sociali e ambientali, mutata nella flora e nella fauna, con mostri voraci e senza controllo che imperversano ovunque, con una società umana che, a fronte di una sottile e strisciante decadenza tecnologica, ritrova a sorpresa una rinnovata spiritualità e con il riaffermarsi del potere di un papato, che si ritrova il mondo fra le mani senza neanche tutta questa convinzione del proprio ruolo e delle responsabilità conseguenti. Una realtà che oscilla disarmonica tra elevazione e oscurantismo, in uno Ying/Yang tutt’altro che etereo. La metafora dei vivi che si ritrovano a vivere coi morti, dove città e immensi cimiteri si compenetrano in una promiscuità vagamente oscena è la metafora più potente e inquietante di tutto il romanzo e l’affermarsi del cannibalismo, l’apice di un degrado ravvisabile nell’attuale, vorace e distruttivo capitalismo.

Il corpo delle Sentinelle è l’istituzione preposta al mantenimento dell’ordine e della moralità. Moralità intesa come difesa dell’umano senziente, della Civiltà in senso lato.

Quasi metà del romanzo è occupata dalla tremenda selezione. Strutturalmente potrebbe apparire come un difetto, in realtà, la reputo una scelta filosofica, un percorso che impone la trascendenza del fisico per risvegliare quella scintilla di volontà che è la forza di ogni uomo che deve superarsi. In questo senso, le sentinelle sono superuomini nell’accezione nietzscheana del termine. Uomini che solo andati oltre se stessi ma l’oltre può essere luce come può essere tenebra. Ed ecco che in contrapposizione al protagonista, attraverso il cui racconto viviamo tutta la vicenda, si delinea la figura di Jaromir, vera e propria nemesi spietata,  di un’umanità che arranca per non cedere alla propria bestialità. Un vecchio imponente, forte, violento e cannibale. Il cannibalismo nel romanzo di Vergnani è un’altra possente metafora e non un misero espediente per solleticare la voglia di macabro che può albergare in chi legge letteratura di genere. Il cibarsi dell’altro è la voracità cieca e animale di un’umanità preda dei propri istinti, è la volontà di assimilare tutto in se’, egocentrismo sfrenato, egoismo senza confini, la solitudine inarrestabile di chi si perverte in nome del potere.

Mi ha ricordato certi romanzi di Moorcock specialmente il ciclo di Jerry Cornelius nel suo evocare un futuro di follia e assurdità riuscendolo a calare in un contesto che è molto più famigliare di quel che ci piace pensare.

A dispetto dell’impianto squisitamente action Vergnani che è tutto meno che un autore banale, costruisce una voluminosa e inedita riflessione sulla società umana e su quanto sia in realtà labile e sottile la crosticina di civiltà che ricopre uomini squassati tra ragione e istinto. Riesce ad armonizzare come pochi una miscela fatta di profondità e intrattenimento, andando a pizzicare corde che  preferiamo mantenere mute e ferme. L’unico dispiacere è che un autore come lui, non riesce ancora ad avere l’eco e il riconoscimento che meriterebbe. I cannibali sono sempre dietro l’angolo.

 

Analisi del 2015

I folletti delle statistiche di WordPress.com hanno preparato un rapporto annuale 2015 per questo blog.

Considerando quanto incostante e sparuto è il mio lavoro sul Blog, riesce lo stesso a darmi qualche soddisfazione e seguendo il consiglio di mastro WordPress, ecco il post dedicato all’attività del taccuino nel 2015

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Ecco un estratto:

Una metropolitana a New York trasporta 1 200 persone. Questo blog è stato visto circa 3.900 volte nel 2015. Se fosse una metropolitana di New York, ci vorrebbero circa 3 viaggi per trasportare altrettante persone.

Clicca qui per vedere il rapporto completo.

Di torri dorate, ignoranza e sogni perduti, (parte seconda)

Nel post precedente avevo concluso citando Steve Jobs, forse primo personaggio/icona a essersi spento nel XXI secolo. Quello che lasciò il proprio testamento spirituale durante il celebrato discorso alla Stanford University, ricordate? “Stay hungry stay foolish“…Ci sarebbe da aprire tutto un discorso, complesso e controverso sui malintesi nati dalle parole di Jobs, su quanto abbia avuto ragione per alcuni versi e per altri la stragrande maggioranza dei suoi estimatori (a parole) si rinneghino con i fatti ma andrei OT e le questioni che sto squadernando in questi post sono già di per se’ labirintiche.

La contraddizione colossale nasce dal fatto inequivocabile che più nessuno ha fame. La fame di sapere si è estinta e se non del tutto è sulla buona strada. Ora non è così scontato risalire a questo falso senso di sazietà che ci sta portando a diventare un popolo di analfabeti funzionali. Entra in gioco senz’altro un discorso politico, uno sociale, uno antropologico… viviamo un paese vecchio per esempio. Non soltanto anagraficamente; è vecchio il modo di vedere le cose, di sentirle, di viverle. Si concepisce la vita come una strada da attraversare con fatica, dolore e sacrificio che sono tre parche che ci perseguiteranno sempre e proprio per questo sarebbe un buon motivo prendersi una tregua da tutto ciò, magari sognando un pochino. O fantasticando

Fantasticare. Adoro questa parola. E’ più solida di sognare. Sognare suggerisce qualcosa di impossibile ma fantasticare… vuol dire qualcosa di più. Per me fantasticare è salire su un’astronave bellissima e spararmi diecimila anni luce in pochi minuti buttandomi addosso a una collpsar oppure esplorare un pianeta marino aiutato da delfini intelligenti ed esoscheletricamente dotati.*

E’ prendere la mia terra, riempirla di misteri e creature ereditate dai racconti dei nonni e inventarmi un misterioso Dipartimento che indaga sui fenomeni paranormali… è tutto questo e tanto tanto ancora.

Lo faccio. Scrivere, fantasticare scrivendo e nello stesso tempo imparare. Ecco un’altra parola che oggi risulta ostica. Imparare. “Stai zitto che hai solo da imparare” una frase netta che mi sono sentito dire spesso da adolescente. L’adolescenza è l’apoteosi dell’arroganza e della presunzione. Palpita nel cuore di ognuno di noi soprattutto quando cominci a costruirti una tua idea del mondo, una tua filosofia, che alla radice è l’amore per il sapere… e d’improvviso consideri che il tuo modo di vedere deve avere una sua dignità e così si entra in conflitto con tutto e con tutti. Genitori, istituzioni… fino alla consapevolezza. Il perchè di questa parentesi un po’ scontata serve al nocciolo di questo post. Quanto detto finora è sensato e funzionale alla costruzione della  personalità di un adolescente. Adolescente, diciamo dai 12 ai 20 anni circa. Peccato che la rete (e non solo la rete) mi sta mostrando che tutta questa arroganza, questa sordità, questa pedissequa presunzione arriva da troppi adulti. 25-35-45-65enni. Pance piene ma senza la minima traccia di quella fame di sapere, quella spinta ideale, quell’andare avanti, sempre avanti che è sempre stato il propulsore dell’evoluzione della nostra specie.

E che cosa c’entra tutto questo col fatto che mi piacciono le storie che fanno paura? E che fanno sognare astronavi? E fantasticare di mondi incredibili?

Il mio mosaico è un po’ così ma sono idealmente compresi anche gli ebook

C’entra. C’entra tutto. C’entra l’ iniziare da qualche parte. C’entra cominciare a leggere Topolino, guardare le figure e poi leggere quello che c’è scritto nelle nuvolette. Ricavare piacere da quelle parole e quindi cercarne altre e altre storie e così da Topolino si passa a Tom Sawyer o 20000 Leghe sotto i mari o Harry Potter e da li avanti. Calvino, Buzzati o Italo Svevo… si cresce. E s’impara e si diventa curiosi e il mondo assume altri contorni, come un miope che man mano migliora con le lenti giuste. Così è stato per me** e per tanti altri. Chi più, chi meno, chi in una maniera e chi in un’altra  c’era un comune denominatore ed era quel piacere tutto speciale di vedere nei libri, in ogni genere di libro un tassello utile a costruire il mosaico della nostra esistenza.

Questo fino a non troppi anni fa… una ventina? Quindici? Fate voi. Con la rete, la visione di questo perverso ouroboros che si auto divora in un ciclo apparentemente senza soluzione, appare più netta.

Da una parte*** abbiamo la Cultuva, snob, elitaria, auto referenziale, pronta a puntare il dito e smontare con perfidia scientifica ogni allargamento e apertura della medesima. Essa sembra bastare a se stessa, mantiene posizioni di comodo ed ha instaurato un distacco desolante con chiunque sia fuori dal salotto buono. Questo distacco porta dall’altra parte**** a chi ne è fuori, a disprezzare chiunque sembri essere di la’, con l’effetto perverso poi di imbarcare sullo stesso bastimento tutto ciò che si discosta da una facile e immediata fruibilità.La ginnastica della mente, l’attività di studio, analisi e riflessione che dovrebbe essere il riflesso di ogni intellettuale degno di tal nome diventa nemica. E diventa nemico anche chi, sebbene fuori dal salotto, ama comunque tutto ciò che il salotto vorrebbe tenersi ben stretto, in questo modo ogni discussione con un minimo di risposta circostanziata diventa terreno di scontro. Le reazioni non sono più polemiche. Eraclito affermava che il Polemos era il padre di tutte le cose. Su di esso, dalla sua capacità di scontro e confronto si era formato il pensiero dell’uomo.

Il Polemos è morto in guerra. Ha vinto la volontà di urlare più forte al di la’ delle parole, di vincere dove vittoria non serve e dove sapere le cose diventa un fastidio. Il fastidio originato dalla frustrazione di essere ignoranti.

*Ogni riferimento a Le Maree di Kithrup, di David Brin è puramente voluto.

**Anche senza laurea amo la conoscenza e non mi basta mai.

***Ovvio che non è così tutto il mondo della Cultura ma in Italia, “quella che conta” riesce a mostrarsi così.

****L’altra parte è la massa, un po’ tutti siamo a rischio massa.

Di torri dorate, ignoranza e sogni perduti (parte prima)

“la cultura (e la sua sorgente, la scuola) andrebbero rispettate e aiutate in modo diverso. Accettiamo responsabilmente i sacrifici, ma non quello dell’intelligenza. Stefano Benni”

Piccola introduzione biografica.

Provengo da una famiglia modesta ma dignitosa. Mio padre era un pasticcere, mia madre dopo una vita da commessa aveva aperto un bar. Artigiani e commercianti. Classe 1933 lui 1938 lei. Mia madre era la maggiore di tre figli e sebbene fosse la più dotata nello studio, i suoi avevano deciso che smettesse per aiutare la famiglia, fermandone la scolarizzazione alla quinta elementare. Mio padre, figlio di mezzo di tre ma unico maschio aveva frequentato una scuola professionale, aiutando il padre in vigna. Sapeva fare un po’ di tutto: piccoli impianti elettrici, riparazioni idrauliche, una buona mano da falegname. Aveva in fondo uno spirito avventuroso che l’aveva portato a fare la piccola vedetta per i partigiani, il boxeur, il sergente telegrafista negli alpini. Aveva anche tentato di imbarcarsi a Genova ma non sapeva nuotare e se ne era tornato al paese finchè non conobbe mia madre in una prestigiosa pasticceria in città. Lo presero come apprendista pasticcere e il resto è storia.

Per gli standard di oggi possedevano una scolarizzazione bassa. Entrambi non avrebbero potuto accedere neanche a un concorso come operatori ecologici eppure sono riusciti a trasmettermi un amore per la cultura e la conoscenza che oggi sembra quasi scomparso. La mamma leggeva molto e quando si era rimessa a studiare per poter aprire la partita IVA era uscita con il massimo dei voti, alla Camera di commercio. Anche papà era un divoratore di fumetti e aveva una collezione bellissima di romanzi di Salgari. Inoltre entrambi amavano la musica classica e l’opera. A casa mia, nonostante gli orari oberanti delle loro rispettive attività, non sono mai mancati libri e dischi.

Avrò sempre il ricordo un po’ alla Monthy Python di mio padre, immacolato nel grembiule e nella farina che intonava con voce baritonale le arie di Mozart (Le Nozze di Figaro erano il suo cult). A dispetto di tutto avevano AMORE per le cose belle e rispetto per la CULTURA e il tutto era nato e fiorito da basi umili, da letture semplici, d’intrattenimento.

Il perchè di questa introduzione famiglilare, è ispirato dalla pubblicazione di due post, provenienti da altrettanti, seguiti e stimati Blog: Prigionieri, da Strategie Evolutive, di Davide Mana e Intrattenere è una nobile arte, uscito su Plutonia Experiment, di Alessandro Girola.

Affrontano da angolazioni e prospettive differenti una questione che mi sta a cuore: la posizione della letteratura fantastica.

Per “fantastica” intendo il termine più ampio e generico dell’aggettivo. Che sia fantasy, horror, fantascienza, giallo, mistery o noir, tutti rientrano nel calderone del raccontare storie tese a far evadere il lettore dal quotidiano e dal reale (questo non necessariamente negando o stravolgendo il reale).

Io stesso ho la presunzione di definirmi “scrittore di genere“. Tutto quel che sono riuscito a pubblicare finora sono due horror, un mistery e un giallo/noir e pertanto, sfruttando sempre la sopracitata presunzione, mi sono sentito tirato in ballo.

La spocchia che contraddistingue il nostro ambiente intellettuale nei confronti del fantastique è il chiaro sintomo di un provincialismo sconfinato. Da grande cultura, culla di Umanesimo e Rinascimento, l’Italia si è rannicchiata in salotti snob e autoreferenziali e l’atteggiamento elitario che sembrava contenuto per una brevissima fase della nostra storia recente, sembra essersi rafforzato di pari passo con l’abbassamento del livello di formazione degli strati più ampi di popolazione.

Una combinazione terribile che si sta riverberando in tutti i campi. La cultuva vive in squallide torri placcate di oro di bassa qualità e i risultati si vivono sulla pelle. Non si legge, non s’impara, non si sogna. La fiducia verso il domani è ormai un tabù e una forma mentis perversa che sta letteralmente troncando le gambe alla nostra capacità di progredire.

Ecco che da questo magma, emerge il velato disprezzo verso le forme di narrativa più popolari (sull’aggettivo popolari seguirà un’altra disgressione*). Una detrazione a volte sottile e sempre perfida, condita da malafede e anche una certa ignoranza nei confronti del genere. Come dichiarava Andrea deCarlo in quel brutto scherzo che era Masterpiece, “vogliamo la vita vera, abbiamo scartato apposta tonnellate di fantasy…” dimenticando o ignorando che spesso, la letteratura di genere ha interpretato il reale meglio di tante opere di narrativa generica o di saggistica e ci riesce attraverso il più artistico degli espedienti: l’allegoria.

La visione del lettore appassionato di fantastico come un bambino non cresciuto che rifugge alle proprie responsabilità è intellettualmente sleale e disonesta.

Come suggerisce il sempre ottimo Mana:

“D’altra parte, M. John Harrison ha sottolineato, in seguito, che la fuga ci libera dalla responsabilità.
E senza responsabilità non siamo nulla.
Se la realtà mi intrappola, posso certamente fuggire nell’immaginazione – ma solo a patto che il piano preveda il mio ritorno, ed azioni atte a cambiare la realtà, in modo che non sia più una prigione.”

e soprattutto:

“perché è vero che esistono storie che sono “puro intrattenimento”, come un bicchier d’acqua, che passa e và, senza causare grandi cambiamenti.
Ma cosa c’è di male in un bicchier d’acqua, se si patisce la sete?”

Certi salotti sono così: si sentono i padroni dell’acqua e ci vogliono assetati, con buona pace della fame citata dal compianto e beatificato Steve Jobs.

*(continua…)

The Green Inferno, di Eli Roth

Ritorna quel volpone di Roth. Nei confronti di Eli Roth ho un rapporto discontinuo: ne apprezzo la tecnica, la capacità di costruire tensione e aspettative, l’abilità di far salire un hype tremendo attorno ai suoi lavori e detesto quando dopo tutto il fumo che fa salire, a volte ti lascia troppo poco arrosto. Hostel ne è l’esempio più clamoroso. (altro…)

Turbo Kid, di Simard, Whissel e Whissel: non un semplice omaggio

Turbo Kid è la prova lampante di come un certo immaginario attraversi gli eoni e sia in grado di scolpire la filosofia narrativa di un film.

Gli anni ’80 sono stati fondamentali per il cinema di genere (aggiungiamoci anche il 1979) e tutti i prodotti successivi ne sono un riferimento o una rimasticatura. Aggiungiamoci poi i periodici recuperi-nostalgia, tesi a raccattare fette di pubblico anagraficamente compatibile e che ha originato quello stile dalla strizzatina d’occhio che alla lunga diventa furbetto e irritante.

Ecco, Turbo Kid non è tutto ciò, come fa notare Lucia Patrizi nel suo blog, non è un film che omaggia gli anni ’80 ma un film degli anni ’80

Non è richiamo, non è semplice studio della filmografia di un periodo preciso del fantastique su cellulosa ma qualcosa di più profondo e non banale; Simard, Whissel e Whissel hanno adottato la forma mentis del cinema di quel decenio e l’hanno traslata in questo piccolo gioiello. Turbo Kid è un film impossibile. Una pellicola fantasma girata probabilmente nel 1983 o giù di lì, un oggetto metacinematografico proveniente da un universo parallelo.

E non solo. Credo con buona dose di sicurezza che i registi avessero una costellazione ben precisa guardando alla quale sono riusciti a orientarsi per raggiungere il risultato finale, costellazione le cui stelle principali sono : Peter Jackson, Richard Stanley e il primo Cameron, non a caso, infatti, il film è una coproduzione Canada/Nuova Zelanda.

In questa storia, dove sembra che la guerra contro le macchine raccontata nel primo Terminator si sia conclusa con una risicata vittoria umana, dove i robot dovevano essere in realtà i replicanti di Blade Runner, ambientata nello stesso anno(1997) della Fuga da New York e dove gli uomini arrancano tra wasted lands che richiamano Mad Max, Giochi di Morte e le produzioni post atomiche italiane come quelle di Sergio Martino.

In particolare, l’influenza dell’ Hardware di Stanley mi è sembrata preponderante. Skeletron (E i Masters of Universe?)Il più spietato dei sicari del cattivo di turno ha una maschera di ferro con fattezze di teschio e una sega circolare montata al braccio che mi ricorda troppo il Mark IV del sopracitato e anche il personaggio del cowboy, duro, paterno, campione di braccio di ferro (Over the top?) condensa sia Hard Mo di Hardware che l’indemoniato Robert Burke di Dust Devil.

Il film a un primo impatto è un patchwork, un collage di suggestioni e violenze. La componente splatter è notevole e per alcuni tratti perfino inaspettata. Morti atroci tra smembramenti e fiumi di sangue che spruzzano ovunque in una sarabanda di efferatezze degne di un Bad Taste, corpi spappolati, sminuzzati e maciullati per ottenerne acqua potabile (qualcuno ha ricordato il soylent green) un attore iconico e villain di pregio come Michael Ironside. La mappa metacinematografica di Turbo Kid s’infittisce, straborda dal decennio, abbraccia i ’70’s e i primi ’90’s.

I protagonisti principali, sono adolescenti, Munro Chambers è il ragazzo, solo, coraggioso, combattente. L’ingenuo disincanto dello spirito di oggi unito alla forza di volontà e resistenza di un Karate Kid, orfano di dickensiana memoria con il classico conto in sospeso e una bici BMX per attraversare la disperazione. Legge fumetti, sogna per difendersi e indosserà poi un guanto spara raggi degno del Turbo Glove della Nintendo. Ascolta musica elettronica con un walkman mangiacassette e in una scena a mio parere emblematica, si riscalda bruciando in un falò videocassette VHS, perchè quei tempi sono finiti, passati. Bruciati. E il trio di registi, con una punta nostalgica ma realista ce lo vuole ricordare.

Un plauso speciale infine a Laurence Leboeuf giovane, meravigliosa attrice canadese. Lei è il cuore del film come i cuoricini luminosi in stile Zelda sono gli indicatori della sua energia (vedrete e capirete). E’ la gioia, la speranza, la meraviglia, lo stupore infantile di zolliana* filosofia. Una creatura paradisiaca in un mondo d’inferno, con gli occhioni sgranati dall’entusiasmo vitale verso ogni cosa, anche la più stupida, la più banale, la più tragica. Anche verso la morte. Un’attrice con una gamma espressiva straordinaria, roba che troppe pavoncelle del nostro panorama attoriale si sognano di notte. Lei è il sogno, il sogno elettrico di Philip Dick, il V Elemento di Besson, quella scintilla che permette ancora un barlume di speranza.

E l’unicorno?

Un film da amare, sia per noi, che nel 1980 ci affacciavamo all’adolescenza, costruendo il nostro immaginario, sia per chi, in quegli anni non ci era ancora nato e li guarda come a una nebulosa età dell’oro. In ogni caso, emozione.

*Elèmire Zolla è un filosofo contemporaneo, autore di uno splendido saggio intitolato appunto Lo stupore infantile.

Ombre elettriche, di Davide Mana

Sinossi, direttamente dalla pagina Amazon dell’ebook

L’incartamento ingannevolmente esile odora di muffa.
La copertina reca stampigliato, in nero sbiadito su fondo giallo pallido:

avvertenza: documenti declassificati a livello di sicurezza tre, al fine di fornire l’informazione necessaria ai membri del governo relativamente ai fatti della primavera 2005 – elementi non declassificabili rimossi.

Segue un timbro che riporta due esagrammi dell’I Ching.
Lettore, sappi che da questa strada non si ritorna.
Ora puoi aprire il dossier e cominciare a leggere.

“la gloria non ha significato, e dei fantasmi si occupa l’unità 23”

Non è la prima recensione di un lavoro di Davide Mana che scrivo. La premessa è che fin’ora non ho trovato un suo singolo ebook che non abbia soddisfatto le aspettative.

Autore particolarmente dotato, con una cultura fuori del comune e uno stile diretto e armonico che raramente si trova in giro anche tra nomi di gran lunga più celebrati, le storie di Davide Mana spaziano in lungo e in largo tra le lande cangianti e multiformi del fantastique.

Ombre Elettriche è la cronaca apparentemente scarna e burocratica di un fatto inspiegabile che rischia di far inceppare la perfetta macchina politica e amministrativa del gigante cinese. A occuparsene è l’ineffabile unità 23. Inevitabile per l’inventore del DIP essere ammagliato da una simile creatura.

L’autore medesimo cita Brunner

tra gli ispiratori di questa storia di fantasmi, soap opera e sedizione. C’è molta politica, c’è il potere dei media come nuovo esoterismo, ci sono i fantasmi, le rivolte, le umane meschinità e la Cina potenza economica che galoppa.

L’elemento “estraneo” che in realtà estraneo non è ma comunque anomalo s’insinua come una sottile corrente elettrica. Oltre Brunner, ci ho visto molto anche del Charles Stross di Giungla di cemento, una Sf definita tale giustappunto perchè c’è un elemento tecnologico che s’intesse nella trama.

E’ originale, Ombre elettriche, sperimentale, supportato da una ricerca linguistica raffinata e da un background culturale raro che interseca mirabilmente cultura anglosassone e cultura orientale.

Leggetelo, immergetevi nella luce grigia e baluginante che sembra permeare tutte le pagine, come se fossero state scritte sotto gli sfarfallii di un neon e domandatevi come me sul perchè un autore come Mana abbia un decimo del riconoscimento che merita… Strano paese il nostro, anche per l’Unità 23.

Qui il doveroso link per l’acquisto, caldamente consigliato.

Gli ulivi non piangono al plenilunio, di Germano Hell Greco

Sinossi, dalla pagina Amazon del libro:

Vegana, volontaria in Nigeria, ex-prigioniera di Boko Haram.
Maika è in vacanza a Polignano, per sfuggire allo stress e ai brutti ricordi.
Per sfuggire anche a se stessa.
Tutti la odiano, la perseguitano tramite internet, la insultano.
Qualcuno la vuole.
A ogni costo.

Danjuma è giunto in Puglia anni prima, dall’Africa, è stato uno schiavo dell’oro rosso, ora affiliato alla malavita.
Nei campi, sotto il sole, ha visto il diavolo.

Qualcosa di non umano s’aggira nell’uliveto del boss della Corona. Qualcosa che viene dal passato, legato alla terra e alla magia del sangue.
Gli ulivi sembrano piangere.

Confesso di aver letto per la prima volta Germano Hell Greco proprio con questo ebook. Figura di spessore di certa blogosfera, quella che bazzico e frequento, ne conosco il blog, Book & Negative, lo conosco virtualmente attraverso i social, trovandoci intensa simpatia e una notevole comunanza di vedute, specialmente negli ambiti che più ci appassionano perciò il rischio che questa recensione possa apparire mercenaria è alto. Ma noi amiamo il rischio e amiamo la buona letteratura di genere e Gli Ulivi non piangono al plemilunio, rientra a pieno titolo in questa categoria.

Una piccola premessa. Il mio primo sud, ovvero il primo impatto con la parte meridionale dello stivale era avvenuto nell’ormai remoto 1989. Ero un sergentino che dopo una serie di traversie passate di caserma in caserma, finito il corso di specializzazione come capo-carro a Caserta, ero stato trasferito alla Scuola Specializzati Truppe Corazzate, a Lecce, la capitale del Salento. Parliamo di un migliaio di km da casa. Una AR era venuta a prendermi alla stazione e mi aveva scodellato davanti all’ufficiale di picchetto. Non avevo aperto bocca e quindi non poteva aver riconosciuto un accento polentone eppure l’ufficiale mi aveva lanciato un’occhiata, fatto un sorrisino tra l’ironico e il compassionevole e aveva commentato:”Fin da lassù vi mandano!”. La mia teoria è che siano stati gli occhi. Lo sguardo. Perchè chi nasce sotto i cieli limpidi e luminosi che sovrastano il Mediterraneo, chi ha passato la vita illuminato da un sole a volte implacabile a volte carezzevole come dita di donna non vedrà mai le cose come chi è abituato alle nebbie, alle pioggie e all’avvicendarsi di monti e colline.

Gli Ulivi non piangono al plenilunio (Unpap per economia) è una storia dove l’elemento percettivo derivato dal territorio è fondamentale. E’ una storia estrema con personaggi estremi dove l’ambiente non è scenario ma componente intima, che rispecchia ogni singolo protagonista, perchè in Unpap, ogni singolo personaggio è prodotto, legame e conseguenza del territorio.

Polignano diventa così uno dei protagonisti. Luogo degradato e meraviglioso, tipico esempio di quello stridente altalenare che contraddistingue il sud, sempre in bilico fra potenziale eccellenza e disastro imminente.

Questo mondo dove la luce più violenta origina le ombre più cupe è lo scenario perfetto per questo horror di contrasti stridenti. Tanto è lattea, intellettuale, impegnata Maika quanto è nero Dangiò, extra comunitario arruolato da una cosca della Sacra Corona Unita. Tanta è la luce interiore (presunta) che Maika vuole far ardere dentro di sé, abbarbicandosi attorno a essa in un’illusione di superiorità morale, tante sono le tenebre che accompagnano la parabola di Dangiò e della famiglia che serve, legato da un vincolo d’onore e (forse) di magia. Ma questi parallelismi sono soltanto il primo barlume di una vicenda metaforica che si complica e capovolge. I demoni del meriggio non hanno bisogno delle tenebre per agire, anzi. E’ proprio sotto l’immobilità rovente delle ore più calde e luminose che loro agiscono. Tradizione antichissima, citata nel Fedro di Platone e presente nel folklore del mezzogiorno e anche in quello slavo, identificata nel demone Keteb secondo la tradizione ebraica. Un essere soprannaturale di forma umanoide che si muove rotolando come un arbusto attraverso le campagne riarse. Collegamento affascinante anche con alcune leggende piemontesi che vedono le Masche attaccare viandanti ignari con ruote rotolanti e nel canavese con botti di fuoco che illuminano la notte…

Anche il degrado diventa una componente che da piaga del territorio che assume volti molteplici, dal cancro della malavita che erode il tessuto sociale a quello più attuale e mortifero della xylella che attacca e danneggia irreparabilmente il patrimonio rappresentato dagli uliveti. Diviene piaga dell’individuo, corruzione che intacca corpo e anima. A questo punto, la figura dello zombi diventa allegoria irrinunciabile, malattia e fame che divora tutto e tutti.

La sensazione iniziale, di una storia raccontata sulla falsariga stilistica di un film di Rodriguez muta repentinamente, diventando qualcosa di più profondo, serio nel senso piemontese del termine, cioè con la consapevolezza di affrontare le cose con cognizione di causa e il giusto rispetto.

Qui, il link per il raccomandato acquisto.

DD2 COMBUSTIONE, di Marco Siena

Ritorna Marco Siena con l’atteso seguito del già apprezzato DD1 Ignizione, DD2 Combustione.

Sinossi (dalla pagina Amazon dell’ebook)

Ilio e Gregorio ora hanno una licenza da cacciatori di taglie, ma la loro preda è rimasta la stessa.
La pista di Colui-che-striscia-sotto-la-neve si sta rapidamente raffreddando, ma l’apparizione di Isabella riaccende le speranze dei due amici.
Non è ancora il momento di gettare la spugna.
Secondo capitolo della trilogia steampunk horror DD, Combustione preme sull’acceleratore e prosegue le avventure di Ilio e Gregorio, in cerca dell’identità di una bambina fantasma, delle risposte su un’antica civiltà e i suoi manufatti esoterici.

E di vendetta. (Davide Mana)

Se lo steampunk è vivo e sta bene, è mia umile opinione che lo sia anche per merito di un autore come Marco Siena. Il suo ciclo DD unisce frizzantezza e dinamismo a un genere che, almeno nel nostro paese, sembrava destinato a spiaggiarsi sulla battigia di uno snobismo antipatico e insopportabilmente autoreferenziale. Siena ha il merito di mettere a servizio di un genere di solito paludato da suggestioni estetiche, una resa narrativa e dinamica che rende la lettura fresca e divertente.

Avevo già sottolineato come esista nel ciclo dell’autore indipendente emiliano, un sottotesto semantico importante e in questo secondo ebook, mantiene la  barra con mano salda. Se Ignizione dava l’inizio alla storia, Combustione parte in quarta, con un primo capitolo pieno di azione e ironia e si sviluppa agile in un accumularsi di vicende e situazioni che rendono lo scenario di DD in piena evoluzione. Il mondo di Siena è una commistione di mistero e tecnologia, ucronia e horrore. L’ebook ha tutto il fascino della buona letteratura pulp, ritmo e azione non calano per tutto il romanzo e Ilio e Gregorio duettano con ironia hollywoodiana, ricordandomi i fratelli Winchester di Supernatural, con in più quell’atmosfera vagamente western che odora di cognac e buon tabacco.

Un difetto, se di difetto si può parlare è il finale tronco, che impone la lettura del terzo capitolo, non ancora disponibile; ciò non mi impedisce di consigliarne la lettura, unitamente al primo capitolo. Qui, il doveroso link d’acquisto.

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