Biondin all’Inferno, di Alessandro Girola

Sinossi (dalla pagina Amazon del libro)

La banda di briganti del Biondin è in fuga.

I carabinieri del Regno d’Italia braccano i banditi da giorni, costringendoli a una fuga nelle desolate brughiere delle Baragge.
Dopo essere incappati in una banda di misteriosi predoni, comparsi dal nulla con uno strano seguito di animali impossibili e di macchinari bizzarri, i fuorilegge sopravvissuti allo scontro sono costretti alla fuga attraverso un portale dimensionale.

Ora il Biondin e i suoi uomini si trovano in un luogo che ricorda l’Inferno dantesco, braccati da automi omicidi, da gorilla volanti, da feroci centauri e da creature ancora più pericolose.
La loro unica salvezza è rappresentata da una guida d’eccezione, un novello Virgilio che pare disposto ad accompagnarli verso l’unica uscita dalla Valle del Flegetonte…

 

Seguito diretto del precedente Biondin e i mostri, Biondin all’Inferno si presenta come una cavalcata onirica ed estraniante attraverso lande ultraterrene. Con tocco d’ironia, l’autore definisce l’opera un”Extradimensional Weird West” inserendo nella denominazione tutti gli elementi presenti nel libro. C’è uno spirito leggero e picaresco nell’avventura di Biondin, brigante piemontese realmente esistito e preso a prestito da Girola per trasformarlo in una sorta di icona da nuova Dime Novel. Lo spirito western, quello della frontiera emerge con un filtro inedito, contaminato da visioni dantesche, fantasie barocche e bestiari medievali. Ritorna quel boschian horror che aveva caratterizzato con suggestioni inedite le storie di Mondo Delta (e non a caso).

La vicenda scorre via veloce, incalzante. Lo stile asciutto e diretto di Girola appare ancora più secco e immediato, forse fin troppo, sacrificando così, nel nome dell’azione, le potenzialità suggestive ed estetizzanti che questa sua nuova costruzione avrebbe richiesto. Una narrazione un pelo più barocca e ridondante, alla Farmer o alla Vance a mio personale parere sarebbe stata perfetta ma Girola è Girola. Questi sono i suoi mondi, questa la sua narrazione e noi, perennemente affamati e appassionati di fantastique, lo amiamo così com’è.

Da leggere per evadere e divertirsi, ricevendo tanto con poco. Consigliatissimo

 

“Clown”. L’inquietante horror prodotto da Eli Roth sta per arrivare, ed è già polemica

Fabri:

Dal Blog cinefilo La settima arte, giro il gustoso pezzo sull’ultimo progetto al quale ha partecipato Eli Roth. Conoscendo il personaggio e la sua abilità nel creare hype ad arte in concomitanza con le uscite che vedono comparire il suo nome, mi riserbo francamente il beneficio del dubbio anche se l’idea è stuzzicante, le premesse pesanti il giusto e poi perchè, infine, i clown hanno un loro maledetto perchè nell’horror. Ringrazio virtualmente e pubblicamente Fabio Buccolini per il post e buona lettura.

Originally posted on La settima arte:

Una delle figure più spaventose, nel panorama horror odierno, il 13 novembre tornerà in sala e la sua locandina è stata classificata troppo impressionabile per poter essere esposta nei cinema.

Versione originale

Versione originale

Versione censurata

Versione censurata

“Clown” è cominciato per uno stupido gioco. il regista John Watts e lo sceneggiatore Chris Ford, fantasticavano sull’idea di produrre uno dei film horror più spaventosi della storia e l’idea era quella di raccontare la storia di un uomo che piano piano si trasformava nel demone di un clown assassino. Così entusiasti di questa idea, nel 2010 caricano, nel loro canale youtube, un finto trailer di un film intitolato “The clown” dove sviluppavano l’idea del demone di un pagliaccio assassino. Il Fake trailer spacciava perfino Eli Roth come regista ma nulla di vero c’era alla base. In poco tempo questo video divenne un fenomeno di massa tanto da far incuriosire lo stesso Roth. Quest’ultimo dopo aver…

View original 360 altre parole

Tornano le MASCHE!

Piccolo post di servizio.

Con un tempismo degno dei lungimiranti, la mia casa editrice, Fratelli Frilli editori, in concomitanza con Halloween e Ognissanti, ha deciso di ristampare Masche, la prima indagine dell’agente speciale del DIP Stefano Drago. Piccolo romanzo imperfetto, al quale sono molto affezionato, Masche è un horror puro, una storia di creature soprannaturali, di magie e di territorio. Ho voluto far emergere un Piemonte cupo e invernale, agreste e inquietante sulla falsariga degli horror padani di Pupi Avati e segretamente dominato da un pantheon ideale, strutturato sulle numerose figure fantastiche del folklore della mia regione… Lovecraft docet.

Per chi preferisce il formato elettronico, segnalo qui la pagina Amazon dove è sempre possibile scaricarlo a un prezzo tutto sommato vantaggioso mentre per il cartaceo ci si può appoggiare alle principali catene librarie, da Mondadori a Feltrinelli a IBS.

Buon Halloween!

Aspettando Halloween: l’òm Sërvaj

Raffigurazione mediovale dell’uomo selvatico 

La figura dell’ Uomo Selvatico è frequente nel floklore di un po’ tutta Europa. In nord Italia lo ritroviamo praticamente in tutte le regioni dell’arco alpino. In Trentino è conosciuto come Salvanel; il Salvan dei ladini; il Salvadeg della Padana e in Piemonte l’òm Sërvaj. Personaggio arcaico e remoto, precursore di gnomi, folletti e Troll, licantropi e Babau vari. L’aneddotica che lo riguarda è altalenante e controversa come gli avvistamenti che lo interessano. Figura solitaria e sfuggente, non dissimile dallo Yeti tibetano o il Sasquatch degli indiani del nord America, l’òm Sërvaj passa da essere fondamentalmente pacifico, solitario, dotato di una gentilezza candida e animale a mostro pauroso, seguendo forse quell’ideale processo di demonizzazione che certo cattolicesimo aveva operato nei confronti delle vestigia pagane che pervicacemente sopravvivevano alla conversione. L’òm Sërvaj avrebbe la caratteristica di impazzire per i fazzoletti colorati, al punto di accettarli come forma di pagamento in cambio di lavori pesanti. Da quì si potrebbe evincere una curiosa traslitterazione da “uomo selvatico” a “uomo servente“.

Gli atteggiamenti da buon selvaggio, sembrano essere le tracce rimaste di un modo di vivere intimamente legato alla natura e all’ambiente duro e difficile degli alpeggi. L’òm Sërvaj se ben trattato è gentile, servizievole e disposto a elargire consigli su erbe medicinali e filtri per il latte appena munto. Se maltrattato diventa cattivo e vendicativo.

Rinato negli ultimi tempi, l’òm Sërvaj lo ritroviamo recuperato in diverse manifestazioni delle montagne piemontesi, sovente legate ai diversi carnevali storici. Da Condove a Champlas du Col di Sestriere a Lajetto; il vecchio peloso e sapiente ricalca i nostri boschi. Archetipo di una comunione con l’ambiente che non è mai abbastanza incoraggiata e che diventa anche lui simbolo di un diverso sentire, del quale Halloween, a suo modo ne è un altro simbolo.

 

My Little Moray eel

Conosco virtualmente Lucia Patrizi da anni. Il suo blog, Il giorno degli Zombi è uno dei miei riferimenti in fatto di recensioni dedicate al cinema di genere e di lei apprezzo tutto quel che so e che sento: del suo amore per il cinema, per le storie, per il suo carattere, per la sua forza. E’ un’ideale sorellina putativa, la dove il vezzeggiativo non vuole essere diminutivo ma pura semplice e sfacciata dimostrazione d’affetto. E non sono il solo a pensarla così. My little moray eel è il suo primo ebook autoprodotto, disponibile per la solita miseria che si osa chiedere per il lavoro svolto, proprio a questo link.

Era nato come blog novel, un formato narrativo tipico della rete che non riesce a elevarsi dalla semplice dimensione di raccontino a puntate che difficilmente strappa interesse. Ci ho provato anch’io, lo confesso e l’idea si è arenata nelle distese del web, in alcuni capitoli di una storia horror/steampunk incompiuta. Fortunatamente, la nostra Lucy ha avuto i giusti incoraggiamenti, ha ripreso i files della storia e ne ha fatto il prodotto in questione.

Fortunatamente.

Partiamo con la sinossi (direttamente dalla pagina Amazon dedicata)

La Fossa delle Marianne. Il luogo più buio e silenzioso della Terra. Un ambiente ostile. Ostile come le misteriose intelligenze che lo abitano. Fin da bambina, Sara può comunicare con gli esseri che popolano l’oceano. Può nuotare fra loro, immergersi senza paura. Ma adesso qualcosa sta emergendo da quelle profondità abissali, qualcosa in grado di minacciare la sopravvivenza dell’uomo. E Sara dovrà scegliere da che parte stare. E a quale mondo appartenere.

Diciamolo: sto recensendo un ebook autoprodotto di fantascienza, tratto da una blog novel, con mostri giganteschi che stritolano navi come barchette di carta. Il rischio che questo post passi per una marchetta, un piacere fatto all’amichetta di rete è altissimo. Tanto alto da metterlo serenamente in conto e fregarmene. Perchè a me My little Moray eel è piaciuto. Non è semplicemente quello che ho detto sopra: è una dichiarazione d’amore per il mare. E’ l’omaggio appassionato e senza freni dell’elemento base della vita, indi è un omaggio alla Vita. La scrittura di Lucia Patrizi è salda e profonda. Unisce introspettività e sfracellamenti con una naturalezza che soltanto lei poteva armonizzare in questa maniera. In tutta sincerità, ho letto opere prime scritte ben peggio e squisitamente più brutte di questo ebook che non è perfetto ma è bello. I flashback temporali non sono disorientanti come a volte capita; la relazione tra l’inevitabilmente autobiografica protagonista e la creatura del titolo riesce a emanare un pathos sincero e l’insieme di quanto detto fin’ora ci regala non un semplice romanzo scritto per divertimento o narcisismo ma una sorta di piccolo saggio personale sulla natura, sul mondo che ci ospita e di come l’uomo possa o non possa rapportarvisi, pena la propria estinzione. Lo fa con tatto inaspettato, con dolcezza tutta sua.

Consigliato.

Vino Rosso Sangue: un calendario

Vino_rosso_sangue_per_web[1]Un altro colpo dal mio personale taccuino. Un post squisitamente di servizio, giusto per fare il punto della situazione sul versante delle famigerate presentazioni. Strumento primo e privilegiato di promozione e interazione tra autore, sua opera e pubblico.Perciò, sebbene di cose da dire e discutere sul blog ce ne siano a valanghe, ecco a voi il primo, parziale calendario di presentazioni del mio ultimo pubblicato:

  • 26/09/2014 Pavia, libreria Feltrinelli, via XX settembre, 21 h.18 a questo link tutti i dettagli
  • 10/10/2014 Savona, libreria Feltrinelli, via Astengo,11Evento rinviato per avverse condizioni meteo.
  • 10/10/2014 Carasco (GE), Antica trattoria Pedùn (cena a prenotazione) Evento rinviato per avverse condizioni meteo.
  • 19/10/2014 San Damiano d’Asti, birreria Q120, via Govone,4
  • 26/10/2014 Santo Stefano Belbo,Cantina h.16 Ca du Sindic,località San Grato,15
  • 08/11/2014 Libri in Nizza, Foro Boario, Nizza Monferrato h.17:00
  • 09/11/2014 Partecipazione all’evento Capogiro d’acqua, Costigliole d’Asti, sala consigliare in via Roma h.17:00
  • 22/11/2014 Mesi del giallo tappa di Chiusano.
  • 22/11/2014 Casa del Popolo Santa Libera, via Angelo Brofferio,129, Asti h.18   Evento spostato a data da destinarsi

Odiatemi

Questo è un post amaro. Amaro e rabbioso ed è una copia. La copia precisa di una nota che ho scritto di getto su Facebook. Uno sfogo non solo di pancia che cerca di esprimere un malessere che sono sicuro non essere il solo a vivere e percepire.La nota è pubblica ma non mi basta, voglio che la sua diffusione copra la totalità dei miei strumenti di comunicazione sul web e per questo motivo, dedico anche questo post.
Non mi perderò in ulteriori riflessioni, lascerò il tutto alle mie parole, ribadendo e sottoscrivendo ogni singolo concetto ivi espresso.
Buonasera.

Odiatemi, perchè vi odio.
Vi odio se siete tra coloro che gioiscono per le stragi dei clandestini, perchè così ci saranno parassiti in meno da mantenere; se siete tra coloro che pensano che sia giusto e sacrosanto ributtare a mare le torme di disperati che il nostro stesso sistema ha contribuito a creare; se in un’umanità affamata, distrutta, stremata, impoverita vedete un nemico e non lo specchio di quello che stiamo diventando; se vivete nella cieca, rancorosa convinzione che l’accoglienza, la fratellanza, la solidarietà siano lussi, siano soldi, siano un buonismo imbecille. Odiatemi. Cancellatemi, escludetemi, eliminatemi dalle vostre cerchie, dalle vostre amicizie, dalle liste di followers, di conoscenti.
Ripudiatemi, insultatemi, disprezzatemi. Ogni schizzo di melma che mi lancerete sarà una medaglia della quale orgogliosamente fregiarmi.
Non voglio aver niente a che fare con Voi. Non mi interessano più le vostre spiegazioni, le vostre motivazioni, le vostre pance arrabbiate, rognose, cattive, che spengono il cervello, annullano la ragione, negano l’intelligenza. Il vostro patetico, cieco vittimismo, l’invidia assurda che vede privilegi nel minimo che deve essere assicurato a chi non ha nulla; nel vostro nazionalismo d’accatto. Odiatemi.
Perchè non vi ascolterò più, perchè sono stufo delle solite, ossessive frasi fatte, del lavoro che ci rubano quando sono detenuti illegalmente in centri di accoglienza che hanno poca differenza da una prigione; dell’assistenza sanitaria che il giuramento di Ippocrate che ogni medico deve sottoscrivere, impone e che voi vedete come una sottrazione di un diritto mentre invece è un obbligo morale e universale; dei costi, l’ossessione bruciante e ossessiva dei costi, voi che , anche se precari, anche se disoccupati, anche se poveri, consumate 1000 rispetto a 1 di un cittadino del terzo mondo. Costi e spese di Welfare, l’assistenza sociale che il turbolibersmo che alimenta fame, disperazione, integralismi e distruzione, fa pesare come una colpa, colpa che voi, come cani di Pavlov scaricate sugli ultimi degli ultimi. Che involontariamente buttate merda sull’altro e vi lamentate della puzza, votando magari quei partiti che del turbocapitalismo sono schiavi totali e quindi complici e quindi responsabili dello smantellamento di tutto quel che dovrebbe essere diritto di tutti.
Vi riempite la bocca di popolo italiano, di razze, di giustizia mentre ripudiate ogni umanità, svergognate il popolo italiano, alimentate il razzismo, infangate il concetto universale della giustizia.
Odiatemi. Eliminatemi. Non voglio avere più nulla a che fare con voi, con la vostra visione orrenda di un mondo che si sta concretizzando. Datemi tranquillamente del Comunista, che ne sono fiero e mettetevi l’animo in pace, che tanto quello strisciante neo-nazismo cammuffato che favorite e inneggiate, sta arrivando, sta vincendo.
Odiatemi, che mi fate pena: ignoranti pecore che spalleggiano il lupo che le divorerà e se siente ancora in grado di leggere e comprendere quel che leggete, ricordate questa poesia di Martin Niemöller:

Prima di tutto vennero a prendere gli zingari. E fui contento perché rubacchiavano. Poi vennero a prendere gli ebrei. E stetti zitto, perché mi stavano antipatici. Poi vennero a prendere gli omosessuali, e fui sollevato, perché mi erano fastidiosi. Poi vennero a prendere i comunisti, ed io non dissi niente, perché non ero comunista. Un giorno vennero a prendere me, e non c’era rimasto nessuno a protestare.

Addio.

Trappola a Porta Nuova, di Rocco Ballacchino

Compagno di scuderia, Rocco Ballacchino è un altro interessante esponente di quel neir che ho presuntuosamente auto nominato e nel quale, inserisco tranquillamente anche questo Trappola a Porta Nuova. Prima di proseguire, questa è la sinossi, tratta direttamente dal sito dell’editore:

Daniele Bagli, un impiegato dalla piatta quotidianità, vorrebbe vivere un “giorno perfetto” incontrando una misteriosa ragazza, conosciuta su Facebook, di cui non ha mai visto nemmeno una foto. Affascinato però dalle sue parole è rimasto impigliato in quella rete virtuale che sta per assumere le fattezze della realtà. La stazione di Porta Nuova dovrebbe ospitare il loro primo appuntamento ma Bambi, è quello il suo pseudonimo, non scenderà mai da quel treno in arrivo sul binario 13. Quando poi il protagonista scoprirà il tragico destino di quella donna inizierà a confrontarsi con i suoi assillanti sensi di colpa e con la sensazione, che si tramuterà poi in certezza, di essere vittima di una impietosa trappola che prevede la sua incriminazione per quel delitto. In una torrida Torino, emotivamente sconvolta da quell’evento, inizierà infatti una caccia all’uomo in cui Daniele, braccato dalle forze dell’ordine, si muoverà alla ricerca di una spiegazione, di una possibilità di salvezza ma, soprattutto, di un nemico verso cui indirizzare tutta la propria rabbia.

A fine romanzo, nella pagina dei ringraziamenti, l’autore cita tra gli altri, Feodor Dostoevskij e Alfred Hitchcock e in effetti, il romanzo, risente potentemente dei due maestri. L’aspetto saliente di Trappola a Porta Nuova (da ora in poi TaPN)è la sensazione di inesorabilità degli eventi che sembrano risucchiare il protagonista,Daniele Bagli, in un gorgo di disperazione; catapultandolo da un appuntamento sul quale si caricano innumerevoli aspettative, all’incubo angosciante di risultare colpevole di un efferato delitto. A questo primo livello della narrazione, ritroviamo un plot obiettivamente molto hitchcockiano tanto che nel capitolo in apertura, quando Daniele si reca a Porta Nuova, con un abito inadeguato e un tenero e impacciato mazzo di fiori per la bella misteriosa conosciuta su Facebook, mi era impossibile non figurarmi la scena attraverso un lungo piano sequenza, sullo stile di Nodo alla gola e nella mente questa musica immortale:
Curioso notare come anche in Nodo alla Gola, erano ravvisabili elementi introspettivi e ossessionanti che rimandavano a Delitto e Castigo.
L’odissea di Daniele Bagli è interamente vissuta dalla voce del protagonista che narra in prima persona, una scelta non scontata, che immerge il lettore in un coinvolgimento diretto e senza scorciatoie. Si vive la speranza, lo sgomento, l’angoscia senza filtri, direttamente sulla pelle di chi si racconta. Incredulità e paranoia si sviluppano senza posa. La trama si dipana in un crescendo che viene mitigato da uno stile estremamente corretto, pulito, limato, ai limiti di un manierismo che forse avrebbe avuto bisogno di qualche smussatura dal momento che era tutto raccontato in prima persona.
Come ci si aspetta, la progressione dell’indagine personale e l’incalzare degli eventi, accelerano e si moltiplicano man mano che ci si avvicina alla conclusione. L’unica forzatura che vi ho ravvisato ma che non inficia minimamente il piacere e la passione della lettura di TaPN è la complicità di un commissario che sembra sbucare dalla vicenda con un’urgenza artificiosa ma che è in fondo funzionale allo sviluppo degli eventi.
Il senso di oppressione che si respira per tutto il romanzo è veramente soffocante, la sagoma incombente del Fabbricato Viaggiatori, con la sua struttura fine ottoecentesca uno sfondo potente e caratterizzante che proietta un’ombra funerea su tutti i protagonisti e rende sicuramente Ballacchino una penna da tenere d’occhio nel panorama della Tori(noir) che sta sorgendo. Un neir assolutamente consigliato.

Vino rosso sangue, il mio primo neir

Vino_rosso_sangue_per_web[1]
E’ ufficiale, il quinto romanzo della mia produzione, il terzo pubblicato con la fratelli Frilli editori, il primo che non contiene elementi soprannaturali e che vede l’esordio di un nuovo personaggio, l’investigatore privato Giorgio Martinengo.
Avevo già accennato in questo post i motivi che hanno portato alla nascita di Giorgio Martinengo ma qualche ulteriore approfondimento per celebrare la nuova pubblicazione lo ritengo doveroso.
Stefano Drago, l’ombroso e flemmatico agente speciale del DIP è stato trasferito. Le sue storie, commistionate di folklore piemontese, horror e indagine di stampo poliziesco, si sono rivelate troppo weird, troppo distanti dal target medio: il lettore di gialli e noir all’italiana. L’editore, che comunque aveva creduto in Drago per due libri di seguito, ha dovuto tenere conto della sua clientela e dopo uno scambio di vedute, si è serenamente deciso di destinare Drago presso un’editrice meno legata a un’utenza di stampo tradizionale e di mantenere il sodalizio grazie alla figura di Giorgio Martinengo.
Monsü Martinengo, in comune con Drago ha le origini, piemontesi; la fascia d’età, è un quarantenne giovanile e single; un’istruzione universitaria e una brama di conoscenza che rode entrambi. Caratterialmente però, Martinengo è molto più libero e libertino. Non disdegna le avventure galanti, coltiva con raffinata goliardia uno spirito bohemienne che lo rende sensibilmente più indulgente verso se stesso rispetto al collega del DIP. Per alcuni versi è più paraculo. Proviene da una famiglia benestante che produce vini pregiati da tre generazioni. Attività che Giorgio avrebbe proseguito anche con una certa passione se non fosse stato per un brusco scontro  col padre. Il risultato era stato l’abbandono dell’attività di famiglia da parte del nostro e un conseguente vagabondaggio da un lavoro all’altro, un accumulo bulimico di esperienze e studi. L’inizio dell’università nella facoltà di chimica a Torino, improvvisamente interrotta per iscriversi a lettere e filosofia. Una serie di trasferte all’estero, una parentesi nella Polizia di Stato, in forza alla seconda Divisione dello SCO salvo poi abbandonare la divisa e lavorare come investigatore privato per un’agenzia di Torino. Infine, la scelta dell’autonomia e l’apertura della Martinengo Indagini.
Si muove principalmente tra le provincie di Asti e Cuneo, tra le terre recentemente finite sotto l’egida dell’UNESCO. Abita in una cascina, sulla cima del bricco Cornajàss, presso Castagnole delle Lanze e la sua prima indagine si snoda nel complesso mondo dei vini. Un campo appropriato sia alla sua indole che al territorio.
Questa, la scheda ufficiale del romanzo:

Giorgio Martinengo è un investigatore privato. Vive in collina, vicino a Castagnole delle
Lanze, tra Langhe e Monferrato. Una sera incontra, per lavoro, Elena Rondissone la
figlia di Giuseppe Rondissone, titolare di una facoltosa azienda vinicola. L’uomo è
scomparso senza lasciare tracce apparenti da diverso tempo e quasi
contemporaneamente alla sua sparizione, dall’esposizione del Consorzio del quale la
sua azienda faceva parte, è stata trafugata una pregevole bottiglia di Barbera
superiore. La donna incarica Martinengo di ritrovare la preziosa bottiglia. Il caso
assume presto toni drammatici quando, durante un sopralluogo presso il Consorzio, un
tecnico che sta rilevando le impronte digitali, urta un’altra bottiglia dell’esposizione,
rompendola. Da quel momento, inizia la prima, complessa, indagine di Giorgio
Martinengo, investigatore dalla cultura sterminata, un formidabile bagaglio di
esperienze in tutti i campi e un amore spirituale verso i vini della sua terra. Tra le
nuove frontiere del vino, la globalizzazione, rischi di sofisticazioni e intrecci
internazionali, l’investigatore, dovrà misurarsi con un assassino che usa i vini
piemontesi come simboli di una sua oscura vendetta.

La storia è un giallo con elementi noir, anzi, neir*. Questa volta, è bene ribadirlo, non ci sono fenomeni inspiegabili, mostri o entità soprannaturali. C’è l’uomo, la sua brama, la sua follia e l’essenza del neir piemontese, con in più, un elemento macabro che scorre per tutta la vicenda e al quale non ho potuto, no, non ho potuto proprio fare a meno.
Romanzo meno citazionista di altri ma che tenta di affondare le sue radici in quella scuola europea che ci ha donato il Maigret di Simenon, le formidabili evocazioni di Scerbanenco e la secchezza di racconto tipica di Fenoglio.
Che aggiungere se non buona lettura a tutti coloro che vorranno dare una chance a Giorgio e allo scribacchino che gli ha dato vita?

*neir significa semplicemente “nero” in piemontese.

Biondin e i mostri, di Alessandro Girola

Sinossi (dalla pagina Amazon dell’ebook)

Italia Settentrionale
Giugno 1904

La banda di briganti di Francesco Demichelis, detto il Biondin, è braccata dai Carabinieri. Dopo la feroce sparatoria nel novarese, che ha eliminato diversi fuorilegge, i superstiti intendono darsi alla macchia nella brughiera delle Baragge, lontani dalle città.
Ma laggiù c’è qualcosa che li attende.
I recenti acquazzoni hanno portato con sé delle strane forme di vita. Piante e animali che nessuno ha mai visto prima.

Ma c’è dell’altro.
Un’inquietante formazione di cacciatori sta battendo le sperdute cascine delle Baragge, in cerca di prede. Questi stranieri indossano insolite armature e cavalcano destrieri dalla testa di corvo.
I loro bersagli sono gli esseri umani che vivono nel territorio, ignari del pericolo.

I briganti del Biondin si trovano a incrociare la strada dei forestieri venuti dalla tempesta.
Lo scontro sarà inevitabile, così come il coinvolgimento della banda nei misteri che animano la brughiera.
– – -
Il blog dell’autore: http://alessandrogirola.me/

Ritorna il prolifico Alessandro Girola. Autore indipendente dedito al fantastique tuout court questa volta ci regala un gustoso racconto variamente contaminato. Richiami e influenze sono sempre ben sfumate nella narrazione e ritroviamo con questo Biondin e i mostri una miscela affascinante e accattivante di Fantascienza, orrore e weird western anche se, vista l’ambientazione da cui prende piede l’avventura, il Piemonte settentrionale della Baraggia vercellese, sarebbe forse più corretto definirlo “northern”

Per chi non avesse ben presente il territorio di stiamo parlando…

Devo dire, in un guizzo di campanilismo, che sono stato contento di vedere il buon Alex aggirarsi per lande a me famigliari. La Baraggia è un territorio affascinante e ricco di suggestioni che ben si presta a una narrazione weird. Aggirarsi per le risaie quando sono completamente allagate è un’esperienza che proietta in una dimensione aliena e suggestiva, un luogo dove i punti di riferimento tendono a sfumare via, dove la linea dell’orizzonte si confonde nello specchiarsi del cielo sulla terra e dove le nebbie invernali sono dense e avvolgenti come in pochi altri posti al mondo.
Un luogo che sembra plasmarsi sotto le forze della natura, quindi e un personaggio, il Biondin, brigante piemontese realmente esistito e figura inevitabilmente plasmabile per una storia che vede fuorilegge indomiti e avventurosi perdersi tra le baraggie e la Bessa e varcare soglie inaspettate. Il mix di avventura, luoghi estranianti e crudi combattimenti, rimanda con la mente agli agili racconti che si pubblicavano negli anni d’oro proprio su riviste come Weird Tales

Una copertina della rivista particolarmente vicina alle atmosfere giroliane

C’è azione e fantasia a briglia sciolta, un pizzico del Jodorowsky di El Topo (qui una interessante recensione a riguardo.) nell’irrealtà dell’impianto e una sottile, continua e disturbante sensazione di “sbagliato” che mi ha fatto pensare al Roger Zelazny di Terra di Mutazioni.
E’ il tipo di storia che oggi come oggi è virtualmente impossibile trovare in libreria, a meno che l’autore non sia rigorosamente straniero e sdoganato da pubblico e critica ufficiale. Ringraziamo quindi ancora una volta il coraggio e l’indipendenza di autori come Girola, che aggirano il pantano nazionale e ci regalano divertimento e buona narrativa fantastica. Nonostante tutto. Nonostante Loro.
Spendente un euro e quarantasei centesimi per questo spassoso racconto e lo trovate facilmente su Amazon.
Vivamente consigliato.

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