Asti: ceneri sepolte

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Un’afosa sera d’estate: un’esplosione

sconvolge Asti. L’incendio conseguente

distrugge la APES azienda specializzata

nello stoccaggio di rifiuti; nella tragedia

perdono la vita due dipendenti. Contemporaneamente

in un incidente avvenuto

poco distante dal luogo del disastro,

muore un motociclista mentre l’autista

di un SUV finisce in coma. Entrambe

le vittime si scoprono essere titolari

della stessa azienda distrutta dall’incendio.

La medesima sera, l’investigatore

privato Giorgio Martinengo prende

servizio come soccorritore della Croce

Rossa e il suo migliore amico, il chimico

Paolo Marchese, membro dell’ARPA

Piemonte, deve intervenire per monitorare

il potenziale pericolo d’inquinamento

ambientale derivato dall’incendio,

perché la funerea e irreale colonna di

fumo nero come la pece che ascende

al cielo della piccola città piemontese

non sembra solo carta che brucia. Inizia

così una lunga notte insonne, durante la

quale Giorgio Martinengo si ritroverà a

ricomporre un mosaico di fatti e persone

in una sarabanda di morte che coinvolgerà

i personaggi più inaspettati. Un

vortice di faccendieri, corrotti ed ecomafie

nel quale Martinengo, vittima di una

insopprimibile brama di sapere, sarà

coinvolto nonostante il suo inedito ruolo.

Ed eccolo quà, il mio nuovo neir, una nuova storia dell’investigatore Martinengo che si dipana fra incendi, tragedie personali, ecomafie e coraggio. Romanzo compresso nell’arco di tre giorni e due notti, con il nostro affezionatissimo costretto nell’inedito ruolo di soccorritore 118 per la Croce Rossa e coinvolto in una storia incandescente nella quale si bruciano vite, sogni, incubi e brama di possesso. Nonostante mi sia preoccupato di oliare al meglio il meccanismo, affinché tutti i pezzi del puzzle combaciassero, Asti ceneri sepolte la considero una delle mie storie più noir, dove in fondo l’aspetto investigativo  è secondario rispetto alla trama. L’ambizione è quella di aver scritto un romanzo veloce ma non superficiale, concitato ma con una sua profondità ma per questo, ai lettori l’ardua sentenza.

Tra breve sarà disponibile anche in ebook su tutte le piattaforme, il cartaceo è in distribuzione alle librerie dal 24/12/2016 e per chi fosse interessato, è ordinabile con uno sconto speciale sul sito dell’editore a questo indirizzo oppure su Amazon 

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Il Metodo

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A forza di dirle le cose vanno fatte ed ecco che, stimolato dai post precedenti di esimi colleghi, oltre che virtuali ma non per questo meno cari amici, qui, qui e qui, mi ritrovo a fare l’ennesimo punto sulla situazione Scrittura.

Perchè mi piace ricordarlo, sono un uomo che scrive e non posso immaginarmi senza questa attività che sembra affascinare il 90% della popolazione italiana anche se poi i famosi, tremendi dati ISTAT ci fotografano un paese prossimo alle barbarie. Discorso che sta diventando faticoso perchè risultato di una serie complessa di fattori, economici, sociali e culturali.

Sembra incredibile ma è passato tanto tempo da quel 2006 che vide uscire il mio primo romanzo e ancor di più quando quattordicenne, oltre a divorare libri su libri mi feci regalare una Lettera 35 per il Natale del 1982 senza poi aver più smesso di scrivere storie.

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Complice l’età, posso incominciare dicendo che negli ultimi due anni ho preso a schematizzare le mie storie. Il processo creativo è semi inconscio: accumulo idee, pensieri, frasi, passaggi, spizzichi e bocconi. Il tutto è sparso, raramente vi è coerenza, è una sedimentazione e senza preoccuparmene, segno tutto sulla Moleskine e se ne sta lì, magari giorni, settimane e tutta questa sedimentazione mi gira per la testa. Ognitanto mi soffermo su una singola idea, su un concetto, qualcosa di letto, sentito, visto. Come un baco da seta,  incomincio a imbozzolare. Dopo è un gioco di collage. Prendo altre cose e vedo che legano. La storia sta nascendo.

Questo processo che si può definire creativo non ha tempi precisi, per lo più è sempre in corso e funziona per più storie finché non succede che una  in particolare abbia raggiunto un suo livello di saturazione, a cui segue una pressione che induce alla stesura.

Sto diventando più metodico e anche il tempo dedicato si è distribuito diversamente. Ora scrivo tutti i giorni, anche poco ma tutti i giorni. Mi chiudo in studio nel silenzio più completo e dedico dai trenta minuti alle due ore di scrittura; per scrittura, intendo anche rilettura dei capitoli precedenti ed eventuali modifiche o correzioni. Le fasi di ricerca e documentazione invece si spalmano anche su altri momenti della giornata, con letture e chiacchierate con gli eventuali consulenti che mi preoccupo di contattare.

moleskineAi feticci del mio scrivere, ovvero l’essere circondato dalle mie Moleskine degli appunti, il silenzio, la mug che il mattino contiene caffè liofilizzato (più veloce da preparare) e tè il pomeriggio, ho aggiunto per puro gioco, lo stringere qualche volta fra le labbra una piccola, vecchia pipa* pipa appartenuta a mio nonno materno. Che ci crediate o meno, può aiutare la concentrazione.

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Nel mio caso a questa costanza non corrisponde una produzione omogenea, il numero di parole scritte giornalmente varia da un minimo di quattrocento a un massimo di duemila, il tutto determinato da numerosi fattori quali il tempo reale a disposizione, impegni vari ed eventuali e anche condizioni psicofisiche (difficile essere produttivi con 38 di febbre per esempio)

Scrivo prevalentemente su un pc con installata sopra l’ultima versione di Ubuntu e utilizzo ormai da anni Scrivener come word processor. Può capitare che in trasferta ripieghi su un notebook con Win10 ma sempre con Scrivener sopra. In caso di necessità, la fida Moleskine e una matita fanno il loro porco lavoro.

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Se paragono la mia attività di scrittore a quella di tanti altri, ho l’impressione di apparire meno maniaco, meno ossessionato di prima. Non provo più quel desiderio di ostentare le nottate passate davanti allo schermo, di ammantarmi dell’aura di artista tormentato perchè ormai è un leit motif del quale si è abusato a sproposito, soprattutto fra numerosi wannabe. Ficchiamocelo in testa: essere scrittore non è un atteggiamento, non è un look. E’ disciplina, mestiere, pignoleria, ambizione e lavoro costante.

*spenta, la pipa è spenta da convinto non fumatore qual sono.

 

 

 

RobZombieploitation: 31

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Rob Zombie è un regista imperfetto, discontinuo e per alcuni tratti, soprattutto narrativi, ancora immaturo ma non si può negare in nessuna maniera una sua visione personale e autorale del cinema di genere. Il suo film di esordio, House of 1000 corpses era un manifesto estetico e tematico sorretto da un racconto affannato ma ritrovare un film così sporco e puzzolente di sangue nel 2000 mi aveva fatto urlare a un piccolo miracolo. Con The devil’s reject sembra affinare tematiche e cifra estetica toccando livelli a loro modo memorabili poi si cimenta in un paio di operazioni a dir poco azzardate: Halloween:the beginning e Halloween 2; con The lords of Salem prende un notevole scivolone, quel genere di flop che capita quando l’ambizione è superiore alle capacità e con 31 si rialza con classe.

31 è un compendio di temi e citazioni  che illustrano il pantheon cinematografico di Rob Zombie, un amante del genere che sembra ogni volta urlare al mondo quanto gli piacciono l’horror, gli anni ’70 e un certo modo di gestire storie e violenza tipico della expoitation.

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I ’70’s in particolare sono la bolla temporale nella quale Zombie sembra voler artisticamente vivere. Una decade, inutile aggiungerlo, leggendaria per l’arte cinematografica e per l’horror. 31 è un gioco al massacro e in un discorso del tutto meta cinematografico, Zombie gioca a sua volta con questo concetto. C’è la struttura del survival con i protagonisti pedine che devono lottare per sopravvivere in un ambiente circoscritto, c’è una galleria di villain caricaturali, estremi e del tutto sopra le righe, c’è la lotta che si dipana a più strati: la lotta dei singoli per preservare le loro vite, la lotta di classe perchè il gruppo di malcapitati sono proletari redneck, i figli scapestrati di un’America grezza, rurale e ignorante e i padroni del gioco un gruppo di vecchi ricchi ed eccentrici, abbigliati come alla corte del Re Sole e capitanati da un moderato Malcon mcDowell. C’è a mio avviso anche una lotta psicologica non banale, quando l’istinto omicida s’impadronisce delle vittime, parificandole in tutto e per tutto con i loro carnefici.

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Sono tutte caratteristiche che nell’horror moderno si ritrovano con una certa regolarità, basta pensare a The Purge eppure le radici di questo film, a mio avviso sono più profonde e remote. La galleria di assassini eccentrici richiama in più di una suggestione  il The running man ( L’implacabile) di Glaser, certo Carpenter, quello dei primi tempi con più di una strizzata d’occhio a Distretto 13 e per alcuni richiami scenografici anche a 1997 Fuga da New York. Teso e concitato, 31 omaggia proprio nella serratezza del racconto Carpenter anche se stilisticamente se ne discosta in modo brusco. Tanto è algido e pulito il maestro di Carthage quando è ruvido e sporco Zombie. L’estetica è ripetuta e ossessiva nei suoi film, con elementi che ricorrono instancabili in ogni sua pellicola, i colori virati, ambienti fatiscenti e caotici,  i clown sono gli arredi di una sorta si salone mentale nel quale ci introduce ogni volta che vuole raccontare una storia.

Funziona 31. E’ un film scarno ed essenziale, girato con determinazione e perfino con una buona mano nel gestire gli attori, sia che si tratti di figure feticcio, la moglie Shery Moon Zombie che riesce a risultare convincente come final girl che di caratteristi di lusso come Richard Brake che con il suo Doom-Head regala una potente figura iconica che rifà il verso al Jocker di Hedger  con una dose di psicopatia criminale ancora più esasperata e una sempre intensa Meg Foster.

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Certo, il montaggio specie nelle sequenze d’azione risente di una concitazione confusa più vicina al testosterone di Michael Bay e alla violenza tarantiniana che sembra a tratti voler emulare ma se dimentichiamo tutto ciò e consideriamo un prologo di raro impatto e il capovolgimento del finale, con il passaggio dai labirinti claustrofobici agli spazi aperti palpitanti poesia western in ogni fotogramma, l’esito dell’opera non può che essere positivo.

 

Speciale Girola:Il Testamento di Gionata Hutter,Vesti la giubba, Noi siamo la Gente

Per un blogger dilettante e discontinuo come il sottoscritto, rimanere al passo con la produzione di Alessandro Girola è un’opera ardua. Se aggiungiamo il fatto che oltre a tentare di gestire un blog, il sottoscritto da grande vuole fare lo scrittore, il lavoro diventa immane. Viene così in aiuto la predilezione per l’autore meneghino per il formato breve. Il grosso della sua produzione rientra nella categoria delle novelette con tutti i vantaggi e la piacevolezza di regalarci letture agili oltre che piacevoli.

IL TESTAMENTO DI GIONATA HUTTER è un horror puro. Un racconto che rientra nella serie Italia Doppelgänger, dimensione letteraria parallela dove si racconta il nostro paese direttamente da una zona del crepuscolo squisitamente nostrana. Inutile sottolineare quanto sia congeniale e del tutto sulle mie corde una simile ambientazione. Variante vampirica di piccole e grandi atrocità di provincia, Il testamento di Gionata Hutter pesca a piene mani nel consolidato immaginario del gotico padano. Echi avatiani s’intrecciano con quell’aria di casa che si respira anche nei racconti di Piero Chiara mentre proseguendo nella lettura, la vicenda dell’avvocato Torricelli, lombardo metropolitano che si confronta con la sospensione e i ritmi di un tempo diverso, tipici della provincia, assume via via una progressione opprimente, dove l’inquietudine diventa un gorgo che riecchieggia delle paranoie senza uscita, degne di un Inquilino del terzo piano di Roman Polansky. Citazioni circostanziate; mai banale, Girola regala brividi di ottima scelta.

GROSSO GUAIO IN PAOLO SARPI primo racconto del ciclo de IL BASILISCO è un autentico spin-off dell’universo 2MM, progetto supereroistico del nostro instancabile. Il Basilisco è un vigilante dotato di moderati super poteri: forza, resistenza, alta tolleranza. Una specie di Batman con qualche marcia in più e dei gadget in meno (superflui). Volume introduttivo ha il pregio di non dilungarsi in spiegazioni regalandoci un ottimo esempio di show don’t tell tipico della letteratura contemporanea. Milano emerge con l’occhio e il sentimento che solo chi la vive è in grado di evocare. Una Milano popolare e multietnica, città globalizzata con problemi globalizzati. Una mitologia pulp che si respira innanzitutto nello stile di scrittura, sempre molto secco, essenziale e dinamico. Bande di cinesi e latinos, l’emergere di un luchador sovra umano e quello spirito metropolitano solidale e casalingo che emerge nonostante tutto e tutti. Un lavoro inedito nel nostro panorama letterario di genere come inedito il piacere che ho provato leggendolo.

VESTI LA GIUBBA è il secondo libro del ciclo. Il mondo del Basilisco acquisisce profondità e dettagli, come anche la sua scrittura. Inevitale non vedere nella vicenda della banda di Pagliacci, gli echi del Nolan de Il Cavaliere oscuro. Il villain di turno diventa figura iconica e inquietantemente empatica. Fra tragedia e ironica follia, Pagliacci scopre nervi sensibili, insinua il germe di un populismo che rischia di diventare metastasi della società e metterà all’angolo il Basilisco, forte di un ricatto letale per la città. Tutti gli elementi di una storia action ad alto tasso di spettacolarità si ammalgamano ottimamente e confermano la validità del progetto.

NOI SIAMO LA GENTE con il terzo e per ora conclusivo libro del Basilisco, la scrittura di Girola senza perdere un briciolo della sua capacità di intrattenimento rivela forse un aspetto di più profondo del suo autore. Il confronto del vigilante di Milano contro i Nuovi Briganti e le strumentalizzazioni di un movimento apartitico e populisto noto come L’Onda introducono la critica a un modo di fare politica che sembra dominare le dinamiche degli ultimi trent’anni, ovvero la sottile sobillazione della pancia dell’elettorato anziché della sua testa. Lo j’accuse di Girola contro demagoghi e populisti, già accennato in Vesti la giubba, in questo diventa perno concettuale dell’intera storia. Se  da un lato, si riconferma la sua rara capacità di raccontare scontri e combattimenti, dall’altro scopriamo un autore con una visione etica limpida e cristallina di quella che deve essere uan società civile. Sarebbe probabilmente impreciso definire Noi siamo la gente come un manifesto ma un personale saggio in salsa supereroistica sull’oggi di sicuro. Consigliato.

Link per gli aquisti:

Relatività vs. Assoluto: di come bruciare uomini e libri sia un pericolo sempre attuale

Sono giorni strani e neanche tanto belli. C’è rabbia la fuori e dentro non è che siamo tutti sereni e sorridenti.

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Siccome scrivo e scrivo letteratura di genere (vari generi ok ma in tanti distinguono la letteratura di genere dalla Letteratura) ho il vizio di incuriosirmi e collegare fatti e notizie. Non sono il solo ma c’è modo e modo di collegare le cose. Se sbagli a collegare i fili della luce salta il limitatore e la fuori sembra che siano in tanti a non distinguere bene i colori dei fili.

Il primo filo è questo articolo, risalente a qualche giorno fa. Il secondo è questo post, uscito su uno dei Blog che preferisco.

Bene. Se avete letto l’articolo, da ora in avanti mettere in dubbio o negare scopertamente l’Olocausto è un’aggravante della quale il giudice in sessione penale dovrà tener conto. Il primo impatto era stato in realtà positivo. La propaganda e le insinuazioni contro l’Olocausto sono uno sgradevole leit motiv che dalla fuga di Leon DeGrelle in avanti si ripete con costanza diabolica, quindi, a un certo punto è giusto che si corra ai ripari: mali estremi estremi rimedi. Il secondo impatto invece mi ha indotto a una riflessione un po’ più articolata e meno ottimista della reazione precedente. La riflessione mi è stata stimolata da un’intervista su Radio3 RAI una mattina d’un paio di giorni fa. Una docente di storia contemporanea aveva espresso delle perplessità che mi sono ritrovato infine a condividere.

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L’Olocausto è il fenomeno storico moderno più documentato del XX secolo. E’ forse il solo che è stato possibile ricostruire con minuzia basandosi su innumerevoli testimonianze dirette. Sull’olocausto si ha a disposizione una bibliografia sterminata, una documentazione vasta e particolareggiata, supportata da materiale fotografico, audio e video. Delle testimonianze dirette non solo dei sopravvissuti ma anche dei carnefici stessi, nei verbali del processo di Norimberga. E anche dall’altra campana c’è comunque una serie di testi di riferimento, i quali alla fine non sono riusciti a smontare la tesi ufficiale e cioè che l’Olocausto è avvenuto. Milioni di morti non si nascondono sotto un tappeto e le evidenze storiche e giuridiche di chi è a favore, soverchiano chi è contro. Eppure

Eppure diverse nazioni sono state obbligate a introdurre leggi ad hoc per salvaguardare una verità storica. Ultima ma non ultima l’Italia. Qualcosa non ha funzionato. Anzi, qualcosa sta continuando a non funzionare se si è costretti a difendere la storia con l’intimidazione di un atto penale. Questo era il dubbio che instillava la storica e questo è il dubbio che mi sono ritrovato a elaborare. Perchè una cosa così enorme come l’Olocausto e così ampiamente dimostrata sembra sempre in pericolo. E’ fragile di fronte al montare di una contro reazione che striscia nei pensieri di tanta/troppa gente. A volte salta fuori con una naturalezza desolante: si parla del più e del meno, si casca sulla politica estera, citi Israele per esempio e il gioco è fatto. Adesso non mi metto a scomodare dei distinguo* che mi porterebbero lontano dal discorso che avevo in mente di fare. Posso solo riagganciarmi a quanto sto scrivendo quando l’interlocutore, pur di difendere le sue confuse posizioni mi salta su con un sonoro

“…e poi hanno rotto il cazzo con questo Olocausto!”

Ecco. Il tono era quello di uno studente di liceo che alla fine dell’anno scolastico è saturo di latino e quando è in vacanza può sbottare. Peccato che chi me l’aveva detto era un ultra quarantenne, non va più a scuola da una vita e non sembrava particolarmente interessato a circostanziare la sua uscita. E il sollievo, il tono finto esasperato che udivo nelle sue parole la dice lunga sul perchè si debba difendere la Storia con strumenti legali.

Perchè gli strumenti del sapere non sono serviti.

Perchè quindici milioni di morti (contando anche i non ebrei) invece di indurre rispetto e determinazione a non ripetere più una simile barbarie** hanno “rotto il cazzo”

Ora: avete letto il post della mia sorellina putativa Lucia? Lucia è una persona forte, intelligente e capace di sostenere le sue tesi con lucidità e pacatezza. Una bella persona. Rara. Ha difeso un film che non è detto neanche che le piacerà, perchè dietro la tempesta di merda (traduzione letterale) che si è levata sul reboot di Ghotbusters nella maggior parte (sottolineiamo maggior parte perche è bene ricordare che non vuol dire tutti) dei commenti di presunti fan delusi e traditi si nascondeva una palese misoginia alimentata da maschilismo più o meno inconscio.  E gli attacchi che ha ricevuto sul suo Blog in conseguenza delle sue posizioni erano davvero sproporzionati. Una reazione assurda verso una disgressione partita da un film di genere fantastico e che non avrebbe mai raggiunto simili livelli se i quattro della squadra di acchiappa fantasmi fossero stati attori appartenenti al genere maschile e se mai vi siete presi la briga di leggere lo scambio di commenti arriviamo alla tangenza che mi interessava.

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Ho trovato un parallelismo incredibile fra i toni di alcuni dei commenti contro Lucia e quelli dei neo nazisti anti Olocausto. C’era il medesimo livore, la stessa malizia in malafede di chi cerca di girare la frittata, trasformando la vittima in carnefice. Un mondo al contrario dove gli uomini diventano vittime di  “nazifemministe“, dove un popolo di malefici ebrei mette in povertà i cristiani (quello è il capitalismo ragazzi),  e dove ogni bufala un po’ ben supportata in rete diventa la verità. Dietro una tastiera tutto questo si amplifica, complice la distanza fisica del device di turno e la distanza fisica gioca un fattore importante, fondamentale. La distanza sottrae umanità.

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In criminologia si studia come il processo che porta all’assassinio passa attraverso una parziale o totale disumanizzazione del soggetto. Una specie di alibi inconscio che scatta per bypassare le barriere erette da educazione e convenzioni. Infatti, il nazismo aveva negato l’umanità degli ebrei e delle altre razze corrotte e impure, arrivando a costruire una mitologia pseudo scientifica che elevasse la razza ariana al di sopra delle altre e meccanismi simili entrano in funzione nei cervellini di tanti uomini autori di femminicidio, riducendo le loro vittime a oggetti sui quali rivendicarne il possesso, il concetto stesso di Amore si riduce al possedere e quando ci si accanisce in rete succede lo stesso: dall’altra parte non c’è una persona, non la si vede direttamente. non la si sente ma si leggono post o status che si possono condividere o no. Quando parte lo scontro, c’è solo un nome, una pic, un obiettivo e la volontà cieca di averla vinta, di affermare se stessi difendendo le proprie idee o affermazioni. Acriticamente.

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In questo mix, bisogna aggiungere anche un certo deperimento culturale. L’istruzione appare depotenziata, scremata degli elementi più introspettivi a favore di una visione pratica e per alcuni versi “aziendalista“. La Storia e con essa la percezione del tempo si sta trasformando, sbiadendo per le esigenze dell’ eterno presente; condizione teorizzata dal filosofo francese Marc Augé. Il futuro è sparito dai radar dell’umanità. Il passato è qualcosa di vago e nebuloso, spesso plasmato a uso e consumo del potere. Solo il momento conta, l’odierno e senza una prospettiva futura, gli orizzonti si restingono e con essi le coscienze.

Senza coscienza, senza ragione. Il mostro è pronto.

*Come dover spiegare per filo e per segno che dichiararsi contro le politiche di Israele non significa essere anti semiti

**e infatti dal dopo guerra ad adesso si può perdere il conto dei genocidi piccoli e grandi consumati in giro per il mondo

 

La Misura

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Amo definirmi “piemontese della vecchia guardia” e non per auto compiacimento. Diciamo che uso questa definizione, un po’ vetusta invero, per amor di precisione: genitori piemontesi, nonni piemontesi, bisnonni piemontesi e così indietro nel tempo, almeno fino al XIV secolo, data a cui era riuscita a giungere una ricerca araldica intrapresa da un parente curioso delle nostre origini, (oltre era troppo costoso). Nessuna scoperta eclatante. I miei antenati si erano pigramente spostati un po’ su e un po’ giù tra astigiano e alessandrino anche se il mio cognome si ritrova abbastanza diffuso nel nord della regione, tra Valle d’Aosta e Lago Maggiore.

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Questa piccola introduzione serve a contestualizzare un momento il mio retroterra culturale. Una famiglia di piemontesi, solidi artigiani; gente che veniva dalla campagna con poche idee ma molto salde; una certa austerità che aleggia su tutto: essere onesti, rigorosi, un po’ rigidi e seri. Seri. Il nonno materno soleva dire che solo gli stupidi ridono e si divertono. Certo, i suoi racconti d’infanzia e gioventù mi illustravano una vita dura e triste, faticosa e crudele ma l’essere seri, ecco quella cosa lì me l’hanno inculcata in anni e anni di educazione battente.

“Seri bisogna esserlo, non dirlo, e magari neanche sembrarlo!” diceva Pasolini

Sono figlio unico e sono pure nato tardi per gli standard dell’epoca (nel 1968 una donna che partoriva il primo figlio a 30 anni era considerata fuori tempo). Forse per compensare questo ritardo, sono stato partorito al settimo mese, sètmìn.

I miei appartenevano a una generazione che aveva conosciuto ancora la guerra, non avevano un’istruzione “alta” ma possedevano un rispetto nei confronti della cultura che oggi ci si sogna. Mi avevano insegnato a temere l’ignoranza perché “madre di tutti i mali”

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Mamma e papà, 1950 ca.

Leggevano, ascoltavano musica, guardavo bei film. L’humus che mi hanno costruito attorno è quello che ha permesso di diventare quel che sono, nel bene e nel male. Una casa piena di libri, di dischi e di dolci (mio padre era un pasticciere). Questo ricordo della mia casa d’infanzia.

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In particolare, mi avevano inculcato il concetto della misura. Che in piemontese più che in una parola si riassume in una frase: esagerumä pàs.
Non esageriamo. Che non è cerchiobottismo democristiano o inazione bensì un atteggiamento concreto e razionale, una cosa molto artigiana, tipica di chi vuole fare un lavoro bene e con precisione. Prendere la misura di tutto su tutto. Valutare bene, attentamente. Ponderare e agire. Avere misura, appunto.

E oggi? In questo scellerato paese qual è la misura che si adotta? Una società schizofrenica, incline all’auto indulgenza, alla malafede, all’antipolitica. Le misure sono diventate la quarta di reggiseno su ragazze taglia 36, l’ego ipertrofico dei macho d’accatto, buoni soltanto a postare foto di bicipiti, frasette estrapolate dai baci Perugina e immagini di dubbio gusto. Dove la serietà è andata a farsi benedire da tempo immemore,;si mitizza il “non prendersi mai sul serio” ma è diventato non prendere sul serio più niente. Nemmeno la morte. Nemmeno la violenza. Nessuna misura perciò. Nessun rispetto. Le donne continuano a subire una deumanizzazione criminale, il paese dei mammoni talmente incapaci e frustrati da ammazzare se si perde la propria schiava. Il paese dove la cultura è una parola che riempie la bocca ma svuota le pance e dissolve cervelli. Un paese che pretende di vivere ancora di miti frantumati: la brava gente, la capacità di arrangiarsi, la creatività, la simpatia.

Ed è proprio quest’esistenza sospesa tra incredulità e incapacità di adattamento alla trasformazione dei tempi che mi appare come il detonatore più preoccupante delle violente reazioni che sembrano incancrenire la cronaca quotidiana. Come un’epidemia che rende i bruti più bruti. Ottusi che non essendo in grado di capire e accettare, distruggono. Una distruzione che si estende a tutti i livelli,:nell’imbarbarimento della politica, diventata una commistione nauseabonda di pance rabbiose, bocche voraci, slogan da stadio e intimidazioni di stampo mafioso; nella degenerazione di ogni dialettica, ridotta a gara di urla, come se i decibel potessero sostituire il quoziente intellettivo e nella ricerca di un sapere facile e che perciò sapere non è. Si sguazza in crassa ignoranza, beandosene e giocando a sovvertire il significato dei termini un po’ per tornaconto un po’ perchè non si sa bene che cosa si dice. La prepotenza è diventata carattere, l’arroganza personalità, la violenza forza, la menzogna verità.

Chi come me è cresciuto con determinati valori, interpretati come sacri e fondamentali, non può che sentirsi un alieno. Un essere estraneo e avulso da questo contesto, che ha l’impressione a volte angosciante di parlare una lingua diversa, partendo da presupposti distanti anni luce da troppi e questo senso di esclusività, a sua volta allontana e acceca, in un gorgo pericoloso perchè facile da rendere inarrestabile. E senza misure.

 

 

 

Gli Ispiratori del Settimino: Torri all’imbrunire, di Clive Barker

Sempre nel tratteggiare come ho costruito il mondo de IL SETTIMINO, andiamo più nello specifico, citando un racconto di vate Barker…

Taccuino da altri mondi

Clive Barker è uno degli autori  che, in compagnia di Stephen King e Howard Philips Lovecraft ha sancito il mio amore per l’horror letterario. Tanto è americano, yankee, saporoso di cheese burger e torte di mele King quanto Barker europeo, intellettuale e provocatorio. La scrittura dell’autore di Liverpool unisce scorrevolezza e complessità con uno stile ricco, introspettivo e particolareggiato, a tratti, percorso da una sottile ma salda linea di ironia. E’ senz’altro uno scrittore che ha contribuito a elevare il genere a narrativa “alta” e dignitosa. Per quanto autore di romanzi fondamentali, come Schiavi dell’Inferno, Gioco Dannato e Cabal, la forma nella quale fornisce il meglio di se è il racconto. Le antologie del ciclo dei Libri di Sangue sono capolavori di una potenza rara, sia nella resa narrativa che per l’inedita originalità dei temi trattati. Barker, al pari di Lovecraft è il creatore di mitologie assolutamente personali…

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Gli ispiratori del Settimino: Scanners, di David Cronenberg

Cronenberg, sottilmente citato anche nel romanzo, non poteva mancare nel novero degli ispiratori. Recuperatelo!

Taccuino da altri mondi

Il cervello è solo la rarefazione del corpo, la sua concentrazione nel posto del comando, la sua localizzazione nel punto più complesso (Enrico Ghezzi – Paura e desiderio).

L’ambigua, altalenante natura dell’uomo contemporaneo, schizofrenicamente combattuto tra la dipendenza tecnologica e l’esigenza darwiniana di un adattamento del corpo al nuovo mondo del quale artificialmente curiamo la mutazione, sembra essere una delle costanti tematiche che animano Scanners, gioiello del 1981 di David Cronenberg.

Difficile, arduo dire qualcosa di nuovo sul capolavoro del regista canadese. Scanners è una chiave di volta del suo cinema, un film che segna l’inizio di una maturità che era in divenire nei suoi film precedenti e che in Scanners si palesa. Film profondo, intriso di tutti quegli elementi tematici che hanno contribuito alla maturità del genere, portando l’horror, il fantastico, oltre la soglia di un’attenzione critica che si era man mano affievolita, dai tempi di 2001 Odissea…

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Gorilla e bambini: vi faccio un disegno.

Merita assolutamente diffusione…

non si sevizia un paperino

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Oggi è uno di quei giorni in cui mi tocca, mio malgrado, tenere uno dei miei corsi di sostegno ad uso e consumo delle persone più sfortunate.

Lo so, è brutto: l’atteggiamento arrogante, condito dal sussiego e dal vago senso di paternale superiorità che tendo ad assumere, mi fa sentire a disagio, un po’ come se fossi vegano, e non voglio pensare – se dà fastidio a me – a quanta noia può dare a voi.

Abbiate pazienza.

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Gli ispiratori del Settimino: Il Tocco della medusa, di Jack Gold

Visto che, dati alla mano, le riproposizioni dei post dedicati agli ispiratori del Settimino funzionano, aggiungiamo l’inquietante Il Tocco della Medusa, di Jack Gold. Qua le atmosfere del Settimino si empatizzano con forza:

Taccuino da altri mondi

Jack Gold è un regista inglese impegnato sopratutto in produzioni televisive a tema storico e letterario, generi nei quali gli inglesi hanno sempre eccelso ma negli anni ’70 ha diretto alcune produzioni per il grande schermo che si sono distinte per originalità e interesse. Nel 1973 dirige Who? L’uomo dai due volti, storia di spionaggio intrisa di paranoia e ambiguità, ruotante attorno all’inquietante figura di cyborg dall’identità misteriosa. Nel 1975 dirige L’Uomo Venerdì, Interessante rivisitazione di Robinson Crusoe, vista dalla parte dell’indigeno Venerdì e infine, nel 1978, ci regala il terrificante Il Tocco della Medusa.

Per la trama completa, vi rimando al riassunto riportato da Wikipedia, sul link soprastante e parliamo in dettaglio delle suggestioni di questo film.

Anche nel Tocco della Medusa (ITDM) abbiamo una vicenda cupa e inquietante che ruota attorno alla figura del tormentato scrittore John Morlar, un intenso Richard Burton, rinvenuto nella sua…

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