L’autore è assolutamente superfluo. Shimada Masahiko

Fa il paio con il concetto di “autore feticcio” che tanto sta ossessionando il mondo dei lettori e della letteratura…

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“Quello che amo dei romanzi è che giungono comunque a conclusione, a prescindere che li si scriva. Disseziono storie pensate da altri, poi conferisco loro un nesso logico, cambio i nomi e appongo la mia firma. L’autore è assolutamente superfluo. Il romanzo è nato come genere impuro, un cimitero in cui confluiscono le parole precipitate da vari telai: mitologia, dicerie, leggende, narrazioni. Il romanziere raccoglie quanto viene detto o scritto altrove e tumula il tutto in un’unica fossa. E già che c’è, ci si butta dentro pure lui lasciando fuori solo la testa come stele. Un autore è quindi tutt’al più una stele, meglio per lui che abbia un bel volto.

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Esce Pape Sàtan Aleppe, l’ultimo libro di Umberto Eco

La sensibilità e l’attualità del lucido occhio intellettuale di Eco resisterà al tempo e alla sua morte.

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Essere consapevoli che “si vive in una società liquida che richiede, per essere capita e forse superata, nuovi strumenti”. E’ l’unico modo che abbiamo per sopravvivere, nell’interregno in cui ci troviamo, alla liquefazione. Umberto Eco ci lascia questo grande messaggio nel suo ultimo libro dal titolo dantesco (Inferno, VII, 1) ‘Pape, Satàn, Aleppe’, che esce a una settimana dalla sua morte, avvenuta il 19 febbraio. S’inaugura così La nave di Teseo, la nuova avventura editoriale che ha fondato con Elisabetta Sgarbi, direttore generale ed editoriale.
“Cronache di una società liquida’ non a caso è il sottotitolo di queste 470 pagine – proposte nella collana I fari, con una copertina dai colori indiani, dal rosso al fucsia – in cui Eco ha raccolto, come spiega nella prefazione, le Bustine di Minerva degli ultimi 15 anni.

Eco, Pape Satan Aleppe per sopravvivere a liquefazione

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Pioggia dorata, di Elena Bibolotti

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Sinossi, direttamente dal sito dell’editrice:

Sei storie amare. Sei storie nelle quali ogni personaggio scopre e riflette sulla propria fragilità, o più semplicemente sulla propria solitudine. Condizione “democratica” al giorno d’oggi, nel senso che colpisce chiunque. Il dipendente consumato da una piatta vita matrimoniale, la donna manager in carriera, il promotore finanziario, il vinaio di un bar, spettatore silenzioso di vite che si trascinano sbiadite.
Sei storie tanto diverse quanto poeticamente identiche, legate dal filo comune che consiste nella ricerca intima di una liberazione, un bisogno di condivisione, sublimato in tutti i racconti attraverso la pratica del “pissing”. Un raccolta di racconti sul sesso spinto, quindi? Non proprio e non solo. Perché, come spiega la stessa autrice, «l’erotismo senza storia attorno, per me ha poco senso. Il sesso fa parte dell’esistenza di ognuno. Ed è di vita che io parlo».
Sì, “Pioggia dorata” è una raccolta di racconti che parla di vita, anzi di vite: quelle di «protagonisti che non hanno nulla di speciale, non troppo belli, non troppo intelligenti, senza il fisico del ruolo. Persone normali con un vissuto spesso disastroso che, a causa o grazie alla pratica del “pissing”, rivedono la propria esistenza e la cambiano».

La letteratura sta attraversando un periodo difficile, di pari passo con una società che della letteratura ne ha fatto un balocco edonista e non quello strumento sublime di analisi, introspezione e arte che dovrebbe essere. Il bisogno perfino morboso di etichettare ogni libro uscito ne è un sintomo, a volte esilarante altre odioso. Se la letteratura non sta bene, la letteratura di genere è moribonda, almeno stando all’accezione di genere secondo la grande editoria: Gialli, noir, thriller, polar sono rimescolati in una indistinta macedonia che riesce a creare confusione e ignoranza nel lettore meno smaliziato; l’horror è solo Stephen King, il fantasy è Tolkien o George Martin e se non scopiazzi loro non è fantasy, non vende e non si legge; la fantascienza vive di ristampe di Dick e Asimov e l’erotico? L’erotico si è arenato su cinquanta sfumature di banalità e si clona tranquillamente, riducendo l’aspetto forse più totalizzante della nostra esistenza in un giochino per onaniste infelici.

Dopo questo preambolo, riparliamo di letteratura. Dimentichiamo le etichette che tanto ormai servono solo a termine di paragone tra bassa e pessima scrittura e concentriamoci su una narrazione pura. Pioggia dorata, di Elena Bibolotti ridona il piacere profondo della metafora. Lungo sei racconti di scrittura precisa e rigorosa, l’autrice evoca il malessere di un’umanità anestetizzata dal solitario egocentrismo, che il web 2.0 dei social alimenta nell’ossimoro di una bulimia d’apparenza, che alimenta esistenze infelici e tese alla ricerca di una soddisfazione che si rivela incapace di essere tale.

Come in un caleidoscopio di sensualità scevra da recite pre digerite, Bibolotti tratteggia il suo vissuto con un’onestà spietata e imbarazzante. Una sincerità che spiazza e sconvolge questa italietta che non rinuncia al proprio bieco provincialismo anche e soprattutto attraverso il filtro rassicurante e vigliacco di un profilo su Facebook o Twitter; dove l’immagine che si vuole proiettare di se stessi agli altri è terribile, caricaturale e tesa a influenzare il vissuto anzichè il contrario.

Così la pratica che da il titolo alla raccolta non è semplicemente una liberatoria trasgressione: sarebbe un giochino fin banale e indegno della levatura di questa autrice ma il simbolo di una disperazione che non riesce a trovare altra via per sfogarsi. Una discesa tra il mortifero e il rivitalizzante attraverso la quale, in una maniera o l’altra, tutti i protagonisti attraversano;che sia una fuga, una liberazione, una scoperta oppure un disperato addio.

Lo stile di Elena Bibolotti è diretto e incisivo. Scava a fondo delle vite e le personalità dei suoi personaggi evitando la lusinga di parole prolisse e autoreferenziali. Essenziale senza essere scarna, la lettura scivola in noi, scroscia e scava nel profondo con la facilità con la quale un filo taglia la polenta. L’erotismo della Bibolotti è anima e carne in una commistione che una scrittura sterile e seriale ci aveva disabituato; un erotismo che si adatta ed esprime in simbiosi con gli umori e i caratteri dei protagonisti. C’è rabbia e sofferenza nel suo mondo; la rabbia di chi lotta armata della propria libertà e intelligenza, che osserva, capisce e spiega e la sofferenza che altalena tra il carnale disincanto alla Arthur Miller e l’esigenza di urlare quel che fermenta nell’intimo, come una moderna Erica Jong,  mentre la nave avanza sul bordo della fine del mondo.

Da leggere.

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Elena Bibolotti
Nasce a Bari. Diplomata all’Accademia Nazionale d’Arte Drammatica Silvio D’Amico, lavora nell’avanguardia teatrale. Imprenditrice nel web e nella didattica musicale, assistente al Master di scrittura creativa della Luiss Guido Carli, è consulente editoriale. Ha pubblicato il romanzo “Justine 2.0” (INK Edizioni Milano) e due racconti per le collane “Erotic +” e “Porn to be alive” (80144 Edizioni Roma)

 

 

Italian way of cooking, di Marco Cardone

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Sinossi (dalla pagina Amazon dell’ebook):

Nero è un cuoco eccezionale, ma la crisi economica non lo ha risparmiato e il suo ristorante, il Gallo Nero del Chianti, è sommerso dai debiti e prossimo al fallimento. In una notte stregata accade però un evento del tutto eccezionale che risolverà i suoi problemi… creandogliene altri ben più spaventosi! Una creatura mostruosa, antica come il mondo e affamata di esseri umani, si introduce in casa sua e minaccia i suoi bambini. Nero è costretto a ucciderla, e, attratto dall’odore delle sue carni, prova l’impulso irresistibile di cucinarle e scopre che sono squisite. Prova allora a servirle di nascosto ai clienti del ristorante, ottenendo un successo oltre qualsiasi aspettativa. Inizia così la rinascita dal Gallo Nero: tenendo celato il suo segreto, in una maliosa estate toscana il cuoco si dedica alla ricerca di altre creature mostruose per ucciderle, cucinarle e servirle agli ignari avventori. La fama del ristorante e delle sue prelibatezze cresce a dismisura, così come i problemi: in fondo si tratta di Mostri, e dar loro la caccia è un’attività estremamente pericolosa, soprattutto nel momento in cui le creature capiscono l’antifona e decidono di invertire i ruoli e far tornare la catena alimentare nel giusto ordine delle cose…! Benvenuti quindi al Gallo Nero del Chianti, grottesca sarabanda horror-culinaria fra piatti deliziosi dagli ingredienti che è meglio non rivelare, direttori di banca e serial killer, vigilesse feticiste dell’autovelox, vini pregiati e pietanze prelibate ma dagli arcani effetti collaterali, l’unico ristorante al mondo dove non si è sicuri di mangiare (cosa, poi?), o di essere mangiati…

In un certo immaginario internazionale, uno chef abile, istrionico, sensuale e toscano è l’apoteosi di una certa Italian way of life che non è l’essere realmente italiani ma l’idea che altri hanno dell’essere italiani. E’ uno stereotipo e non dei peggiori. E come l’intelligenza suggerisce, gli stereotipi esistono per essere anche demoliti o sbeffeggiati. Marco Cardone sceglie un’altra via, sceglie l’iperbole. Il suo Nero è un concentrato d’irresistibile toscanità ma reso più credibile e meno macchiettistico da una vita combattuta tra crisi, creditori, alimenti, figli, ex moglie,amante e mostri. Quale miglior elemento se non l’horror per dare all’iperbole quell’impennata così brusca, pazzesca e delirante, degna di un salto sulle montagne russe?

Ed ecco nascere Italian way of cooking, piccolo gioiello di umorismo e azione pirotecnica. Una corsa sfrenata e divertita  dove il principale passaporto nazionale, la cucina, diventa l’arma contro il dilagare di creature mostruose che si ritrovano a imperversare sui colli del Chianti. Nero, chef cacciatore di mostri che si ritrova a cucinarli scoprendo nelle loro carni proprietà afrodisiache e stupefacenti era quel tipo di personaggio a pericolo di briglia sciolta, un protagonista sull’orlo del grottesco che poteva a lungo andare, rendere tutto eccessivamente macchiettistico in una storia intrisa di elementi a facile inflazione ma Cardone è abile e soprattutto ha scritto questo romanzo pervaso da uno speciale stato di grazia che gli ha permesso di dosare tutti gli elementi alla perfezione, in un equilibrio armonico impeccabile. Una storia scoppiettante e divertente come di rado capita di leggere, con quella spruzzatina di pulp che non guasta, vaghe strizzatine d’occhio a Quentin Tarantino e anche una struttura esoterica non scontata, dal significato della maschera, allo spirito guida, all’anima dell’uomo cacciatore. Viaggio leggero ma non superficiale con un protagonista di rara simpatia, supportato da dialoghi in vernacolo toscano riusciti e accattivanti, una narrazione agile, fluente ed evocativa, con mirabili passaggi di cucina capaci di stimolare l’appetito al lettore e scene di combattimento degne di un fumetto di Stan Lee.

Obiettivamente, immaginare un prodotto come questo gioiellino nell’attuale panorama editoriale è impossibile, solo grazie al coraggio e al pionieristico progetto di Acheron Books è stato possibile fruire di un horror così originale e spassoso.

Consigliato senza nessun dubbio.

 

 

Lo Stato di ebbrezza, di Valerio Varesi

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Vecchie bagasce pentite, ecco cosa siamo adesso. Ballerini con l’artrite ai piedi, ubriachi senza più un trillo, uno zompo, un saltello. Zavorrati come trichechi spiaggiati tremolanti di lardo e di trippe. Ci sta passando sopra la testa un’intera generazione al galoppo. Saltano oltre che sembriamo una siepe di Ascot. Mica son simpatici. Ci han cacciato a ringhi prima di infilarsi nella carcassa puzzolente dell’Italia, che è tutta la loro eredità. Non ce lo perdonano di aver spolpato le migliori pezzature! Quattro ossa da leccare è tutto quel che gli resta. Le frattaglie, altro che quelle! Abbiamo consumato anche la loro parte di banchetto: ricchezza, terra, petrolio, ossigeno ..Han solo dei debiti e da farsi un culo. Una pattumiera dopo le gozzoviglie, ‘sto pianeta, coi suoi ottanta miliardari a sbafare e tutti gli altri a leccare gli avanzi sul pavimento prendendosi calcagnate.Digeritevi le pleuri, la milza e i rognoni! Sciaguattate nei succhi gastrici, fateci il bagno e ascoltate i nostri rutti!Avevamo promesso ben altro nei gloriosi Sessantotto e Settantasette portati sul petto come medaglie! Tutti a strimpellare serenate filosofiche sulle magnifiche sorti. Ne avevamo la bocca piena, ma eravamo solo un nugolo di pidocchi che avrebbero reso anemico un toro”.

Per una volta ho scelto d’introdurre il libro con il suo incipit anzichè la consueta sinossi. L’avete letto? L’avete letto bene? Non è un semplice incipit, è un’ overture alla disastrata sinfonia della storia del nostro paese, ecco che cos’è. Mi voglio sbilanciare, definendolo uno degli attacchi più potenti e tellurici che mi sia capitato di leggere nella mia misera carriera di lettore oltre che di scribacchino.

Valerio Varesi* ha citato come nume tutelare Viaggio al termine della notte, di Celine, parlando de Lo stato di ebbrezza, ed è facile, leggendolo, ravvisare l’intento di raccontare gli anni grotteschi che hanno marchiato l’inizio di un declino apparentemente inarrestabile della nostra nazione, con una narrazione alta, metaforica e diretta. La scrittura di Varesi è un gorgo che risucchia nel cuore stesso di una notte della repubblica con una teoria di allegorie dall’efficacia rabbiosa. Emerge un mondo di egoisti e bulimici personaggi, presi, avvolti, anestetizzati da quello stato di ebbrezza che si respirava dagli anni ’80 fino a mani pulite. Quella sensazione inebriante di potersi arricchire in maniera smodata, di accaparrare denaro, potere, sesso. Tutto in un’orgia famelica e vorace, cieca e sorda a qualunque morale, a ogni legge, indifferente alle conseguenze, al futuro, alla rovina. Nella girandola di politici, porta borse, giornalisti e consulenti vari che si avvicendano nella storia d’Italia, si vede veramente l’orchestrina del Titanic che continua a suonare mentre il transatlantico affonda inarrestabile; con la differenza sensibile che i suonatori nostrani sono del tutto privi della desolata e disperata eleganza dei primi. I nostri sono chiassosi, arroganti ed egoisti scriteriati che si aggrappano all’ultima briciola con la voracità di una fiera insaziabile.

Domenico Nanni è il Dante che attraversa non senza colpe i gironi di un paese che si ostina a essere baraccone anche nei momenti più tristi e drammatici. La sua storia disincantata ripercorre con un certo obiettivo candore l’excursus di tanti italiani, nati incendiari e morti pompieri, che sulle onde degli ideali e il sogno della rivoluzione saltano di carrozzone in carrozzone fino al capolinea. Nanni in qualche momento ha il pudore di guardarsi indietro e osservare le macerie che sta seminando ma non per questo si arresta. La fame spinge e tira e impone l’avanzare di una vita così legata a quel che si è da non ammettere nulla: ne memoria ne coscienza ne pentimenti. Un’ubriacatura i cui postumi saranno il peggior dopo sbornia immaginabile.

Lo stato di ebbrezza è uno di quei romanzi che s’intuiscono scritti con l’urgenza di una spinta etica che il rutilare dei tempi sembra voler piallare ogni giorno di più. Uno j’accuse di rara potenza e lucidità. Un noir della Repubblica nel senso più lato e alto. S’inizia dopo questa gran cassa e ci s’immerge per 317 pagine di storia, cronaca, politica e delirio. Lo schiaffo che rappresenta quest’opera  dovrebbe riverberarsi nelle coscienze di tutti i cittadini degni di tal nome. Dipendesse da me, dovrebbe essere libro di testo alle superiori.

La sua lettura un dovere.

*Valerio Varesi, giornalista della redazione bolognese di Repubblica ha raggiunto la notorietà in campo narrativo come autore di gialli, in particolare per la serie del commissario Soneri. Dai suoi libri è stata tratta anche la serie televisiva RAI Nebbie e delitti.

La Sentinella, di Claudio Vergnani

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Sinossi dalla pagina Amazon del libro:

Ecco il futuro. E molte cose sono cambiate: si è aperta un’era di uguaglianza e di spiritualità. Ciò che prima era privilegio delle classi agiate ora è alla portata di tutti. Niente più polizia, né esercito. Ma disastri naturali, catastrofi legate all’incuria, la sovrappopolazione dovuta alle direttive di una religione che pretende famiglie sempre più numerose, carestia e degrado hanno fatto del mondo un luogo inospitale e pericoloso. Il dilagare del cannibalismo, il proliferare di antiche sette legate al culto dei morti, la demenza indotta dall’uso di droghe letali, una fauna mutante mostruosa e antropofaga portano la Chiesa a istituire severe Selezioni per la formazione di Ordini scelti che mettano un freno ai pericoli. Nasce così l’Ordine delle Sentinelle. La Selezione per diventare Sentinella, però, non è solo dura, è disumana. E cosa succede se chi sopravvive rischia di ritrovarsi disumano a sua volta? Cosa succede se i prescelti si rivelano peggiori delle persone che dovrebbero combattere?

Claudio Vergnani passa alla fantascienza e lo fa con una sua visione estremamente personale. Il cambiamento di genere non ha portato allo stravolgimento della sua scrittura perchè da essa si struttura un universo narrativo coerente che aggiunge ulteriori tasselli alle sue riflessioni sul mondo e sull’uomo. Lo scrittore modenese sceglie tra l’altro un terreno minato ambientando la sua spietata vicenda di selezione e sopravvivenza in un mondo distopico e post apocalittico. Per chi mastica solo (sventura sua) young adult, il pensiero correrà subito ad Hunger Games e compagnia semplificante ma mettetevi l’animo in pace perchè non è così. Il mondo che emerge nel romanzo di Vergnani è spiazzante. Ammantato di un’atmosfera mortifera e marcita, estraniante e al contempo con richiami inquietanti a quel che è l’oggi e quel che rischia essere il prossimo domani.

Abbiamo una terra devastata da una  serie di catastrofi sociali e ambientali, mutata nella flora e nella fauna, con mostri voraci e senza controllo che imperversano ovunque, con una società umana che, a fronte di una sottile e strisciante decadenza tecnologica, ritrova a sorpresa una rinnovata spiritualità e con il riaffermarsi del potere di un papato, che si ritrova il mondo fra le mani senza neanche tutta questa convinzione del proprio ruolo e delle responsabilità conseguenti. Una realtà che oscilla disarmonica tra elevazione e oscurantismo, in uno Ying/Yang tutt’altro che etereo. La metafora dei vivi che si ritrovano a vivere coi morti, dove città e immensi cimiteri si compenetrano in una promiscuità vagamente oscena è la metafora più potente e inquietante di tutto il romanzo e l’affermarsi del cannibalismo, l’apice di un degrado ravvisabile nell’attuale, vorace e distruttivo capitalismo.

Il corpo delle Sentinelle è l’istituzione preposta al mantenimento dell’ordine e della moralità. Moralità intesa come difesa dell’umano senziente, della Civiltà in senso lato.

Quasi metà del romanzo è occupata dalla tremenda selezione. Strutturalmente potrebbe apparire come un difetto, in realtà, la reputo una scelta filosofica, un percorso che impone la trascendenza del fisico per risvegliare quella scintilla di volontà che è la forza di ogni uomo che deve superarsi. In questo senso, le sentinelle sono superuomini nell’accezione nietzscheana del termine. Uomini che solo andati oltre se stessi ma l’oltre può essere luce come può essere tenebra. Ed ecco che in contrapposizione al protagonista, attraverso il cui racconto viviamo tutta la vicenda, si delinea la figura di Jaromir, vera e propria nemesi spietata,  di un’umanità che arranca per non cedere alla propria bestialità. Un vecchio imponente, forte, violento e cannibale. Il cannibalismo nel romanzo di Vergnani è un’altra possente metafora e non un misero espediente per solleticare la voglia di macabro che può albergare in chi legge letteratura di genere. Il cibarsi dell’altro è la voracità cieca e animale di un’umanità preda dei propri istinti, è la volontà di assimilare tutto in se’, egocentrismo sfrenato, egoismo senza confini, la solitudine inarrestabile di chi si perverte in nome del potere.

Mi ha ricordato certi romanzi di Moorcock specialmente il ciclo di Jerry Cornelius nel suo evocare un futuro di follia e assurdità riuscendolo a calare in un contesto che è molto più famigliare di quel che ci piace pensare.

A dispetto dell’impianto squisitamente action Vergnani che è tutto meno che un autore banale, costruisce una voluminosa e inedita riflessione sulla società umana e su quanto sia in realtà labile e sottile la crosticina di civiltà che ricopre uomini squassati tra ragione e istinto. Riesce ad armonizzare come pochi una miscela fatta di profondità e intrattenimento, andando a pizzicare corde che  preferiamo mantenere mute e ferme. L’unico dispiacere è che un autore come lui, non riesce ancora ad avere l’eco e il riconoscimento che meriterebbe. I cannibali sono sempre dietro l’angolo.

 

Analisi del 2015

I folletti delle statistiche di WordPress.com hanno preparato un rapporto annuale 2015 per questo blog.

Considerando quanto incostante e sparuto è il mio lavoro sul Blog, riesce lo stesso a darmi qualche soddisfazione e seguendo il consiglio di mastro WordPress, ecco il post dedicato all’attività del taccuino nel 2015

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Ecco un estratto:

Una metropolitana a New York trasporta 1 200 persone. Questo blog è stato visto circa 3.900 volte nel 2015. Se fosse una metropolitana di New York, ci vorrebbero circa 3 viaggi per trasportare altrettante persone.

Clicca qui per vedere il rapporto completo.

Di torri dorate, ignoranza e sogni perduti, (parte seconda)

Nel post precedente avevo concluso citando Steve Jobs, forse primo personaggio/icona a essersi spento nel XXI secolo. Quello che lasciò il proprio testamento spirituale durante il celebrato discorso alla Stanford University, ricordate? “Stay hungry stay foolish“…Ci sarebbe da aprire tutto un discorso, complesso e controverso sui malintesi nati dalle parole di Jobs, su quanto abbia avuto ragione per alcuni versi e per altri la stragrande maggioranza dei suoi estimatori (a parole) si rinneghino con i fatti ma andrei OT e le questioni che sto squadernando in questi post sono già di per se’ labirintiche.

La contraddizione colossale nasce dal fatto inequivocabile che più nessuno ha fame. La fame di sapere si è estinta e se non del tutto è sulla buona strada. Ora non è così scontato risalire a questo falso senso di sazietà che ci sta portando a diventare un popolo di analfabeti funzionali. Entra in gioco senz’altro un discorso politico, uno sociale, uno antropologico… viviamo un paese vecchio per esempio. Non soltanto anagraficamente; è vecchio il modo di vedere le cose, di sentirle, di viverle. Si concepisce la vita come una strada da attraversare con fatica, dolore e sacrificio che sono tre parche che ci perseguiteranno sempre e proprio per questo sarebbe un buon motivo prendersi una tregua da tutto ciò, magari sognando un pochino. O fantasticando

Fantasticare. Adoro questa parola. E’ più solida di sognare. Sognare suggerisce qualcosa di impossibile ma fantasticare… vuol dire qualcosa di più. Per me fantasticare è salire su un’astronave bellissima e spararmi diecimila anni luce in pochi minuti buttandomi addosso a una collpsar oppure esplorare un pianeta marino aiutato da delfini intelligenti ed esoscheletricamente dotati.*

E’ prendere la mia terra, riempirla di misteri e creature ereditate dai racconti dei nonni e inventarmi un misterioso Dipartimento che indaga sui fenomeni paranormali… è tutto questo e tanto tanto ancora.

Lo faccio. Scrivere, fantasticare scrivendo e nello stesso tempo imparare. Ecco un’altra parola che oggi risulta ostica. Imparare. “Stai zitto che hai solo da imparare” una frase netta che mi sono sentito dire spesso da adolescente. L’adolescenza è l’apoteosi dell’arroganza e della presunzione. Palpita nel cuore di ognuno di noi soprattutto quando cominci a costruirti una tua idea del mondo, una tua filosofia, che alla radice è l’amore per il sapere… e d’improvviso consideri che il tuo modo di vedere deve avere una sua dignità e così si entra in conflitto con tutto e con tutti. Genitori, istituzioni… fino alla consapevolezza. Il perchè di questa parentesi un po’ scontata serve al nocciolo di questo post. Quanto detto finora è sensato e funzionale alla costruzione della  personalità di un adolescente. Adolescente, diciamo dai 12 ai 20 anni circa. Peccato che la rete (e non solo la rete) mi sta mostrando che tutta questa arroganza, questa sordità, questa pedissequa presunzione arriva da troppi adulti. 25-35-45-65enni. Pance piene ma senza la minima traccia di quella fame di sapere, quella spinta ideale, quell’andare avanti, sempre avanti che è sempre stato il propulsore dell’evoluzione della nostra specie.

E che cosa c’entra tutto questo col fatto che mi piacciono le storie che fanno paura? E che fanno sognare astronavi? E fantasticare di mondi incredibili?

Il mio mosaico è un po’ così ma sono idealmente compresi anche gli ebook

C’entra. C’entra tutto. C’entra l’ iniziare da qualche parte. C’entra cominciare a leggere Topolino, guardare le figure e poi leggere quello che c’è scritto nelle nuvolette. Ricavare piacere da quelle parole e quindi cercarne altre e altre storie e così da Topolino si passa a Tom Sawyer o 20000 Leghe sotto i mari o Harry Potter e da li avanti. Calvino, Buzzati o Italo Svevo… si cresce. E s’impara e si diventa curiosi e il mondo assume altri contorni, come un miope che man mano migliora con le lenti giuste. Così è stato per me** e per tanti altri. Chi più, chi meno, chi in una maniera e chi in un’altra  c’era un comune denominatore ed era quel piacere tutto speciale di vedere nei libri, in ogni genere di libro un tassello utile a costruire il mosaico della nostra esistenza.

Questo fino a non troppi anni fa… una ventina? Quindici? Fate voi. Con la rete, la visione di questo perverso ouroboros che si auto divora in un ciclo apparentemente senza soluzione, appare più netta.

Da una parte*** abbiamo la Cultuva, snob, elitaria, auto referenziale, pronta a puntare il dito e smontare con perfidia scientifica ogni allargamento e apertura della medesima. Essa sembra bastare a se stessa, mantiene posizioni di comodo ed ha instaurato un distacco desolante con chiunque sia fuori dal salotto buono. Questo distacco porta dall’altra parte**** a chi ne è fuori, a disprezzare chiunque sembri essere di la’, con l’effetto perverso poi di imbarcare sullo stesso bastimento tutto ciò che si discosta da una facile e immediata fruibilità.La ginnastica della mente, l’attività di studio, analisi e riflessione che dovrebbe essere il riflesso di ogni intellettuale degno di tal nome diventa nemica. E diventa nemico anche chi, sebbene fuori dal salotto, ama comunque tutto ciò che il salotto vorrebbe tenersi ben stretto, in questo modo ogni discussione con un minimo di risposta circostanziata diventa terreno di scontro. Le reazioni non sono più polemiche. Eraclito affermava che il Polemos era il padre di tutte le cose. Su di esso, dalla sua capacità di scontro e confronto si era formato il pensiero dell’uomo.

Il Polemos è morto in guerra. Ha vinto la volontà di urlare più forte al di la’ delle parole, di vincere dove vittoria non serve e dove sapere le cose diventa un fastidio. Il fastidio originato dalla frustrazione di essere ignoranti.

*Ogni riferimento a Le Maree di Kithrup, di David Brin è puramente voluto.

**Anche senza laurea amo la conoscenza e non mi basta mai.

***Ovvio che non è così tutto il mondo della Cultura ma in Italia, “quella che conta” riesce a mostrarsi così.

****L’altra parte è la massa, un po’ tutti siamo a rischio massa.

Di torri dorate, ignoranza e sogni perduti (parte prima)

“la cultura (e la sua sorgente, la scuola) andrebbero rispettate e aiutate in modo diverso. Accettiamo responsabilmente i sacrifici, ma non quello dell’intelligenza. Stefano Benni”

Piccola introduzione biografica.

Provengo da una famiglia modesta ma dignitosa. Mio padre era un pasticcere, mia madre dopo una vita da commessa aveva aperto un bar. Artigiani e commercianti. Classe 1933 lui 1938 lei. Mia madre era la maggiore di tre figli e sebbene fosse la più dotata nello studio, i suoi avevano deciso che smettesse per aiutare la famiglia, fermandone la scolarizzazione alla quinta elementare. Mio padre, figlio di mezzo di tre ma unico maschio aveva frequentato una scuola professionale, aiutando il padre in vigna. Sapeva fare un po’ di tutto: piccoli impianti elettrici, riparazioni idrauliche, una buona mano da falegname. Aveva in fondo uno spirito avventuroso che l’aveva portato a fare la piccola vedetta per i partigiani, il boxeur, il sergente telegrafista negli alpini. Aveva anche tentato di imbarcarsi a Genova ma non sapeva nuotare e se ne era tornato al paese finchè non conobbe mia madre in una prestigiosa pasticceria in città. Lo presero come apprendista pasticcere e il resto è storia.

Per gli standard di oggi possedevano una scolarizzazione bassa. Entrambi non avrebbero potuto accedere neanche a un concorso come operatori ecologici eppure sono riusciti a trasmettermi un amore per la cultura e la conoscenza che oggi sembra quasi scomparso. La mamma leggeva molto e quando si era rimessa a studiare per poter aprire la partita IVA era uscita con il massimo dei voti, alla Camera di commercio. Anche papà era un divoratore di fumetti e aveva una collezione bellissima di romanzi di Salgari. Inoltre entrambi amavano la musica classica e l’opera. A casa mia, nonostante gli orari oberanti delle loro rispettive attività, non sono mai mancati libri e dischi.

Avrò sempre il ricordo un po’ alla Monthy Python di mio padre, immacolato nel grembiule e nella farina che intonava con voce baritonale le arie di Mozart (Le Nozze di Figaro erano il suo cult). A dispetto di tutto avevano AMORE per le cose belle e rispetto per la CULTURA e il tutto era nato e fiorito da basi umili, da letture semplici, d’intrattenimento.

Il perchè di questa introduzione famiglilare, è ispirato dalla pubblicazione di due post, provenienti da altrettanti, seguiti e stimati Blog: Prigionieri, da Strategie Evolutive, di Davide Mana e Intrattenere è una nobile arte, uscito su Plutonia Experiment, di Alessandro Girola.

Affrontano da angolazioni e prospettive differenti una questione che mi sta a cuore: la posizione della letteratura fantastica.

Per “fantastica” intendo il termine più ampio e generico dell’aggettivo. Che sia fantasy, horror, fantascienza, giallo, mistery o noir, tutti rientrano nel calderone del raccontare storie tese a far evadere il lettore dal quotidiano e dal reale (questo non necessariamente negando o stravolgendo il reale).

Io stesso ho la presunzione di definirmi “scrittore di genere“. Tutto quel che sono riuscito a pubblicare finora sono due horror, un mistery e un giallo/noir e pertanto, sfruttando sempre la sopracitata presunzione, mi sono sentito tirato in ballo.

La spocchia che contraddistingue il nostro ambiente intellettuale nei confronti del fantastique è il chiaro sintomo di un provincialismo sconfinato. Da grande cultura, culla di Umanesimo e Rinascimento, l’Italia si è rannicchiata in salotti snob e autoreferenziali e l’atteggiamento elitario che sembrava contenuto per una brevissima fase della nostra storia recente, sembra essersi rafforzato di pari passo con l’abbassamento del livello di formazione degli strati più ampi di popolazione.

Una combinazione terribile che si sta riverberando in tutti i campi. La cultuva vive in squallide torri placcate di oro di bassa qualità e i risultati si vivono sulla pelle. Non si legge, non s’impara, non si sogna. La fiducia verso il domani è ormai un tabù e una forma mentis perversa che sta letteralmente troncando le gambe alla nostra capacità di progredire.

Ecco che da questo magma, emerge il velato disprezzo verso le forme di narrativa più popolari (sull’aggettivo popolari seguirà un’altra disgressione*). Una detrazione a volte sottile e sempre perfida, condita da malafede e anche una certa ignoranza nei confronti del genere. Come dichiarava Andrea deCarlo in quel brutto scherzo che era Masterpiece, “vogliamo la vita vera, abbiamo scartato apposta tonnellate di fantasy…” dimenticando o ignorando che spesso, la letteratura di genere ha interpretato il reale meglio di tante opere di narrativa generica o di saggistica e ci riesce attraverso il più artistico degli espedienti: l’allegoria.

La visione del lettore appassionato di fantastico come un bambino non cresciuto che rifugge alle proprie responsabilità è intellettualmente sleale e disonesta.

Come suggerisce il sempre ottimo Mana:

“D’altra parte, M. John Harrison ha sottolineato, in seguito, che la fuga ci libera dalla responsabilità.
E senza responsabilità non siamo nulla.
Se la realtà mi intrappola, posso certamente fuggire nell’immaginazione – ma solo a patto che il piano preveda il mio ritorno, ed azioni atte a cambiare la realtà, in modo che non sia più una prigione.”

e soprattutto:

“perché è vero che esistono storie che sono “puro intrattenimento”, come un bicchier d’acqua, che passa e và, senza causare grandi cambiamenti.
Ma cosa c’è di male in un bicchier d’acqua, se si patisce la sete?”

Certi salotti sono così: si sentono i padroni dell’acqua e ci vogliono assetati, con buona pace della fame citata dal compianto e beatificato Steve Jobs.

*(continua…)

The Green Inferno, di Eli Roth

Ritorna quel volpone di Roth. Nei confronti di Eli Roth ho un rapporto discontinuo: ne apprezzo la tecnica, la capacità di costruire tensione e aspettative, l’abilità di far salire un hype tremendo attorno ai suoi lavori e detesto quando dopo tutto il fumo che fa salire, a volte ti lascia troppo poco arrosto. Hostel ne è l’esempio più clamoroso. (altro…)

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Geograficamente a Manchester, mentalmente tra le pagine di qualche storia. Coi libri faccio shopping compulsivo. Mi passano per la testa un milione di cose e ne scrivo altrettante. Quando c'è sole, parto con la mia Canon al collo. Ogni giorno è un capitolo nuovo: se non ti piace quel capitolo, gira pagina e comincia a scriverne un altro. La vita è troppo breve per passarla in standby.

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