Gli anni del tuono, di Davide Mana

La fantascienza letteraria, negli ultimi decenni sta attraversando un periodo di crisi che sicuramente non si è risolto ma che per alcuni versi si sta preoccupando di riconfigurare il genere attraverso vie inaspettate. Una delle mutazioni più particolari è sicuramente il fiorire di sottogeneri caratteristici, contraddistinti dal suffisso finale “punk“. Il Cyberpunk ne era stato il primo potente vagito, esploso in tempi in cui la crisi della SF era semplicemente all’orizzonte, vaga e indistinguibile. Poi arrivò lo Steampunk, con le sue suggestioni proto industriali vittoriane e da lì, i rivoli di un coacervo di specifiche dettate sopratutto da potenti suggestioni estetiche, costruite da una sorta di ipertesto che andava dai fumetti al cinema, dalle illustrazioni alla musica fino addirittura a delle vere e proprie scuole di fashion, originate dalla galassia variegata di entusiasti cosplayer.
Se da un lato, la costruzione di determinate suggestioni porta un fascino indiscutibile e seduttivo, l’altra facciata della medaglia è un calo della resa qualitativa e di contenuti, laddove l’ossessione di indirizzare ed evocare con misura iperbolica le sopra citate suggestioni, finiva col sacrificare la sostanza.
Gli anni del tuono, di Davide Mana, nello specifico, è il primo racconto inscrivibile nel sottogenere del Clockpunk, dove, come recita Wikipedia:

è un termine coniato in un supplemento del gioco di ruolo GURPS e si riferisce a un sottogenere del fantasy ambientato in un mondo rinascimentale dove le invenzioni di Leonardo da Vinci sono state non solo costruite e usate, ma anche migliorate. Sono presenti anche elementi magici.

Come è prassi nel mutageno mondo della narrativa fantastica toutcourt i generi nascono per meticciarsi, compenetrarsi, influenzarsi e trasformarsi. Ne Gli anni del tuono non c’è magia ma scienza speculativa, non ci sono incantesimi ma tecnologia, non si trovano epigoni della Terra di Mezzo ma una ucronica Europa tra Medioevo e tardo Rinascimento. Come recita la sinossi tratta dalla pagina Amazon dell’ebook:

“Dio ha creato gli uomini, Federico li ha resi uguali.”

Gli Anni del Tuono

il racconto che risponde alla domanda, ‘Cosa sarebbe successo se Federico II di Svevia avesse inventato il Gundam?’

Gli obiettivi che presumo prefissati da Mana in questo breve, avvolgente racconto, sembrano tutti centrati. Scritto con la consueta maestria che contraddistingue questo autore ma con in più una ricchezza e un’eleganza di stile inedite, funzionali allo spirito e all’ambientazione, Gli Anni del Tuono sfrutta una struttura episodica, dove le vicende personali dei personaggi-cardine della vicenda, permettono una visione alternata da punti di vista che interessano sia lo sviluppo della storia su scala globale che particolare. Abbiamo cavalieri e mercenari, indomite e coraggiose pulzelle avviate all’arte delle armi, mercenari, Il Conte Verde e un signore dalla canuta e fluente barba che avrebbe inventato cose mirabolanti… C’è un equilibrio, abile e delicato tra l’evocazione di atmosfere note e ricercate dagli appassionati e uno sguardo più alto e ambizioso. Le strizzate d’occhio all’opera di Tomino si colgono ma senza furbizia peregrina, le citazioni storiche sono dotte e competenti. Il senso di fragile e macchinosa difficoltà nella gestione delle armature fa giungere alle narici l’odore di grasso rancido, olio lubrificante e fuleggine. E’ una storia potente e ben scritta che oltre alle già sopracitate influenze mi ha riportato alla mente certi racconti di Farmer, perchè Mana ama e conosce la fantascienza molto bene e il suo innamorato omaggio, traspare continuamente, in ogni cosa che scrive.
Caldamente consigliato a chi si vuole riconciliare col genere, ve lo tirate giù a un euro e cinquanta da Amazon
Buona lettura.

Libera me di Marco Siena


Sinossi (dalla pagina Amazon dell’ebook)
Ripartire da zero, viaggiare senza meta con un camper, libero da impegni, dalla routine. Giorgio si mette in viaggio, dopo aver venduto la casa che per lui era stata una prigione.
La sua prima tappa è casuale: un paesino nelle campagne del mantovano. Una comunità chiusa con la sua sagra paesana racchiude qualche segreto, e Giorgio lo scoprirà suo malgrado.

Ne l’Ombra dello Scorpione, di Stephen King, parlando di uno dei numerosi protagonisti del romanzo, utilizzava una metafora come sempre calzante e molto ancorata al vivere quotidiano. Diceva più o meno “…C’era qualcosa in lui di contrastante, sgradevole, quel che si prova mordendo nella stagnola.”
Libera me di Marco Siena mi ha riportato alla mente questa frase. Definiamolo subito: fondamentalmente è un horror padano. L’atmosfera che si respira, rimanda ad alcuni shocker rurali che l’horror statunitense regalava negli anni d’oro, a cavallo tra gli anni ’70 e’80 del secolo passato.
Parte con il protagonista che applica una svolta drastica al suo stile di vita, Giorgio, un uomo stanco e stufo della vita ordinaria e della routine alienante che inevitabilmente si porta a patire quando si è spiriti liberi e creativi. La prima parte della novelette quindi, presenta uno spunto che sembra abbondare nella letteratura italiana. Il desiderio di fuga, di evasione, di alternativa a una vita costretta da regole, obblighi e costrizioni. Una visione alla Salvadores ma senza gli Abatantuono e Cederna di turno. Giorgio emerge con pochi gesti come una persona sfaccettata sia nei caratteri positivi che in quelli negativi.
Il climax della storia decolla gradatamente, supportato da uno stile pulito, apparentemente lineare, fino al finale. Disorientante fino all’ultima parola. Se da un lato, il clichè della comunità chiusa, isolata e in odore di degenerazione è già stato ampiamente sfruttato (e il sottoscritto ne sa qualcosa), lo sfumare di temi forti, inseriti con una naturalezza sconvolgente, quali cannibalismo e un Deus ex machina che risolve forse l’arcano ma di certo non rassicura, rendono il lavoro dell’autore emiliano, inedito, interessante e marcatamente degno di nota.
Lo fate vostro per una stupidata. Fate un salto su Amazon e le sagre di paese le guarderete con occhi diversi.

Eroi dei due mondi, di Davide Mana

Sinossi (dalla pagina Amazon dell’ebook)
Marte, seconda metà del diciannovesimo secolo.
Le Grandi Potenze stanno colonizzando il Pianeta Rosso, sotto lo sguardo indifferente della decadente civiltà indigena.
Ma non tutti sono arrivati su Marte da conquistatori, con navi interplanetarie e progetti espansionistici.
Gli italiani sono arrivati alla spicciolata, con le loro cose in valigie di cartone, in fuga da una nazione tradita.
Per loro, Marte è una nuova opportunità.
Per molti, l’ultima.
Un mondo antico, un mondo di frontiera.
Un mondo in cui uomini e donne senza nulla da perdere, e capaci di improvvisare, possono fare una grande differenza.

Eroi dei Due Mondi raccoglie in un volume unico i sei racconti che compongono la Serie Marziana, insieme con abbondante materiale aggiuntivo ed una postilla dell’autore.

Davide Mana con il sottoscritto condivide alcune caratteristiche salienti: è piemontese, adora la letteratura di genere e ama morbosamente scrivere. Davide Mana, in più, scrive maledettamente Bene.
Se Mana fosse vissuto negli anni ’20 del secolo scorso in USA, oggi probabilmente leggeremmo il suo nome a fianco di quelli di Howard, Lovecraft, Derleth e Burroghs ed è proprio al Barsoon di John Carter di Marte, che Mana pensava durante la stesura di questa raccolta. Il Marte assurdo e romantico dei marziani rossi e di quelli verdi, delle incredibili creature decapode e con affascinanti ed esoticamente appetitose principesse dalle curve mozzafiato. Ma non solo. C’è il pulp, l’avventura esotica di stampo salgariano (dove l’omaggio è simpaticamente sfacciato)lo steampunk che strizza l’occhio alla commistione di personaggi storici e leggendari in un pastiche che amalgama con compiaciuta maestria storia ucronica, risorgimento e avventura.
C’è sense of wonder in Eroi dei due mondi, la voglia di sognare e schiacciare a tavoletta l’acceleratore della fantasia e dell’evasione. La nostalgia idealizzata di un epoca che per motivi anagrafici e culturali non abbiamo potuto vivere in prima persona e che si rievoca con un manto di leggenda, immaginando cosa poteva provare un ragazzo sfogliando le pagine di Wonder Stories.
Mi ha ricordato, come operazione, riuscitissima, un vecchio racconto di Frederik Pohl, Under twoo moon,pubblicato nel 1965 sulla rivista IF una storia citazionista e divertente, dove nel Marte di Burroghs s’innestava una rutilante spy story alla Fleming, all’epoca, nel pieno della sua fortunata produzione.
Mana possiede uno stile incalzante, gradevole e una tecnica narrativa affinata da studio e amore. Una lettura agile, un mood piacevolissimo, che trascina le pagine una dietro l’altra senza che ce ne si renda conto.
Comprate Eroi dei due mondi,risvegliate una volta il ragazzino sognatore e avventuroso che avete dentro, fa bene a spirito e mente; lo trovate su Amazon al prezzo di un paio di caffè e ne vale decisamente la pena.

IMPERIAL di Alessandro Girola


Sinossi (direttamente dal Blog dell’autore)Jacopo è uno dei tanti automobilisti che ogni giorno percorrono le strade italiane, per recarsi a un lavoro noioso e insoddisfacente. Le sue sono giornate indistinguibili, monotone, idealmente collegate da anonime lingue d’asfalto, dal paesaggio è piatto e immutabile.
Ma una notte accade qualcosa di diverso.
Jacopo incrocia una strana berlina gialla il cui abitacolo è pervaso da un inquietante vapore rosso, che avvolge anche il misterioso guidatore.
L’auto accosta accanto al falò dove si riscalda una prostituta. Dai finestrini della berlina si estroflette qualcosa che in natura non può esistere, e per la povera ragazza non c’è più nulla da fare: viene catturata e inghiottita dalla macchina gialla.
Per Jacopo, unico testimone dell’accaduto, è l’inizio dell’incubo.
Tra antichi miti, moderne leggende metropolitane e rituali occulti che s’intrecciano con la cronaca nera, Imperial offre un viaggio di sola andata nell’ignoto.

Di Alessandro Girola ho già scritto più volte su questo mio personale e discontinuo Taccuino. Blogger, autore convintamente auto prodotto e virtualmente, amico. Non ho mai nascosto di apprezzare la sua produzione e di sottolinearne l’evoluzione costante, libro dopo libro. Lui, assieme a diversi altri autori indipendenti che han fatto della rete il terreno privilegiato, attraverso il quale promuovere e diffondere la loro attività letteraria, è capofila di un piccolo ma saldo baluardo tutto italiano, in difesa della letteratura fantastica. Storie horror, di fantascienza, steampunk, dieselpunk, supereoistiche, ritrovano libertà e nuova, faticosa vita grazie ai formati elettronici e a una fiera e inevitabile indipendenza rispetto al problematico panorama nazionale. Provo una sconfinata simpatia e solidarietà, verso questi progetti e non sarà impossibile che il futuro mi vedrà aderire in toto a questo tipo di iniziative, affiancando delle pubblicazioni autoprodotte alla mia attuale attività di piccolo autore nel mondo editoriale “convenzionale”
Uso sempre una certa prudenza nel fare accostamenti, quando recensisco un libro ma questa volta, con una certa serenità, mi sento di affermare che, con Imperial, Girola realizza il suo lavoro più kinghiano. Non solo per lo spunto di partenza, dove l’omaggio a Christine la macchina infernale è palese e dichiarato. Con il suo consueto stile essenziale e curato, il clichè dell’automobile maledetta, vero esempio di contaminazione tra stereotipi dell’horror tradizionale e uno dei semboli più conclamati della modernità, diventa un espediente per raccontarci una quotidianità conosciuta dalla maggiorparte di noi lavoratori. La routine della trasferta casa-luogo di lavoro-casa si trasforma in un incubo ripetibile infinite volte. La spada di damocle di una costrizione morale a proseguire il viaggio perchè contrappasso obbligato per la sopravvivenza assume una valenza iniziatica che secondo il sottoscritto, arricchisce il testo di sotto testi più profondi e inquietanti di quel che una prima, fugace lettura può donare. Jacopo il protagonista è un giovane uomo qualunque, quello, che in letteratura anglosassone sarebbe definito come classico esponente della middle class ma con in più, quel senso costante d’incertezza, tutto italiano, che lo permea, creando più di una semplice empatia specie nei trentenni di oggi. Come sempre, richiami e rimandi sono disseminati con sapienza e mai spiattellati senza pudore. Il background dell’autore emerge costantemente, variegato e ricco e ogni tassello della storia s’innesta senza forzature. Basta vedere con quale naturalezza, da una berlina di produzione statunitense si va a finire al mito della Caccia Infernale. Infine, tutta la vicenda parte in una direzione e svolta man mano tutta da un’altra, in uno sviluppo sempre interessante e mai totalmente scontato.
Si trova su Amazon a un prezzo ridicolo e la lettura è ovviamente, fortemente consigliata.

Batto un colpo… forse due

FabriRoadDopo due mesi di assenza dal Taccuino, mi sembra che i tempi siano maturi per battere un colpo e dire alla blogosfera che sono ancora vivo e in piena, anzi pienissima attività. La verità è che gli ultimi mesi sono stati concitati e tumultuosi e proprio la relativa assenza dal blog è in realtà un sintomo di tale attività. Quindi, il post sulla ripresa del blogging è da una parte una rassicurazione e dall’altra un pretesto per raccontare un po’ le novità all’orizzonte.
Quella più sensibile è che proprio stamattiva ho finito di rileggere e revisionare il pdf con la bozza d’anteprima del mio nuovo romanzo. Salvo variazioni dell’ultimo minuto, s’intitolerà VINO ROSSO SANGUE e, seconda novità rilevante, non vedrà l’agente speciale del DIP Stefano Drago come protagonista. Vino rosso sangue è il primo romanzo privo di elementi soprannaturali che ho scritto. E’ un thriller dalle ampie sfumature noir e alcuni elementi macabri ai quali no, proprio non ho potuto e voluto rinunciare. Il romanzo è il primo di una serie che vedrà come protagonista un personaggio nuovo di zecca, l’investigatore privato Giorgio Martinengo, un quarantenne dalle tendenze bohemienne, appassionato cultore di vini, uomo dotato di una cultura generale al di fuori della norma, eccentrico, genialoide, fastidiosamente intelligente.Nel tratteggiare il personaggio, ho tenuto presente certi atteggiamenti alla Doctor Who e un paio di amici realmente esistenti.
Giorgio Martinengo è nato praticamente su richiesta. L’editore voleva che provassi a dargli un romanzo che per una volta non fosse intriso di paranormale e scrivessi qualcosa di più “convenzionale” per il target principale dei suoi lettori. Una scelta delicata.
Qualcuno potrebbe anche opporre la critica che da bravo scribacchino, mi piego a certe regole di mercato, snaturando la mia “arte” e la coerenza di quanto scrivo. Inevitabile subire critiche davanti a scelte del genere ma la mia idea è che se voglio applicare un minimo di professionismo nella mia attività, devo usare anche una certa elasticità nella scrittura. Un professionista deve sapersi anche adattare alle esigenze del mondo che lo circonda, altrimenti è inutile fregiarsi di tale titolo. Una certa umiltà m’impone di non considerarmi “professionista” della scrittura ma questo non deve impedire che nonostante tutto, tenti di applicare della professionalità all’attività che cerco faticosamente di portare avanti. Questo naturalmente non significa che abbandono Drago. Anzi. Giorgio Martinengo è nato proprio per mantenere in vita Stefano Drago e scongiurare la sua trasformazione da agente speciale del DIP a commissario Sticazzi qualunque.
E Drago quindi?

Drago in Stand-by

Drago in Stand-by


Drago ha scelto coerentemente di trasferirsi. Le sue storie proseguiranno cercando di mantenere integre vocazione e filosofia di fondo. Il Settimino è in stand-by, in valutazione nell’attesa di poter uscire senza rinunciare al suo imprescindibile alone soprannaturale, con l’auspicio di essere ancora più libero. Come dicono gli anglosassoni. Coming soon.

Neir: Gli orrori della Valle Belbo, il Piemonte oscuro e gli amici colleghi

In una fase storica dell’editoria ( e della narrativa di genere) dove la definizione e la codificazione dei vari generi letterari è quantomai ondivaga, mi sono ritrovato a leggere una novella dell’amico, collega di penna e conterraneo Davide Mana. Si intitola Chi ha nella mani ha vinto ed è un piccolo gioiello. In poco più di venti pagine, Mana ci regala nell’ordine: una saga famigliare, uno spaccato di Piemonte dall’inizio del secolo scorso fino ai giorni nostri, una feroce analisi della società contadina(e non solo) piemontese e un dramma famigliare con sulfureo binomio vittima/carnefice tra sorelle, in una sorta di ” Che fine ha fatto baby Jane” intinto nella bagna Caouda. E’ una brutta storia, come ci annuncia l’autore, una storia nera come la pece, oscura come gli inverni delle valli del basso Piemonte, cruda, spietata. Nostra. Perchè al di la’ della finzione narrativa, la cosa veramente inquietante è che, chi come noi vive in queste lande, racconti simili, faide, storie di ordinaria crudeltà; consumate tra i bricchi e le vigne della costellazione di paesi nei quali, si è sviluppata la cultura popolare di certo Piemonte; suonano famigliari. Si sono sentiti. Sentiti dai vecchi, dai nonni, dai genitori.
Spesso ho parlato e continuo a parlare di chi sono e come sono i piemontesi, la mia gente e non dico tutto questo per livore o per quel gusto un po’ masochistico di sparare metaforicamente alle proprie radici ma perchè è più un onesto e sano guardarsi nell’intimo; al netto di difetti, meschinità e valori. Davide Mana, fa lo stesso con quella concisione ed essenzialità che solo un autore con un solido background, ritengo in grado di fare.
Stendhal, nei suoi Viaggi in Italia, diceva di aver visto nei piemontesi, uno dei popoli più cattivi d’Europa.
Anche per questo motivo, leggendo il racconto è scattata quell’intesa, quella comprensione profonda che ci accomuna in questi casi. La storia racconta orrori e questa volta non c’è nulla di soprannaturale. E’un vero noir, anzi, un Neir, nero in piemontese.
Provate, leggetelo anche e soprattutto se non siete piemontesi, può forse aiutare a capire un legame così viscerale di un popolo con la sua terra.In esso c’è qualcosa di Verga quando aveva scritto La Roba. Comunque sia, una gran lettura.
Qui, il doveroso link per l’acquisto su Amazon e per concludere simpaticamente in tema, musica:

Scrittura: I 13 punti


Meme irresistibile, quello creato e lanciato dall’amico e collega Alessandro Girola. Vizi, lazzi, fisse e manie di quando ci cimentiamo nella nobile e amatissima arte del raccontare le nostre storie. C’è chi, in gergo, chiama questi discorsi “scaccia fighe” ma quando tra appassionati e professionisti di un qualsiasi campo, s’inizia a parlare e raccontare e confrontare modi, mezzi, attrezzature varie, scatta una sorta di solidarietà e le parole sgorgano infinite. Mai provato a stare assieme ad appassionati di armi, oppure di informatica? Stessa cosa per noi scribacchini, contastorie, artisti della parola e quant’altro. Stimolato dalla staffetta proseguita da Marco e Davide, decido  di aggiungere il mio post a riguardo, così, per il gusto del tutto partecipativo di “dire la mia”

  1. Non ho orari precisi per la scrittura, questi sono dettati esclusivamente dalle cadenze imposte dalla quotidianità di lavoro e famiglia. Devo però segnalare il tardo pomeriggio e la sera come momenti privilegiati. Quando il romanzo è in conclusione e i tempi di consegna concordati con l’editore stringono, allora anche la notte fonda diventa un prezioso contenitore di tempo da sfruttare.
  2. Da quando mi sono trasferito sui bricchi, posso dire di avere un luogo deputato e privilegiato: il mio studio. L’ho ricavato chiudendo un porticato e trasferendo tutti i volumi in mio possesso, computer fisso, stampante e faldoni di documentazione varia. E’ un ambiente che non mi stufo mai di elogiare e orgogliosamente mostro a ogni minima occasione. E’ la mia Fortezza della Solitudine, ormai irrinunciabile ma quando l’esigenza stringe, qualsiasi altro luogo e frangente disponibile sono utili per proseguire le mie storie.
  3. Quando scrivo, ho sempre a fianco una mug, ovvero una tazzona di te, del quale sono un assiduo bevitore. Ultimamente ho scoperto anche il te rosso sudafricano, il rooibos, molto gustoso ma privo di teina e caffeina e quindi poco adatto per le sessioni notturne.
  4. Devo scrivere in assoluto silenzio, anche se mentalmente ho sempre una colonna sonora della storia. L’unico rumore che non mi disturba e anzi, favorisce la concentrazione e il ritmo di scrittura, è quello classico della macchina da scrivere. A tal proposito, ho trovato un programmino chiamato 15Typerite che lo riproduce egregiamente ogni volta che digito sulla tastiera. Bellissimo.
  5. Ho il feticcio delle Moleskine. Non sto mai senza e le riempio di appunti, pensieri, incipit, frasi e descrizioni. Come chissà quanti altri, tra l’altro.
  6. Scrivo utilizzando principalmente Word2007  ma all’occorrenza mi capita anche di utilizzare un vecchio portatile che ho salvato installandogli sopra Xubuntu e su quello uso il classico abiword
  7. Di solito ho sempre due/tre romanzi incominciati ma quando la “traccia è calda” mi concentro totalmente su uno solo. A volte mi capita di far convergere due storie e da esse costruire un singolo romanzo. La maggior parte delle mie storie nasce così per sedimentazione.
  8. Tendo a vestirmi in maniera molto informale e libera (leggi: male) tute da ginnastica, jeans lisi e sdruciti, felpe o camice vecchie
  9. Non scaccio nessuno dal mio studio ma in quel caso, non posso continuare a scrivere. la solitudine è fondamentale.
  10. Sono meteopatico, alla mia maniera. Odio il caldo e amo il freddo, la pioggia mi fa stare a mio agio, la neve mi fa sognare, il vento mi rende ilare ed euforico. Per questi motivi, la stagione estiva è quella che influisce nella maniera più negativa sulla mia produzione
  11. Come si sarà capito, il dono della concisione non mi appartiene del tutto. Scrivo quasi esclusivamente romanzi, altalenando tra le 20.000 parole del più breve alle circa 100.000 del più lungo. Mediamente, gli ultimi scritti altalenano tra le 50.000 e le 70.000
  12. Mi piace citare: altri libri, film,brani musicali ma mai direttamente. Cerco sempre d’inserire le citazioni in maniera indiretta e a tratti occulta: un gioco nel gioco
  13. Quasi tutte le mie storie, rientrano in un universo narrativo personale e piccoli, sparsi riferimenti per intrecciare tra loro i libri, ci sono sempre.

 

Ghites (Imago Mortis), di Samuel Marolla

Sinossi(dal sito Il Posto Nero): Milano, 2013. Augusto Ghites è un medium con un incredibile potere: entra in contatto con gli spiriti dei defunti solo sniffando o fumando le loro ceneri, come se si trattasse di una droga qualsiasi. Questa terribile dote, a metà fra la maledizione e la tossicodipendenza, fa di lui un uomo solitario, malinconico, ostaggio del proprio vizio segreto, e circondato solo da gente morta. Quando un’anziana ex prostituta gli chiede di aiutarla a scoprire l’assassino che nel 1953 uccise diverse sue colleghe, inizia per Ghites la discesa in un girone infernale di cimiteri, ex case chiuse, battone ottuagenarie, circhi malfamati, periferie invase da scorie chimiche e balordi di ogni risma, sullo sfondo di una Milano pre-Expo schizofrenica, spietata, preda degli istinti più bassi e del motto segreto che regola la vita dei suoi cittadini: homo sine pecunia est imago mortis, l’uomo senza denaro è l’immagine della morte.

Samuel Marolla è un nome che si sta inesorabilmente facendo strada nel difficile campo della narrativa horror nostrana. E giustamente. Questo suo ultimo lavoro è un’autoproduzione di lusso la cui lettura non fa assolutamente rimpiangere il nome di un qualche blasonato editore alle spalle. Ghites Imago Mortis è una storia che cita in maniera elegante e mai diretta un ideale pantheon letterario che spazia da Hammett a King, da Barker a Herbert, perchè Augusto Ghites è un personaggio profondamente noir e lo è in maniera quasi epistemiologica. Una rarità in tempi nei quali ci si riempe la bocca (e le copertine) di termini dei quali alla fin fine non se ne conoscono le esatte definizioni. Il noir tradizionale risponde ad alcuni canoni ben definiti:  uno spirito cosmicamente pessimista, un occhio spietato e indagatore nelle pieghe più oscure e suppurose della società, spesso, molto spesso, una narrazione in prima persona che inchioda il lettore a una soggettività priva di ogni via di scampo. A cappello di tutto questo, Marolla inserisce un elemento soprannaturale e agghiacciante che agisce da esaltatore lisergico di tutto quanto sopra descritto.

Questa è la cifra applicata nella narrazione di Marolla, cifra perfettamente armonizzata sullo sfondo di una Milano evocata come raramente mi è capitato di leggere. Un duomo di malaffare, perdizione e arroganza; proiezione esemplarmente nostrana di un mondo de-moralizzato da una globalizzazione vorace e cieca, pronta ad autocannibalizzarsi pur di sopravvivere e consumare.

E’ un romanzo asciutto ma ricco. Evocativo senza essere didascalicamente descrittivo, il che, dovrebbe essere l’essenza della vera narrativa, con buona pace dei salotti pseudo intellettuali che snobbano, sdegnosi ogni incursione fantastica perchè “lontana” dalla vita vera. Atteggiamento che sistematicamente mi manda in bestia per la supponenza, l’ignoranza e la cecità di tali spocchiose affermazioni.

Credo di aver percepito Milano come poche volte mi è successo( Doppelganger docet). Una Milano vera, sporca, isterica, sofisticata, ricca e misera.

La dipendenza di Ghites, in mano a chissà quanti altri, poteva diventare una demente trama pulp. Marolla ne trae invece una particolarità perfettamente funzionale alla trama e la carica di valenze che ricordano i trip di un Burroghs in pieno delirio creativo e in questo, non credo che alcuni riferimenti alla contro-cultura di quegli anni siano casuali.

Per contrasto, anche la Milano del passato riesce ad ammantarsi di un fascino inquieto da mondo perduto, tratteggiata con pochi efficaci passaggi, sufficienti però a calarmi tra le pareti tappezzate da macilenta carta da parati dei bordelli e a pensare alla Lancia Fulvia come qualcosa di ben più inquietante e kinghiano che una semplice auto d’epoca.

Consigliatissimo, qui, il link di Amazon per l’acquisto.

La Corte di Paracelso, di Alessandro Girola

Sinossi , direttamente dal sito dell’autore:

Corte Serena è un esclusivo complesso residenziale, nel cuore della provincia di Varese.
Tre palazzi full comfort, compresi in un contesto moderno, circondato dalla placida campagna, con le Prealpi a fare da pittoresca cornice.
Adriano Altomare, bodyguard e buttafuori milanese, viene assunto come addetto alla sicurezza della corte. Un suo ex compagno di Liceo, l’architetto Simoncini, è il responsabile del progetto.
Ad Altomare bastano poche settimane per capire che nel complesso esistono segreti che non toccherebbe a lui violare. Tuttavia l’incontro con Sonia Krappan, una delle nuove residenti degli esclusivi condomini, spinge Adriano a indagare sui misteri di Corte Serena.
Tra rituali alchemici, teorie del complotto, vizi inconfessabili e comunità votate a pratiche erotiche estreme, la vita di Adriano e Sonia non sarà più la stessa.

Alessandro Girola ritorna con questa  novel a raccontarci l’altra Italia. Un’Italia apparentemente indistinguibile dal nostro vivere quotidiano ma lontana remoti anni luce dalle logiche dell’ignara normalità. Una caratteristica che sento molto vicina in questo autore è l’utilizzo che fa della letteratura di genere, del fantastique, horror, fantascienza, urban-fantasy che sia. Il fantastico, nelle storie di Girola è agile e potente veicolo di una serie di metafore attraverso le quali si legge l’oggi con occhio divertito e cristallino.

La Corte di Paracelso scomoda l’alchimia rinascimentale per raccontarci un micro cosmo lombardo, riflesso di una ricchezza e un rampantismo pervicacemente abbarbicati in una dimensione che non sembra essersi mai affrancata da certo edonismo figlio dei rampanti anni ’80 del XX secolo. Altri notevoli recensori hanno scomodato Cronenberg per riferirsi alle sotterranee citazioni ravvisabili in questo suo ultimo lavoro e ad un inedito sguardo pervaso di erotismo deviato e ipnotico ma il senso d’isolamento, di perdita, d’estraneità di un uomo che non appartiene alla classe sociale privilegiata che finisce sotto l’occhio di Girola, a me ha ricordato un non abbastanza conosciuto film horror del 1981, Morti e Sepolti ( Dead and buried) di Gary Sherman. Recuperatelo, ha una sua dimensione tematica originale e slegata dagli zombies romeriani.

Chiusa l’immancabile parentesi cinefila, torniamo alla novel. Girola sceglie una trama schematica efficace, l’ambientazione straordinariamente vicina e famigliare vira nell’horror e nel mistery con gradualità ben calibrata e la sua caratteristica prosa, secca e incalzante, è particolarmente scevra da fronzoli, complice anche il formato della storia ma vi vedo, in questa scelta, anche una comunicazione più profonda, una falsa superficialità che vuole immergere il lettore in una sterile componente della società nostrana, ricca, potente e consumata nell’anima, per mantenere lo status. Il protagonista, Adriano Altomare (cognome criptico: un uomo distante dalla realtà che si ritrova a vivere?) un ex componente delle forze speciali dell’esercito Italiano, riciclato successivamente in contractor, è cinico, disincantato, politicamente scorretto e perciò sincero e genuino. Un anti eroe di stile vagamente “vergnaniano” che risulta funzionale alla trama.

Non ci sono morti viventi voraci, vivi isterici, cartine al tornasole delle contraddizioni del mondo moderno occidentale. Prende la scorciatoia dell’alchimia, del mito dell’ homunculus, creatura artificiale, emulatrice del comportamento umano e con inedita efficacia e originalità, anche lui ci racconta una società incancrenita nel profondo, schiava delle proprie pulsioni, alla ricerca di una vitalità che inconsapevolmente è ormai persa, decomposta nel nome di un grande nulla.

Consigliatissimo e disponibile su Amazon, qui, a un prezzo ridicolo.

Boomstick award: i miei magnifici 7

Boomstick award 2014 official logo

E’ con malcelato orgoglio che mi fregio del logo ufficiale del Boomstick award 2014. Il primo da quando esiste il Taccuino da altri mondi. Che dire? Sono confuso e onorato di essere riconosciuto al pari dei blogger veri, nonostante la perniciosa incostanza che contraddistingue le pubbligazioni di questo blog. Devo ovviamente ringraziare per l’assegnazione Marco e Davide, ai quali assicuro riconoscenza sempiterna e ora, mettendo bando a indugi e salamelecchi, mi attengo scrupolosamente alle direttive del creatore del premio:

1- i premiati sono 7. Non uno di più, non uno di meno. Non sono previste menzioni d’onore

2 – i post con cui viene presentato il premio non devono contenere giustificazioni di sorta da parte del premiante riservate agli esclusi a mo’ di consolazione

3 – i premi vanno motivati. Non occorre una tesi di laurea. È sufficiente addurre un pretesto

A cui aggiungo una quarta regola, ché l’anno scorso me le hanno fatte girare:

4 – è vietato riscrivere le regole. Dovete limitarvi a copiarle, così come io le ho concepite

Indi, ecco l’elenco dei miei 7 premiati:

  1. Book and Negative, di Germano Hell Greco. Perchè rientra nella cerchia di coloro che coltivano e nobilitano il fantastique e senza di lui, non sarei ora quì a fregiarmi di questo riconoscimento.
  2. Plutonia Experiment, di Alessandro Girola. Perchè abbiamo tante cose in comune e tutte fautrici di reciproca stima e perchè grazie a lui ho scoperto il gusto e il piacere di coltivare un blog.
  3. Il giorno degli zombi, di Lucia Patrizi. Perchè ama l’horror, perchè capisce di cinema tanto e più di tanti blasonati critici e perchè come Vasquez, ” è troppo troppa”.
  4. Prima di Svanire, di Marco Siena. Perchè è figlio dei ’90′s, un amico anche se non ci siamo mai visti e perchè visitando il suo blog mi sento un po’ a casa.
  5. Strategie Evolutive, di Davide Mana. Perchè è un appuntamento immancabile delle mie mattine, a colazione; perchè è pulp e come me, oltre a condividere le origini, è un uomo d’altri tempi.
  6. Lo Spettatore Indisciplinato, di Davide Viganò, perchè è un maniacale cinemaniaco, perchè le sue critiche sono complesse e strutturate e perchè è un Compagno.
  7. Nocturnia, di Nick Parisi. Perchè di blog dedicati al fantastique così riccho di interviste realizzate con rigore professionale, raramente ne ho trovati, perchè ama e sviscera il fantastique e perchè Nick è in gamba.

Per i grandi esclusi, aspetterò la prossima occasione!

Intanto, grazie e ancora grazie!

wwayne

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Giorgia Penzo

Avete presente quegli scomodi abiti vittoriani? Quelli con la gonna che strascica un po' per terra, gonfiata sul di dietro dalla tournure? Quelli con i corsetti strettissimi e i colletti alti che solleticano il collo? Ecco. Io non vorrei indossare altro.

gialloecucina

Non c'è nulla di più personale che leggere un libro!

Don Charisma

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La porta su un altra dimensione

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Andrea Menniti

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La Scrittura Indipendente ora ha una CASA

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L'esperimento del fumetto indipendente

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Contaminazioni Artistiche

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