Mad Max Fury Road (parte seconda)

ATTENZIONE:CONTIENE SPOILER.

C’è molto western in Mad Max Fury Road. Ci sono gli assalti, i canyons, i convogli. Bande di motociclisti appostati come Apache pronti a calare giù in cariche dove il rombo dei motori si sostituisce alle grida di battaglia e dell’eroe, o meglio anti eroe western;Tom Hardy presenta un ottimo phisique du role e personalmente ritengo che non faccia affatto rimpiangere Mel Gibson. Indolente, taciturno, tormentato dai suoi fantasmi del passato e dalla follia che come una nuvola, rossa come la sabbia turbinante del deserto nel quale il mondo si è mutato, lotta per non esserne completamente posseduto. Non ha missioni una volta consumata la vendetta, solo fughe: da se stesso, dal mondo, dall’umanità barbara. Un fuga lunga una vita attraverso la quale non concepisce mete ne arrivi. Un randagio. Un perso. Fino all’incontro con Imperatrice Furiosa interpretata mirabilmente da una Charlize Theron mai così intensa ed espressiva. I detrattori del film rimarcano la scarna presenza dei dialoghi. Piccole, brevi battute. Giusto, aggiungerei. Un film così, appesantito da troppi dialoghi sarebbe stato insopportabile (e lo dico da amante incondizionato della nouvelle vague francese) E’ un film epistemiologico, coerente con l’idea di cinema. Lo ripeto perchè è importante secondo me per capirlo e apprezzarlo. C’è il movimento che parla, l’azione, le inquadrature. C’è mimica, plastica, enfatica, espressiva.

Gli occhi. Gli occhi degli attori sono fondamentali perchè attraverso essi si trasla l’occhio cinematografico del regista. E’ il media umano che permette l’interazione. Furiosa è una donna brutalizzata dal mondo nel quale sopravvive, è un’amazzone, una guerriera, una donna che ha raggiunto un certo livello d’autorità e grazie a esso può architettare la sua fuga verso la speranza. Con Furiosa, Miller ci regala un’icona femminile potente ed efficacie come poche altre nella storia del cinema di genere. Di simili di sovvengono soltanto la Sigourney Weawer di Aliens e Rhona Mithra di Doomsday ma sinceramente, con la Theron, abbiamo forse raggiunto uno degli apici storici. Poche inquadrature del suo cranio rasato, il volto annerito, gli occhi strizzati dalla luce radioattiva riempiono lo schermo più di qualunque ostentata quarta misura di reggiseno. Dura, bella, determinata e con la speranza nel cuore. Lo sparti acque fra lei e Max è la speranza. Furiosa ha Il Posto verde. Max ha il nulla e sarà proprio la loro interazione, lo scontro e la successiva necessaria alleanza, fino alla stima reciproca, a completare il maschile positivo del film.

L’idea che Mad max Fury Road potesse essere un film femminista la dice lunga sullo stato in cui versa certa cultura maschile. Non vi ho visto femminismo, non quello estremo e radicale alla James Tiptree jr. per intenderci. Vi ho visto finalmente uguaglianza. Max e Furiosa si scontrano, lottano e infine s’incontrano in un perfetto equilibrio dove nessuno ha la meglio sull’altra e sarà proprio la loro armonia a permettere la sopravvivenza e se Furiosa non è una donna che svende la propria femminlità per sopravvivere in questo universo bruto, Max, nella sua follia che non è altro che sfogo per il proprio cocente senso di colpa, si schiera con Furiosa perchè non vede altre alternative. Non ci sono alternative se non la collaborazione. Con intelligenza rara, Miller, evita la massima dimostrazione di machismo della quale Hardy poteva essere protagonista e riduce a bagliori cupi nella notte l’epico scontro contro Bullet Farmer.

Non dimentichiamo che Miller era un ragazzo che ha vissuto il 1968. Se il cinema è la macchina dei sogni, lui ci ha messo anche i suoi. Il clan di donne che proviene dal Posto verde è composto da una maggioranza di anziane custodi della Terra che fu. Figlie dei fiori, Easy Rider che vagano per la sopravvivenza di un’utopia che resiste nonostante la follia umana. Donne, madri, procreatrici. Emanano bellezza archetipica, un equilibrio di sensualità e ieraticità ma Miller non si accontenta di questa didascalia. E’ dalla parte delle donne perchè Venere costruisce e Marte distrugge ma esiste una redenzione, una espiazione che si compie nel sacrificio di Nux e si protrae nel vagabondaggio di Max, sorta di rude Lord Jim destinato a scavare nel suo Cuore di tenebra.

Miller non augura una Age of Aquarius. Qui un po’ spiazza. Dopo aver costruito una sorta di Heroic Fantasy dove al posto di un nerboruto Conan ritroviamo il folle Max e Furiosa e i draghi che sputano fuoco sono chitarre elettriche e veicoli sfreccianti; Miller ci da una pacca sulla spalla: Il Posto verde non è altrove, non è la fuga dai problemi, dalle minacce, il peregrinaggio verso una terra promessa e mitizzata. Il Posto verde è Casa nostra. L’unica cosa da fare è tornare indietro e riprenderselo per renderlo più giusto e migliore. Militanza e rivoluzione.

Un’ultima considerazione sul linguaggio. I detrattori sottolineano con una certa insistenza i dialoghi scarni, quasi inesistenti ma a quanto pare erano talmente impegnati a cogliere questo dato da non aver prestato la minima attenzione alla pregevole costruzione del linguaggio. Una mediazione con le terminologie automobilistiche, a voler sottolineare una volta di più il legame empatico che gli uomini dell’universo di Mad Max hanno con i motori. Come ultime vestigia di un’epoca industriale che non può più tornare, cannibalizzata selvaggiamente dalla propria natura distruttiva. Max, donatore universale, catturato da Immortan per rimpolpare le sue anemiche truppe viene tatuato come “ad alto numero di ottani” e quando Nux vede per la prima volta le bellissime procreatrici fuggitive, le definisce “fiammanti e cromate” come splendide fuoriserie. Il “medico” di Immortan è definito meccanico organico (Mechanic organic). Sarebbe piaciuto a tanti nomi che non ci sono più, penso a Kubrick e a Giger tanto per citarne.

Mad Max Fury Road è un’opera a tutto tondo, perfettamente studiata, realizzata e costruita. La coerenza di Miller l’ha portato ad assemblare realmente tutti i veicoli presenti nella pellicola. C’è stato riciclaggio, riutilizzo, riassemblamento.

E’ il cinema che espirme il proprio mondo e lo fa con coerenza forse mai vista prima.

Mad Max Fury Road, di George Miller (parte prima)

Anche a mente fredda non mi è facile parlare di questo film. Film travagliato, atteso, con una genesi problematica e ora sottoposto a scrosci di pareri contrastanti.

Difficile parlarne con ordine perchè dopo tanti, troppi anni di delusioni, di produzioni gonfiate a suon milioni con risultati sterili come i muscoli al testosterone di un culturista allo stadio estremo, ci si ritrova davanti a un vero Film. Un’espressione quasi epistemiologica del concetto di Cinema.

E oltre a ciò, a un omaggio, un compendio citazionista dell’universo fantastico che straborda di rimandi, suggerimenti e ammiccamenti in ogni singolo fotogramma. A suo modo e nel suo genere, un’opera TOTALE.

Iniziamo con la trama, presa direttamente dal sito ufficiale della Warner dedicato al film:

Ossessionato dal suo turbolento passato, Mad Max crede che il modo migliore per sopravvivere sia muoversi da solo, ma si ritrova coinvolto con un gruppo in fuga attraverso la Terre Desolata su un blindato da combattimento, guidato dall’imperatrice Furiosa. Il gruppo è sfuggito alla tirannide di Immortan Joe, cui è stato sottratto qualcosa di insostituibile. Furibondo, l’uomo ha sguinzagliato tutti i suoi uomini sulle tracce dei ribelli e così ha inizio una guerra spietata

Scarna, vero? Ho scoperto che alcuni sono rimasti delusi dalla trama ma lo ritengo un falso problema. Anche Moby Dick di Melville, se ridotto a trama dice ben poco eppure è un romanzo universale.

La storia in questo caso è un pretesto, un filo logico, un’intelaiatura minima attorno alla quale costruire l’opera d’arte. Si, opera d’arte. Mad Max Fury Road è la summa della produzione artistica di George Miller. Un quadro dinamico d’ispirazione futurista dove l’elemento della velocità, la cinematicità delle immagini è la dimensione base nella quale si muovono mezzi e protagonisti. Le esplosioni, gli incidenti, i veicoli travolti, distrutti, sfasciati e accartocciati sono quadri che richiamano l’espressionismo astratto di Rothko.

Il movimento è l’afflato vitale del film; se permettete è anche l’anima stessa del cinema: raccontare, evocare, veicolare messaggi attraverso immagini in movimento. In fondo il cinema è nato fantastico ed è nato in movimento, dalla locomotiva che andava in contro agli spettatori al viaggio dell’uomo sulla luna. E’ storia. Origini. E Miller se riappropria con un occhio autoriale unico e coerente. Occhio autoriale certo, perchè l’immagine del mondo devastato, trasformato in un deserto arido e radioattivo, anche se non è una novità nella letteratura fantascientifica, al cinema l’ha portato lui.

L’uso della velocità come strumento espressivo tout court Miller l’aveva già usato nel primo film della saga, Interceptoranno 1979, realizzando un film inedito e originale che avrebbe inaugurato un intero filone del genere. In Mad Max Fury Road, Miller riprende gli stessi stilemi e li amplifica, portandoli se possibile ancora più all’eccesso, ancora più spinti in una dimensione isterica nella quale corrono e agiscono uomini impazziti. Non esiste staticità. Non c’è respiro, non c’è tregua nemmeno nei pochi momenti in cui i personaggi non sono slanciati in quella fuga sfrenata che contraddistingue il film. Gioca con la velocità, Miller. Accelera i fotogrammi per sottolineare la concitazione, sembra perfino citare Larry Semon (Ridolini) con l’inseguimento di Max da parte di una torma di figli della guerra, i figli impuri di questo mondo devastato; bianchicci, malati e destinati a morte precoce come i replicanti di Blade Runner. Autentica carne da cannone (o da ruote) al servizio del tiranno di turno, Immortan. Signore e padrone dell’acqua, monarca assoluto e allucinato, dal corpo devastato dalle radiazioni, i capelli bianchi e scarmigliati come quelli di una strega e una maschera terrificante a celare le fattezze di un villain già visto nel primo film della saga, l’attore Hugh Keays-Byrne. Sembra la versione post atomica del barone Vladimir Harkonnen.

Se nei primi tre film della serie, in particolare primo e secondo, l’accento era posto sul sentimento della vendetta e sulla scarsità del petrolio, in questo quarto capitolo l’acqua diventa la più preziosa merce di scambio, in una visione ecologica piuttosto avanzata, perchè se è vero che Mad Max Fury Road è uno sbalorditivo film action, che delimita lo stato dell’arte cinematografica per quel che concerne le scene in movimento, i sottotesti, suggeriti, sussurrati, pennellati qua e la con didascalia scevra da pedanterie ci sono e sono forti.

Miller ci mostra l’oggi. Mostra lo scontro disperato tra due modelli antitetici di sviluppo della civiltà umana, la vecchia società consumistica e i sostenitori (le sostenitrici) di Gaia.

E’ un’immensa guerra generazione quella che si consuma tra le strade arroventate dalla sabbia di un mondo distrutto, devastato, brutalizzato da un modello vorace e ferino dove il possesso e il controllo sono i due pilastri di base: possesso dell’acqua, controllo della vita. Ovviamente il nostro australiano preferito non si mette davanti a una lavagna come un certo presidente di nostra conoscenza. Lui è un regista e ce lo racconta e mostra con le immagini in movimento. Ecco perchè paradossalmente, in un film così concitato, adrenalinico ed esaltante, per comprenderne le sfumature bisogna concentrarsi sui dettagli, sulle singole figure. Sulle singole sequenze e frasi. Immortan è la personificazione dell’ultra liberismo. E’ il rappresentante di coloro che hanno creato il mondo che sta vivendo e continua ad applicare pervicacemente lo stesso modello anche sulle macerie. E’ capitalismo puro e selvaggio, perfettamente a proprio agio sia prima, tra i grattacieli della City o di Wall Street, sia dopo, in un regime di neo barbarie tribali. Sfrutta Immortan, pompa acqua a comando, pompa latte materno da prosperose balie bagnate, pompa sangue da Max, catturato perchè donatore universale e condannato a diventare sacca di sangue per rimpolpare i fisici minati dei suoi figli della guerra. Costruisce miti come il marketing crea bisogni e agli occhi dei suoi figli degeneri assurge alla dimensione di una figura semi divina, oggetto di fanatismo. La sequenza dove il figlio della guerra Nux, (un irriconoscibile e bravissimo Nicholas Hoult) mentre si lancia all’inseguimento della blindo cisterna sfuggita, è convinto di essere stato guardato negli occhi da Immortan, provocandogli un delirio d’esaltazione è perfetta nella sua stringatezza. I figli della guerra si prestano a molteplici interpretazioni. fanatici, abbagliati dal miraggio del loro ingresso in un Wallahalla dei guerrieri se muoiono in battaglia. In pochi cenni, Miller costruisce un culto con trovate spiazzanti, degne del Pasto Nudo di Burroghs, prima fra tutte la vernice argentata che si spruzzano sulla bocca prima dell’estremo sacrificio.

“Entrerai nel Wallahalla splendido e cromato” dice Immortan a uno dei suoi soldati. Una frase che riassume la religione costruita sui miti nuclearizzati di un mondo che non c’è più se non nel sogno del ritorno a un paradiso dove la forma divina si trasfigura in quella di una rombante fuoriserie.*

Non ho potuto non pensare a Ballard a questo punto. Ballard usava in Crash l’icona dell’automobile come feticcio sessuale in una società dove la disumanizzazione dell’individuo diventava cifra estetica. Miller amplia il concetto e lo diluisce in ogni aspetto della società umana post apocalittica. La commistione, la simbiosi tra questi uomini e i loro mezzi, Miller la mostra nella sequenza paradossale dove in una fase dell’inseguimento ad alta velocità, sia Nux sulla blindo cisterna sia uno dei suoi fratelli inseguitori, bevono e sputano benzina nelle prese dei carburatori, come per insufflare nuova vita e nuova energia nei motori. C’è anche Cronenberg in questo.

Visivamente è splendido e sontuoso. Il deserto della Namibia è La Location perfetta, il deserto più bello del mondo, appena appena ritoccato e saturato con colori meravigliosi. E’ il Dune, l’Arrakis che avrei voluto vedere e comunque come già detto, i rimandi all’opera di Herbert e al film di Lynch ci sono, sopratutto nell’occhio antropologico che il regista australiano punta sui personaggi; da Immortan a Bullet Farmer a  Organic mechanic ci mostra una galleria di soggetti plasmati e deformati dall’apocalisse, un’umanità di psicopatici che hanno una landa desolata tutta per loro. Non a caso sia Immortan che Max portano maschere che ricordano la museruola di Hannibal Lecter e uno degli uomini di Immortan combatte con la motosega in perfetto stile Leatherface e come non dimenticvare il Doof Warrior, chitarrista che scandisce i combattimenti con reef isterici ed esaltanti,che mi ha ricordato il vecchio gruppo dei Rockets Ricordano qualcuno?

vera icona del film, simbolo visionario, delirante e assurdo eppure così perfettamente inserito nel cifrario estetico costruito da Miller.

Ogni singolo fotogramma sembra uscito da una copertina di Metal Hurlant. C’è tanto Moebius, c’è Jimenez, c’è Corben. Nella cittadella di Immortan ci sono meccanismi che assomigliano a degli scorci di Metropolis di Lang e lungo le panoramiche del posto verde, ci si aspetta di veder svolazzare Arzach sul suo destriero.

Per ora mi fermo qui e rimando i lettori alla seconda parte dove analizzeremo i personaggi di Max, Furiosa e la falsa questione femminista.

*Qualcosa di Lansdale e il suo Deserto delle Cadillac…

Zona Z di Alessandro Girola

Sinossi (dalla pagina Amazon del libro)

I morti si sono risvegliati e, proprio come succede nei film horror, hanno attaccato i vivi per divorarli.
Un ordigno sperimentale, caduto nelle mani degli scienziati del Califfato Nero, pare essere la causa della zombie apocalypse.

Gli jihadisti hanno però fatto male i conti.
La loro arma si è infatti trasformata in un boomerang. Le radiazioni incautamente rilasciate hanno colpito l’intera area mediterranea, trasformando il Nord Africa e parte dell’Europa meridionale – Italia compresa – in un inferno.
Tuttavia i vivi hanno vinto. Gli zombie sono stati contenuti nell’Area di Quarantena Prolungata, una wasteland che va dalle Alpi Centrali al deserto del Ciad e del Niger, dal confine tra Algeria e Marocco alla valle del fiume Giordano.

Nell’Area esistono solo poche roccaforti riconquistate dai contingenti NATO ed EUFOR, mentre tutto il resto è terreno di caccia degli zombie.
Un anno e mezzo dopo la creazione di questa enorme zona rossa, il mondo esterno fa di tutto per dimenticare e per esorcizzare la spaventosa catastrofe che l’ha colpito.

Ted Kenn, giornalista del New Yorker, già vincitore di un premio Pulitzer, non vuole dimenticare.
C’è un segreto che si cela nell’Area, custodito da un eremita che ha deciso di insediarsi nel cuore del regno dei morti viventi. Kenn è intenzionato a scoprire di cosa si tratta.
Per farlo ingaggia alcuni esperti contractors, che lo scorteranno in quello che promette di essere il più importante reportage della storia umana.

L’ennesima zombie novel porta la firma di Alessandro Girola, autore indipendente, autoprodotto e straordinariamente prolifico. Girola come altri autori che si muovono nell’ambito del genere fantastico, è un formidabile reinterprete di storie e di generi. E’ uno scrittore onnivoro, dotato di uno stile diretto, lineare ed efficace che sta sviluppando una capacità sempre più agile e lodevole di scrivere storie appartenenti ai generi più disparati senza rimasticature o patetici scimmiottamenti. Ha dalla sua inventiva e una certa originalità che giocano a suo favore.

Zona Z si muove attraverso i clichè più che abusati degli zombi romeriani ma come tutti gli Autori che non si accontentano di scrivere ma vogliono raccontare e rinnovare, ecco che la storia presenta diramazioni interessanti che spaziano dal filosofico all’escatologico. L’autore stesso ha scomodato Cuore di Tenebra e a buona ragione, perchè la discesa degli inferi di Ted Kenn anche se non segue il corso di un fiume ma s’inerpica tra i monti e le valli della Lombardia, tra Val Sassina, val Tellina e Val Chiavenna, ne presenta lo sviluppo interiore (e comunque la squadra di contractors che lo scorta nel suo pericoloso reportage, si chiama Stige.) A scapito della scrittura rapida, alcune immagini di buona potenza evocativa pennellano il racconto e quello che a una prima impressione appare come un divertissment, diventa qualcosa di più sottilmente medidativo. In un mondo shoccato dall’evento, i morti diventano la personificazione di una condizione dell’essere che non corrompe solo le carni. Sono le anime a essere morte.

Una terra di morti che si muovono come bestie al pascolo, pronti a brucare e rosicchiare ogni palpito di vita rimane sempre una metafora di rara efficacia sia per descrivere la società consumistica negli anni ’70 sia l’immobilismo culturale e sociale che affligge il nostro sciagurato stivale più di dieci anni dopo il ventunesimo secolo.

In certi bar, costa di più la colazione che il download di questa piacevole novel e non vi spegne la coscienza.

Lovecraft’s Innsmouth (Chthulhu apocalyspe Vol.1) di Claudio Vergnani

Sinossi (dalla pagina Amazon del libro)

… si trattava semplicemente di accompagnare il professor Franco Brandellini (questo il nome del cliente) per una settimana in una cittadina per turisti sulle coste del Massachusetts, dove era stata ricostruita a uso e consumo dei gonzi (questa invece la spiegazione di Vergy) la Innsmouth del racconto “The Shadow Over Innsmouth” di H.P. Lovecraft. Il nome della struttura era, nella sua grande originalità, “Lovecraft’s Innsmouth”.
«Insomma», spiegò Vergy, «hanno costruito questa specie di Disneyland che rispecchia pari pari la città del racconto. Catapecchie cadenti, vicoli, l’albergo schifoso, la chiesa dell’ordine di quel… come si chiamava quello stronzo con le squame con il quale i cittadini stringono il solito patto blasfemo?»
Ritornai con la memoria ai tempi del liceo. «Dagon, direi. Lo aveva contattato un capitano del posto che era stato in non so quale località esotica e lì aveva saputo di questa creatura che, al prezzo modico di qualche sacrificio umano, avrebbe garantito pesce, oro e figa per tutti gli anni a venire.»
«Giusto, una cosa così. Aspetta, questa ti piacerà: per le strade girano anche delle comparse truccate come gli abitanti del racconto. Dei rachitici che camminano arrancando, puzzano di pesce e al posto della faccia hanno un mascherone da merluzzo. Bene, ora tu non ci crederai, ma sembra che esistano molti appassionati di questa spazzatura e il nostro professore è uno di loro. E vuole fare un salto a godersi cotanta bellezza. Tu e io lo dobbiamo accompagnare e proteggere. Da cosa, non saprei.»
«Sembra un compito abbordabile.»
«Già. Il guaio è che dicevano così anche dello sbarco in Normandia.»

Ritorna Claudio Vergnani con un’operazione di recupero e reinterpretazione dei miti immortali, creati dalla tormentata fantasia del Solitario di Providence. Ritorna in formato elettronico, formato che si sta dimostrando sempre di più come una sorta di Isola della Tortuga nella quale trovano spazio e creatività difensori e sognatori della narrativa di genere, sempre più schiacciata, sminuita e depotenziata da un mercato becero; ritorna con un ebook dal prezzo ridicolo e ritornano Claudio e Vergy, sempre disincantati, sempre disillusi, sempre dolenti e pronti a imbarcarsi verso lidi incerti, ostili e disperati.

Claudio & Vergy

Non rinuncia alla sua vis ironica e scanzonata quando non apertamente umoristica ma dietro a queste note, apparentemente volute per spogliare le sue storie di qualsiasi austerità, traspare come pennellate amare il mondo degli ultimi. I suoi protagonisti sono uomini borderline. Figure perennemente sul confine tra l’emarginazione sociale, il sotto proletariato e la follia. Una dimensione questa che interferisce sempre più di frequente nelle nostre esistenze su questa terra gradatamente precaria, traballante e autodistruttiva.

Nella quarta di copertina di uno dei suoi romanzi, era stato definito “Il Bukowsky dell’horror” e subito, confesso che l’avevo trovata un po’ altisonante ma col senno del poi, mi sono reso conto di quanto fosse corretta, a tratti perfino epistemologica.

Vergnani, come Bukowsky descrive una realtà lercia, ingiusta e crudele. Buk la raccontava attraverso il sesso, l’alcolismo e una sottile poesia scaturita da un senso di libertà che si sfogava attraverso uno sberleffo auto distruttivo, mediato dai suoi vizi smodati; Vergnani usa una chiave se vogliamo più esistenzialista. I suoi paria scelgono l’orrore, un orrore che diventa semplicemente l’aspetto più gestibile e leale di un’esistenza che non concede nessuna tregua se non una lotta costante contro tutto e contro tutti, con i pugni in tasca.

Approcciarsi a Lovecraft è sempre un lavoro difficile. Il suo universo è indissolubilmente legato ad atmosfere e suggestioni talmente scolpite in un certo immaginario collettivo che ogni deviazione da esso significa allontanarsi, pregiudicandone il risultato. All’apparenza, i mondi dell’autore modenese divergono notevolmente da quelli del vate del New England eppure, come spesso accade nelle produzioni artistiche, i contrasti creano risultati inediti e appassionanti ed è proprio quello che succede con questo Lovecraft’s Innsmouth.

L’Innsmouth di Vergnani è un simulacro. Una baracconata statunitense che sfrutta la fama (amplificata invero per esigenze narrative) degli appassionati di HPL per far rivivere a facoltosi turisti le brezza delle atmosfere corrotte e marcescenti degli antichi. Il doppio registro suggestivo che Vergnani ha scelto è perfettamente funzionale sia all’evocazione lovecraftiana che alla sua vista sempre attenta a demistificare ogni assoluto. Un’idea malinconica, molto noir, dove anche la “bellezza” dell’orrore, dell’evocazione di un modo di scrivere horror che non esiste più se non come scimmiottatura, diventa un’apparenza, la chimera di un mondo d’illusione. Siamo un po’ tutti falene, pronti a farsi ammagliare, ognuno dalla sua personale lanterna, che sia una Innsmouth ricostruita, il miraggio di un benessere di belle donne e automobili potenti o la casetta in perfieria e il posto fisso in banca.

Il romanzo ha il difetto della maggior parte degli spin off. Finisce in fretta e lascia quel retrogusto che ti porta a volerne ancora. Questo nell’attesa di una versione ampliata che l’autore ha prospettato.

Claudio e Vergy ci dicono tutto questo e lo dicono con quella virile, scanzonata voglia di avventura che li fa sembrare i Bud Spencer e Terence Hill della nostra narrativa di genere.

Inutile aggiungere che è una lettura consigliata.

BOOMSTICK AWARD (II)

In quattro anni che esiste il Boomstick award, dalla fervida mente di Germano Hell greco ( Book and negative) sono riuscito nonostante tutto a riceverlo per due di seguito e per uno come me, che da grande vuole fare lo scrittore e prova anche, non pago, a fare il blogger è un risultato del quale non andarne semplicemente fiero ma anche orgoglioso. Considerando la desolata discontinuità che contraddistingue la mia attività sul blog, è un risultato ENORME e di tanta magnanima generosità e considerazione non posso che ringraziare con lodi sperticate la mia sorellina putativa Lucia Patrizi (Ilgiornodegli zombi) e Marco Siena (Prima di svanire).

Salamelecchi a parte, come avevo già accennato, questo è lo spirito col quale ricevo il premio:

ed ora passiamo al rituale:

1 – i premiati sono 7. Non uno di più, non uno di meno. Non sono previste menzioni d’onore

2 – i post con cui viene presentato il premio non devono contenere giustificazioni di sorta da parte del premiante riservate agli esclusi a mo’ di consolazione

3 – i premi vanno motivati. Non occorre una tesi di laurea. È sufficiente addurre un pretesto

4 – è vietato riscrivere le regole. Dovete limitarvi a copiarle, così come io le ho concepite

Di seguito, i sette designati dal sottoscritto:

1) Il giorno degli zombi, di Lucia Patrizi:

  • Perchè tiene alto il vessillo dell’horror
  • Perchè ha una scrittura alta senza rinunciare ai mostri
  • Perchè è mia sorella putativa e me ne frego delle accuse di nepotismo!

2) Non quel Marlowe, di Lucius Etruscus:

  • Perchè racconta un universo di citazioni e generi che sento anche mio
  • Perchè non si può amare un Marlowe bibliofilo
  • Perchè con lui il pulp non muore mai

Bibolottymoments, di Elena Bibolotti

  • Perchè è una scrittrice capace, coraggiosa e intelligente
  • Perchè il suo blog non ha peli sulla lingua
  • Perchè servono persone come lei in questo mondo ipocrita

Karavansara, di Davide Mana

  • Perchè nemo profeta in patria
  • Perchè è un inguaribile, nostalgico uomo d’altri tempi, un po’ come me
  • Perchè è troppo dannatamente in gamba per questo sgangherato paese

Alice in writing, di Alice in writing

  • Perchè ama la letteratura come pochi
  • Perchè nel suo blog mi sento a casa
  • perchè parla di cose che ci toccano da vicino con competenza e cognizione di causa

Red Jack, di Alessandro Mana

  • Perchè il suo è un lavoro enciclopedico unico
  • Perchè il fratello di un amico è a sua volta mio amico
  • Perchè così eleva il concetto di bloggin

Strategie evolutive, di Davide Mana

  • Perchè mi manca maledettamente il suo blog
  • Perchè nonostante la chiusura rimane imbattuto
  • Perchè spero che ritorni

Bòn.

Vai a prendere una stella, di Marco Siena

Sinossi, dalla pagina Amazon dell’ebook:

Gianni Davoli vuole passare un weekend con la figlia, portandola in campeggio sul fiume. Ma qualcosa è in agguato nelle campagne: una comunità isolata che rapisce i figli degli estranei.
Ma i membri di questa comunità non sanno che Davoli è un agente della Fondazione Licht, e agirà subito per riprendersi sua figlia.

Nuovo episodio della serie Fondazione Licht, questa volta ambientato in Italia, e che ha come co-protagonista Konopski, arrivato per raccogliere la testimonianza di Davoli.

Marco Siena a mio modesto parere è uno dei nomi di punta di quel cartello di autori prevalentemente autoprodotti che spesso e volentieri leggo e segnalo su questo mio personale taccuino. Assieme a nomi come Alessandro Girola, Davide Mana, Lucia Patrizi e diversi altri, Siena scrive e lotta per la letteratura di genere in un paese che legge sempre di meno, scrive sempre peggio e s’impoverisce culturalmente ogni giorno che passa.

Onore ai difensori, dico io, che nel mio piccolo, partecipo all’impari conflitto ma veniamo al libro in questione. E’ la prima novelette dedicata alla Fondazione Licht che leggo e la scoperta è stata piacevole. La prosa di Siena si è evoluta nel tempo e ogni volta la trovo migliorata. L’Autore sta maturando e mi sembra che la trasformazione del suo stile sottolinei una maggior consapevolezza delle sue capacità. Ritorna l’Emilia profonda, contadina e arcana, quell’Emilia dalla quale è nato quel Gotico Padano che l’arte di Pupi Avati ha sdoganato con capolavori del cinema di genere come La Casa dalle finestre che ridono e Zeder

Abbiamo così un sano, robusto horror padano narrato col piglio di un action ma non scevro di suggestioni evocative ed efficaci. Lo stile è snello, fluido, privo di fronzoli; l’avventura di Gianni Davoli e il duro Konopski si legge tutta d’un fiato e rinfranca facendo ritrovare al lettore la perfetta definizione di “letteratura d’intrattenimento” ma nonostante tutto, qualche passaggio ci ricorda che chi scrive, scrive anche per dirci delle cose e qualche angolino più profondo, dedicato alle riflessioni di quel che può essere la paternità, inevitabile emerge, rendendo il libro sostanzioso e schietto come un buon bicchiere di Lambrusco.

Agenti dotati di poteri magici, maghi, entità soprannaturali cupe e terrificanti, annidate nel buio degli scantinati di sperdute cascine, comunità escluse dal circuito del vivere civile, gli ingredienti ci sono tutti, ben dosati ed equilibrati.

Leggetelo e divertitevi.

Il Colosso addormentato, di Samuel Marolla

Sinossi dalla pagina Amazon dell’ebook.

Fabio Angotti, archeologo e ufficiale dell’esercito, viene ingaggiato dai servizi segreti militari per una missione speciale in Afghanistan: in un’immensa grotta gli Alpini hanno scoperto un reperto archeologico che potrebbe cambiare la storia, un misterioso gigante di pietra alto trecento metri e costruito da una civiltà sconosciuta. Fabio si ritroverà isolato in una base sperduta fra le montagne nel nord dell’Afghanistan, sotto attacco dei Talebani, e al comando dello psicopatico colonnello Tam… nemici veri e immaginari iniziano a confondersi e a rendere labile il confine fra la realtà e l’incubo; le ombre e i sussurri nella notte si trasformano in terribili pericoli; gli Alpini divengono vittime di allucinanti mutazioni; infine, una bufera di neve si abbatte su Campo Polifemo, intrappolando i soldati italiani in balia di forze oscure e violentissime. E su tutto l’orrore che si scatenerà regna imperscrutabile, eterna, aliena, la mastodontica sagoma del Colosso Addormentato…

Parlare di narrativa horror pura, oggi diventa sempre più difficile e anche problematico in un paese grottesco e culturalmente squilibrato come il nostro e lo affermo arrogandomi il diritto di parlarne con quel minimo di cognizione di causa, portata dal fatto che anche il sottoscritto lotta, sgomita e suda per scrivere narrativa di genere. Da noi, horror è brutto; a meno che non sia trasformato e patinato in qualcosa fruibile da un pubblico adolescenziale (cosa volete, son ragazzi…) e l’unico intento alla fine è quello di disinnescare un genere che dell’inquietudine, della catarsi, della paura come sentimento esorcizzante e fondamentalmente sano, ne fa cifra stilista e filosofica. Per questo e molti altri motivi,quando leggo Samuel Marolla mi ritrovo un po’ a casa e oltre al piacere di una lettura ricca di suggestioni si riaccende quel barlume di luce contro il buio pneumatico che è lo scantinato nel quale si tende a relegare l’horror nostrano.

Il Colosso addormentato è una vicenda cupa. Una storia che ci porta su uno scenario drammaticamente attuale e dove all’orrore di una fase storica tragica, dove la polveriera afgana è crogiolo delle paranoiche paure di questo nuovo millennio; si sovrappone un orrore sotterraneo e antico. Una presenza a suo modo speculare che chiude un cerchio che abbraccia tempo e spazio. Gli ingredienti sono quelli tradizionali di un buon horror moderno, c’è il mistero della scoperta, i servizi segreti che hanno mire imperscrutabili, un anti eroe con vita difficile che accetta l’incarico un po’ per forza di cose un po’ per ambizioni personali; ci sono i militari, che sono un elemento che riesce a dare un sapore tutto particolare alle storie horror (vedi La Fortezza di Paul Wilson oppure Dog Soldiers di Neil Marshall)

Il Fob Polifemo, il presidio delle nostre Forze Armate al sito archeologico dal quale si scoperchia l’orrore, occupato da un reparto di Alpini, non può non rimandare alla nostra memoria cinefila, che alla base artica de LA COSA di Carpenter ma questa non è altro che la più scontata e banale delle citazioni più o meno volontarie che si ritrovano nel romanzo. La figura del colonnello Tam possiede tratti della lucida follia del Kurtz di coppoliana memoria; mentre tutto il libro è attraversato da quell’anima di nero terrore cosmico alla quale il fantasma di Lovercraft nessuno sfugge ma che Marolla sa rendere moderna e sempre fresca nella sua potenza evocativa.

L’orrore del Colosso Addormentato diventa inevitabilmente metafora, al di là del bagaglio citazionista e delle suggestioni di uno stile complesso, magmatico, con una scrittura che sembra partire come un classico action, secco ed essenziale e man mano si complica, s’accumula in pensieri, paure, sensazioni ed evocazioni che costruiscono un incubo diffuso e dilagante, che consuma e ingloba ogni speranza. Così, l’antica minaccia che ritorna alla luce fioca di un mondo allo sbando, diventa un tutt’uno con le angosce dell’oggi e le ultime, deliranti visioni che emergono man mano che la storia cresce, spaventosa; diventano la metafora allucinata di un’omologazione che non lascia scampo a niente e nessuno, che sia la premonizione di un uomo che ha visto troppo o quel che diventa una hit nostrana come “A Novembre” di Giusy Ferreri.

Dopo aver letto Il Colosso addormentato, non l’ho più sentita con le stesse orecchie.

Recuperatelo, leggetelo e ritornate a immergervi in un horror onesto, ambizioso e adulto.

Dieci e più dieci (perchè scrivo, perchè si scrive)

Alessandro Girola ha colpito ancora e per l’ennesima volta stuzzica il blogger che sonnecchia in me con una top 10 che sfocia in un meme per me irresistibile: perchè ci piace scrivere. Doverosamente, qui trovate le sua personale lista mentre colgo la palla al balzo e ne approfitto per una piccola disgressione dolce amara sulla musa che tanto ci ossessiona.

Rinnoviamo un dato di fatto sul quale torno spesso ma che risulta essere un preambolo fondamentale di questo discorso: tutti scrivono. Non ho conosciuto nessuno che non avesse nel cassetto un racconto, un romanzo, una poesia o una sceneggiatura. Niente di male, anzi. Così a primo impatto sembra una cosa positiva. Probabilmente entro certi limiti lo è veramente però tutti scrivono in un paese che non legge e questo è un ossimoro; un po’ come voler fare i vini ma essere astemi. Allora perchè? Perchè se si leggono a malapena uno o due libri all’anno, quando li leggono, tutti vogliono raccontare? Dire? E pretendere di essere letti? Ed Elogiati?

A questo punto ai dieci punti che elencherò sul perchè a me piace scrivere, propongo un po’ provocatoriamente dieci punti che ho evinto nel corso della mia personale, sparuta carriera* di scrittore nel Belpaese:

  1. Si scrive per narcisismo. Sembra essere uno strumento alla portata di chiunque e fa molto figo, esclusivo, intellettuale e con quel pizzico di snobismo che accontenta l’ego tendenzialmente ipertrofico di tanta tanta gente.
  2. Si scrive per presunzione. Perchè anche nei più ipocritamente modesti a parlare delle loro carte imbrattate di parole, si sottintende sempre la presenza di un genio nascosto, ingiustamente incompreso e boicottato da un’editoria marcia, corrotta e nepotista.
  3. Si scrive per la Fama. Perchè basta guardare le classifiche di vendita e i battage pubblicitari che interessano i titoli di punta del nostro panorama nazionale per accorgersi della percentuale di personalità più o meno televisive in grado di riempire gli scaffali. L’equazione però è spesso erroneamente ribaltata. Anzichè: “E’ famoso perchè ha scritto” la realtà è: “Ha scritto perchè è famoso“. Da qui valanghe di frustrazioni…
  4. Si scrive per terapia. Più di un addetto ai lavori mi ha confermato della percentuale preoccupante di casi umani che sottopongono all’attenzione biografie-fiume dove emergono personalità seriamente disturbate che pretendono di vendere la loro vita come soggetto degno dell’attenzione del mondo.
  5. Si scrive per solitudine. Si ricollega al punto 5 e ne è conseguenza.
  6. Si scrive per auto compiacimento. E’ una derivazione del narcisismo ma tante persone insicure ricercano sicurezza e conferme e leggere le proprie parole e recensioni plaudenti.
  7. Si scrive per tormento. Comunque diversi pseudo-bohemienne arsi dal sacro fuoco delle lettere mi hanno assicurato che passano ore insonni a fissare metaforicamente su “carta” i loro tormenti interiori. Tormenti solitamente incompresi e biecamente ignorati come da punto 2.
  8. Si scrive per emulazione. Se hanno pubblicato te perchè non dovrebbero pubblicare un genio come me? Un sottinteso che ho colto infinite volte e che sotto sotto ogni scrittore almeno una volta ha insinuato.
  9. Si scrive per bellezza. Certo, perchè è bello, è piacevole, è poetico e vogliamo mettere la soddisfazione nelle occasioni mondane, a dire: “Io scrivo…”? Mi dicono che si cucca un bel po’ anche se a me è mai successo…
  10. Si scrive per vocazione. Ora prenderei con le pinze l’affermazione visti i precedenti 9 punti ma è anche vero questo. Ci sono persone che invece di imbrattare tele, straziare strumenti o segare pezzi di legno nel garage si siedono al computer e raccontano storie. Infinita comprensione e solidarietà a tutti loro.

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Chiusa la parentesi e la top 10 acida, passiamo al mio outing:

  1. Scrivo perchè ho sempre letto. Ho iniziato con la fantascienza verso i dodici anni e non ho più smesso. A forza di leggere si vorrà per forza anche scrivere. (Vedi emulazione)
  2. Scrivo perchè ho dei debiti enormi verso la scrittura. Se non scrivessi sarei una persona diversa e intimamente sono convinto peggiore. Grazie alla scrittura ho arricchito il mio bagaglio culturale, approfondito il mio occhio sul mondo e sull’uomo. Ho risolto la mia adolescenza e sto risolvendo (forse) la mia vita.
  3. Scrivo perchè sono narciso. Inutile stare a girarci attorno. Quando inizi a pubblicare, leggere recensioni su di te e fare presentazioni dove venti persone ti ascoltano più o meno interessate o vedi la tua foto su un giornale, anche se testata locale, Narciso si risveglia volenti o nolenti.
  4. Scrivo perchè sono presuntuoso. Come per Narciso, anche la presunzione si risveglia. E’ un brutto sentimento ma sorge spontaneo ed è necessario in piccole dosi. Senza la presunzione di ritenere che quel che racconti debba piacere e interessare è inutile scrivere e ambire a essere pubblcati.
  5. Scrivo perchè mi piace. Mi piace da matti. Mi metto al pc, lo schermo davanti e la fantasia parte e non ti lascia più e poi ogni momento della giornata diventa fonte d’ispirazione e perfino il modo di pensare le cose diventa racconto. E’ meraviglioso e non farei a cambio con niente altro.
  6. Scrivo perchè la voglia di raccontare è una pulsione fortissima. Qualcosa che si accumula e infine spinge e non la smette finchè non cominci a scrivere per far diminuire questa specie di pressione che opprime l’animo.
  7. Scrivo perchè se non scrivessi non sarei quel che sono e attualmente, nonostante annessi e connessi sono contento di quello che fin’ora la vita ha fatto di me
  8. Scrivo anche perchè scrivendo divento quello che sento dentro di essere. E’ auto affermazione ed espressione di quel che intimamente sono. Diversamente, sarebbe negazione dell’Io.
  9. Scrivo perchè vorrei che fosse la mia vita in tutto e per tutto. E qui scatta l’utopia comune credo al 99,99% dei colleghi che conosco, virtualmente e non. Come ci provano gli altri, beh, ci provo anch’io.
  10. Scrivo perchè così c’è quel che mi piacerebbe leggere. Citando il caro amico e ammirevole collega Claudio Vergnani, sono “lettore che scrive” e spesso sogno di trovare storie che non trovo. Così le scrivo.

E come dicevano i Genesis: that’s all

*il termine carriera, rigorosamente scritto in corsivo è naturalmente improprio ma funzionale al senso del discorso.

Omicidi e incantesimi

Immaginate una storia pesantemente calata nelle più classiche atmosfere Hard Boiled statunitensi. Los Angeles,1948 si respirano a pieni polmoni le atmosfere evocate dalle penne Di Chjandler e Spillane. Prendere un detective privato reduce di guerra, un duro dai modi spicci e ritroso all’uso della magia….

Magia? Stiamo parlando di Omicidi e incantesimi, di Martin Campbell, regista neoselandese, solido mestierante con all’attivo alcuni titoli non disprezzabili come Fuga da Absolom, Golden Eye e Casino Royale. Omicidi e incantesimi ( Cast a deadly spell) invece è un film televisivo prodotto dalla HBO nel 1991

Forte di un cast piuttosto ben organizzato, con Fred Ward come protagonista principale e Julianne Moore come contraltare femminile, Il film è un pastiche tutt’altro che frequente tra Hard Boiled e Fantasy/horror. IL 1948 di Omicidi e incantesimi è un mondo ucronico dove la magia esiste ed è diffusa in ogni aspetto del vivere quotidiano. La gente la sfrutta in ogni occasione della giornata e si convive tra esseri umani, mitologici e icone classiche come vampiri e lupi mannari. Un’ambientazione piuttosto simile al background che anni fa Bonelli aveva imbastito per la serie di Jonathan Steele.

Il complesso citazionistico diventa gustoso e stuzzicante nel momento in cui scopriamo che il detective risponde al nome di H.P.Lovecraft e che il caso che lo vedrà protagonista, interessa la scomparsa di un misterioso volume, il Necronomicon.

Il film nel complesso, risente in maniera piuttosto pesante del suo formato televisivo. Proprio nel girato, nel taglio delle inquadrature e nella qualità della fotografia, emergono tutti i limiti dei prodotti realizzati per il piccolo schermo, questo prima che avvenisse la maturazione dei serial iniziata più o meno nello stesso periodo. L’indagine di Lovecraft si muove attraverso gangster che lanciano incantesimi, retate contro vampiri e lupi mannari, cacciatrici di unicorni, zombies deambulanti e Gargoyles svolazzanti tra le guglie della Città degli Angeli. Uno degli agenti della polizia si chiama Bradbury, uno dei locali notturni nei quali si svolge la storia si chiama Harry Bordon’s Dunwich Room.

Avrebbe potuto essere un gustoso gioiellino. Il trend degli anni ’90 imponeva ironia comicità e nel film ne traspare ad ampie e rassicuranti mani, un’operazione delicata e non del tutto riuscita perchè può ben accordarsi con le comparsate dei Gremlins che provocano guasti meccanici ma decisamente meno quando si evocano Chtulhu e Yog-Sothoth

Un’opera discontinua e disarmonica ma che tira in ballo un background al quale nessun appassionato può comunque dimostrarsi indifferente. Merita comunque un recupero, specie in questo periodo di ritorni e variazioni lovecraftiane, grazie all’opera di Alex Girola. Leggete qui a tal proposito.

Il posto delle onde, di Lucia Patrizi. Le citazioni (parte seconda)

Il mosaico variegato che si palesa ne Il posto delle onde di Lucia Patrizi, si costruisce anche attraverso un apparato citazionista che si mostra in tutta la passione cinefila dell’autrice.Ci sono richiami palesi e diretti ai Kaiju di Pacific Rim

e ai propriamente definiti kaijū eiga giapponesi, pellicole fantascientifiche prodotte in Sol Levante a partire dagli anni ’50, con un pantheon entrato di diritto nelle leggende del fantastique, da Godzilla a Gamera, da King Kong a Matango.

La fantascienza giapponese di quegli anni ha raccontato il trauma collettivo di una nazione ben più di molti trattati di psicanalisi.

I mostri di Lucia, a differenza della cieca volontà distruttiva della maggiorparte delle creature sopracitate, non possiedono malizia. La distruzione e la devastazione conseguenti sono un effetto collaterale e non un’azione conscia. Sembrano possedere la medesima, indifferente inconsapevolezza di un elefante che improvvisa si materializza nella canonica cristalleria. Essi esistono e si ritrovano in un contesto che non è più completamente il loro e col quale devono necessariamente interagire. caratteristica che invece è assente nella mentalità umana.

C’è tanto Giappone anche negli scorci di Apocalisse che sconvolgono il mondo de Il posto delle onde. Una scena in particolare mi sembra paradigmatica ed è quando Alice assiste a una manifestazione dell’Apocalisse in piazza di Spagna a Roma. I fenomeni sebbene attribuiti a un evento interdimensionale, si concretizzano con una fisicità e una carnalità spiazzanti, come a voler sottolineare che le trasformazione interessa l’interezza del percepito, lo spirito ma anche la materia. Anima e carne. L’immagine di una specie di enorme bocca che sboccia da sotto il lastricato della città eterna sembra richiamare sia la rossa, vorace bocca sensuale di The Rocky horror picture show 

che le trasformazioni di Kaneda, nel culmine di Akira, di Katsuhiro Ōtomo. A ben pensarci, un altro filo sembra legare alcune tematiche di Akira al Posto delle onde; Kaneda racchiude in se un potere che solo in un primo momento sembra richiamare le facoltà ESP ma più avanti, il concetto si complica e si tira in ballo l’energia cosmica e forze creatrici, le stesse forze che nel romanzo di Lucia Patrizi, si mettono a plasmare la nostra realtà.

Ci sono poi le citazioni ufficializzate dalla stessa autrice, basta andare a leggere il post dedicato qui ma che ritengo doveroso ribadire. Innanzitutto lo splendido Demoniaca (Dust Devil) di Richard Stanley con il suo deserto polveroso e sconfinato, non luogo antipodico della dimensioneda nereidi nella quale le due protagoniste tentano di vivere in serenità e armonia.

Ritroviamo poi omaggi ben intessuti e non esageratamente telefonati che spaziano da Il bacio della pantera (Irena)

allo spassoso Doomsday, di Marshall,

senza il quale non sarebbe esistito il personaggio di River.

Da Starship Troopers

a certe suggestioni dai colori straordinariamente vividi e al sapor di sale che solo certo cinema di genere degli anni ’70 sapeva regalare, titoli come Barracuda di Harry Kerwin

e Tintorera di Renè cardona Jr.

Ci sarebbe poi tutta una costellazione di suggerimenti e rimandi che compongono praticamente l’immaginario dell’autrice. Echi de Lo Squalo, Alien e qualche suggestione che mi ha rimandato al semi dimenticato Capitano Nemo missione Atlantide di Alek March. Tutto il resto è piacere di lettura, fantasia ed emozioni

Sei Un Idiota Ignorante

argomentare con alterygia, controbattere con svpponenza

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