Vino Rosso Sangue: un calendario

Vino_rosso_sangue_per_web[1]Un altro colpo dal mio personale taccuino. Un post squisitamente di servizio, giusto per fare il punto della situazione sul versante delle famigerate presentazioni. Strumento primo e privilegiato di promozione e interazione tra autore, sua opera e pubblico.Perciò, sebbene di cose da dire e discutere sul blog ce ne siano a valanghe, ecco a voi il primo, parziale calendario di presentazioni del mio ultimo pubblicato:

  • 26/09/2014 Pavia, libreria Feltrinelli, via XX settembre, 21 h.18 a questo link tutti i dettagli
  • 10/10/2014 Savona, libreria Feltrinelli, via Astengo,11
  • 10/10/2014 Carasco (GE), Antica trattoria Pedùn (cena a prenotazione)
  • 19/10/2014 San Damiano d’Asti, birreria Q10, via Govone,4
  • 26/10/2014 Santo Stefano Belbo,Cantina h.16 Ca du Sindic,località San Grato,15
  • 09/11/2014 Partecipazione all’evento Capogiro d’acqua, Costigliole d’Asti, sala consigliare in via Roma
  • 22/11/2014 Casa del Popolo Santa Libera, via Angelo Brofferio,129, Asti h.18

Odiatemi

Questo è un post amaro. Amaro e rabbioso ed è una copia. La copia precisa di una nota che ho scritto di getto su Facebook. Uno sfogo non solo di pancia che cerca di esprimere un malessere che sono sicuro non essere il solo a vivere e percepire.La nota è pubblica ma non mi basta, voglio che la sua diffusione copra la totalità dei miei strumenti di comunicazione sul web e per questo motivo, dedico anche questo post.
Non mi perderò in ulteriori riflessioni, lascerò il tutto alle mie parole, ribadendo e sottoscrivendo ogni singolo concetto ivi espresso.
Buonasera.

Odiatemi, perchè vi odio.
Vi odio se siete tra coloro che gioiscono per le stragi dei clandestini, perchè così ci saranno parassiti in meno da mantenere; se siete tra coloro che pensano che sia giusto e sacrosanto ributtare a mare le torme di disperati che il nostro stesso sistema ha contribuito a creare; se in un’umanità affamata, distrutta, stremata, impoverita vedete un nemico e non lo specchio di quello che stiamo diventando; se vivete nella cieca, rancorosa convinzione che l’accoglienza, la fratellanza, la solidarietà siano lussi, siano soldi, siano un buonismo imbecille. Odiatemi. Cancellatemi, escludetemi, eliminatemi dalle vostre cerchie, dalle vostre amicizie, dalle liste di followers, di conoscenti.
Ripudiatemi, insultatemi, disprezzatemi. Ogni schizzo di melma che mi lancerete sarà una medaglia della quale orgogliosamente fregiarmi.
Non voglio aver niente a che fare con Voi. Non mi interessano più le vostre spiegazioni, le vostre motivazioni, le vostre pance arrabbiate, rognose, cattive, che spengono il cervello, annullano la ragione, negano l’intelligenza. Il vostro patetico, cieco vittimismo, l’invidia assurda che vede privilegi nel minimo che deve essere assicurato a chi non ha nulla; nel vostro nazionalismo d’accatto. Odiatemi.
Perchè non vi ascolterò più, perchè sono stufo delle solite, ossessive frasi fatte, del lavoro che ci rubano quando sono detenuti illegalmente in centri di accoglienza che hanno poca differenza da una prigione; dell’assistenza sanitaria che il giuramento di Ippocrate che ogni medico deve sottoscrivere, impone e che voi vedete come una sottrazione di un diritto mentre invece è un obbligo morale e universale; dei costi, l’ossessione bruciante e ossessiva dei costi, voi che , anche se precari, anche se disoccupati, anche se poveri, consumate 1000 rispetto a 1 di un cittadino del terzo mondo. Costi e spese di Welfare, l’assistenza sociale che il turbolibersmo che alimenta fame, disperazione, integralismi e distruzione, fa pesare come una colpa, colpa che voi, come cani di Pavlov scaricate sugli ultimi degli ultimi. Che involontariamente buttate merda sull’altro e vi lamentate della puzza, votando magari quei partiti che del turbocapitalismo sono schiavi totali e quindi complici e quindi responsabili dello smantellamento di tutto quel che dovrebbe essere diritto di tutti.
Vi riempite la bocca di popolo italiano, di razze, di giustizia mentre ripudiate ogni umanità, svergognate il popolo italiano, alimentate il razzismo, infangate il concetto universale della giustizia.
Odiatemi. Eliminatemi. Non voglio avere più nulla a che fare con voi, con la vostra visione orrenda di un mondo che si sta concretizzando. Datemi tranquillamente del Comunista, che ne sono fiero e mettetevi l’animo in pace, che tanto quello strisciante neo-nazismo cammuffato che favorite e inneggiate, sta arrivando, sta vincendo.
Odiatemi, che mi fate pena: ignoranti pecore che spalleggiano il lupo che le divorerà e se siente ancora in grado di leggere e comprendere quel che leggete, ricordate questa poesia di Martin Niemöller:

Prima di tutto vennero a prendere gli zingari. E fui contento perché rubacchiavano. Poi vennero a prendere gli ebrei. E stetti zitto, perché mi stavano antipatici. Poi vennero a prendere gli omosessuali, e fui sollevato, perché mi erano fastidiosi. Poi vennero a prendere i comunisti, ed io non dissi niente, perché non ero comunista. Un giorno vennero a prendere me, e non c’era rimasto nessuno a protestare.

Addio.

Trappola a Porta Nuova, di Rocco Ballacchino

Compagno di scuderia, Rocco Ballacchino è un altro interessante esponente di quel neir che ho presuntuosamente auto nominato e nel quale, inserisco tranquillamente anche questo Trappola a Porta Nuova. Prima di proseguire, questa è la sinossi, tratta direttamente dal sito dell’editore:

Daniele Bagli, un impiegato dalla piatta quotidianità, vorrebbe vivere un “giorno perfetto” incontrando una misteriosa ragazza, conosciuta su Facebook, di cui non ha mai visto nemmeno una foto. Affascinato però dalle sue parole è rimasto impigliato in quella rete virtuale che sta per assumere le fattezze della realtà. La stazione di Porta Nuova dovrebbe ospitare il loro primo appuntamento ma Bambi, è quello il suo pseudonimo, non scenderà mai da quel treno in arrivo sul binario 13. Quando poi il protagonista scoprirà il tragico destino di quella donna inizierà a confrontarsi con i suoi assillanti sensi di colpa e con la sensazione, che si tramuterà poi in certezza, di essere vittima di una impietosa trappola che prevede la sua incriminazione per quel delitto. In una torrida Torino, emotivamente sconvolta da quell’evento, inizierà infatti una caccia all’uomo in cui Daniele, braccato dalle forze dell’ordine, si muoverà alla ricerca di una spiegazione, di una possibilità di salvezza ma, soprattutto, di un nemico verso cui indirizzare tutta la propria rabbia.

A fine romanzo, nella pagina dei ringraziamenti, l’autore cita tra gli altri, Feodor Dostoevskij e Alfred Hitchcock e in effetti, il romanzo, risente potentemente dei due maestri. L’aspetto saliente di Trappola a Porta Nuova (da ora in poi TaPN)è la sensazione di inesorabilità degli eventi che sembrano risucchiare il protagonista,Daniele Bagli, in un gorgo di disperazione; catapultandolo da un appuntamento sul quale si caricano innumerevoli aspettative, all’incubo angosciante di risultare colpevole di un efferato delitto. A questo primo livello della narrazione, ritroviamo un plot obiettivamente molto hitchcockiano tanto che nel capitolo in apertura, quando Daniele si reca a Porta Nuova, con un abito inadeguato e un tenero e impacciato mazzo di fiori per la bella misteriosa conosciuta su Facebook, mi era impossibile non figurarmi la scena attraverso un lungo piano sequenza, sullo stile di Nodo alla gola e nella mente questa musica immortale:
Curioso notare come anche in Nodo alla Gola, erano ravvisabili elementi introspettivi e ossessionanti che rimandavano a Delitto e Castigo.
L’odissea di Daniele Bagli è interamente vissuta dalla voce del protagonista che narra in prima persona, una scelta non scontata, che immerge il lettore in un coinvolgimento diretto e senza scorciatoie. Si vive la speranza, lo sgomento, l’angoscia senza filtri, direttamente sulla pelle di chi si racconta. Incredulità e paranoia si sviluppano senza posa. La trama si dipana in un crescendo che viene mitigato da uno stile estremamente corretto, pulito, limato, ai limiti di un manierismo che forse avrebbe avuto bisogno di qualche smussatura dal momento che era tutto raccontato in prima persona.
Come ci si aspetta, la progressione dell’indagine personale e l’incalzare degli eventi, accelerano e si moltiplicano man mano che ci si avvicina alla conclusione. L’unica forzatura che vi ho ravvisato ma che non inficia minimamente il piacere e la passione della lettura di TaPN è la complicità di un commissario che sembra sbucare dalla vicenda con un’urgenza artificiosa ma che è in fondo funzionale allo sviluppo degli eventi.
Il senso di oppressione che si respira per tutto il romanzo è veramente soffocante, la sagoma incombente del Fabbricato Viaggiatori, con la sua struttura fine ottoecentesca uno sfondo potente e caratterizzante che proietta un’ombra funerea su tutti i protagonisti e rende sicuramente Ballacchino una penna da tenere d’occhio nel panorama della Tori(noir) che sta sorgendo. Un neir assolutamente consigliato.

Vino rosso sangue, il mio primo neir

Vino_rosso_sangue_per_web[1]
E’ ufficiale, il quinto romanzo della mia produzione, il terzo pubblicato con la fratelli Frilli editori, il primo che non contiene elementi soprannaturali e che vede l’esordio di un nuovo personaggio, l’investigatore privato Giorgio Martinengo.
Avevo già accennato in questo post i motivi che hanno portato alla nascita di Giorgio Martinengo ma qualche ulteriore approfondimento per celebrare la nuova pubblicazione lo ritengo doveroso.
Stefano Drago, l’ombroso e flemmatico agente speciale del DIP è stato trasferito. Le sue storie, commistionate di folklore piemontese, horror e indagine di stampo poliziesco, si sono rivelate troppo weird, troppo distanti dal target medio: il lettore di gialli e noir all’italiana. L’editore, che comunque aveva creduto in Drago per due libri di seguito, ha dovuto tenere conto della sua clientela e dopo uno scambio di vedute, si è serenamente deciso di destinare Drago presso un’editrice meno legata a un’utenza di stampo tradizionale e di mantenere il sodalizio grazie alla figura di Giorgio Martinengo.
Monsü Martinengo, in comune con Drago ha le origini, piemontesi; la fascia d’età, è un quarantenne giovanile e single; un’istruzione universitaria e una brama di conoscenza che rode entrambi. Caratterialmente però, Martinengo è molto più libero e libertino. Non disdegna le avventure galanti, coltiva con raffinata goliardia uno spirito bohemienne che lo rende sensibilmente più indulgente verso se stesso rispetto al collega del DIP. Per alcuni versi è più paraculo. Proviene da una famiglia benestante che produce vini pregiati da tre generazioni. Attività che Giorgio avrebbe proseguito anche con una certa passione se non fosse stato per un brusco scontro  col padre. Il risultato era stato l’abbandono dell’attività di famiglia da parte del nostro e un conseguente vagabondaggio da un lavoro all’altro, un accumulo bulimico di esperienze e studi. L’inizio dell’università nella facoltà di chimica a Torino, improvvisamente interrotta per iscriversi a lettere e filosofia. Una serie di trasferte all’estero, una parentesi nella Polizia di Stato, in forza alla seconda Divisione dello SCO salvo poi abbandonare la divisa e lavorare come investigatore privato per un’agenzia di Torino. Infine, la scelta dell’autonomia e l’apertura della Martinengo Indagini.
Si muove principalmente tra le provincie di Asti e Cuneo, tra le terre recentemente finite sotto l’egida dell’UNESCO. Abita in una cascina, sulla cima del bricco Cornajàss, presso Castagnole delle Lanze e la sua prima indagine si snoda nel complesso mondo dei vini. Un campo appropriato sia alla sua indole che al territorio.
Questa, la scheda ufficiale del romanzo:

Giorgio Martinengo è un investigatore privato. Vive in collina, vicino a Castagnole delle
Lanze, tra Langhe e Monferrato. Una sera incontra, per lavoro, Elena Rondissone la
figlia di Giuseppe Rondissone, titolare di una facoltosa azienda vinicola. L’uomo è
scomparso senza lasciare tracce apparenti da diverso tempo e quasi
contemporaneamente alla sua sparizione, dall’esposizione del Consorzio del quale la
sua azienda faceva parte, è stata trafugata una pregevole bottiglia di Barbera
superiore. La donna incarica Martinengo di ritrovare la preziosa bottiglia. Il caso
assume presto toni drammatici quando, durante un sopralluogo presso il Consorzio, un
tecnico che sta rilevando le impronte digitali, urta un’altra bottiglia dell’esposizione,
rompendola. Da quel momento, inizia la prima, complessa, indagine di Giorgio
Martinengo, investigatore dalla cultura sterminata, un formidabile bagaglio di
esperienze in tutti i campi e un amore spirituale verso i vini della sua terra. Tra le
nuove frontiere del vino, la globalizzazione, rischi di sofisticazioni e intrecci
internazionali, l’investigatore, dovrà misurarsi con un assassino che usa i vini
piemontesi come simboli di una sua oscura vendetta.

La storia è un giallo con elementi noir, anzi, neir*. Questa volta, è bene ribadirlo, non ci sono fenomeni inspiegabili, mostri o entità soprannaturali. C’è l’uomo, la sua brama, la sua follia e l’essenza del neir piemontese, con in più, un elemento macabro che scorre per tutta la vicenda e al quale non ho potuto, no, non ho potuto proprio fare a meno.
Romanzo meno citazionista di altri ma che tenta di affondare le sue radici in quella scuola europea che ci ha donato il Maigret di Simenon, le formidabili evocazioni di Scerbanenco e la secchezza di racconto tipica di Fenoglio.
Che aggiungere se non buona lettura a tutti coloro che vorranno dare una chance a Giorgio e allo scribacchino che gli ha dato vita?

*neir significa semplicemente “nero” in piemontese.

Biondin e i mostri, di Alessandro Girola

Sinossi (dalla pagina Amazon dell’ebook)

Italia Settentrionale
Giugno 1904

La banda di briganti di Francesco Demichelis, detto il Biondin, è braccata dai Carabinieri. Dopo la feroce sparatoria nel novarese, che ha eliminato diversi fuorilegge, i superstiti intendono darsi alla macchia nella brughiera delle Baragge, lontani dalle città.
Ma laggiù c’è qualcosa che li attende.
I recenti acquazzoni hanno portato con sé delle strane forme di vita. Piante e animali che nessuno ha mai visto prima.

Ma c’è dell’altro.
Un’inquietante formazione di cacciatori sta battendo le sperdute cascine delle Baragge, in cerca di prede. Questi stranieri indossano insolite armature e cavalcano destrieri dalla testa di corvo.
I loro bersagli sono gli esseri umani che vivono nel territorio, ignari del pericolo.

I briganti del Biondin si trovano a incrociare la strada dei forestieri venuti dalla tempesta.
Lo scontro sarà inevitabile, così come il coinvolgimento della banda nei misteri che animano la brughiera.
– – -
Il blog dell’autore: http://alessandrogirola.me/

Ritorna il prolifico Alessandro Girola. Autore indipendente dedito al fantastique tuout court questa volta ci regala un gustoso racconto variamente contaminato. Richiami e influenze sono sempre ben sfumate nella narrazione e ritroviamo con questo Biondin e i mostri una miscela affascinante e accattivante di Fantascienza, orrore e weird western anche se, vista l’ambientazione da cui prende piede l’avventura, il Piemonte settentrionale della Baraggia vercellese, sarebbe forse più corretto definirlo “northern”

Per chi non avesse ben presente il territorio di stiamo parlando…

Devo dire, in un guizzo di campanilismo, che sono stato contento di vedere il buon Alex aggirarsi per lande a me famigliari. La Baraggia è un territorio affascinante e ricco di suggestioni che ben si presta a una narrazione weird. Aggirarsi per le risaie quando sono completamente allagate è un’esperienza che proietta in una dimensione aliena e suggestiva, un luogo dove i punti di riferimento tendono a sfumare via, dove la linea dell’orizzonte si confonde nello specchiarsi del cielo sulla terra e dove le nebbie invernali sono dense e avvolgenti come in pochi altri posti al mondo.
Un luogo che sembra plasmarsi sotto le forze della natura, quindi e un personaggio, il Biondin, brigante piemontese realmente esistito e figura inevitabilmente plasmabile per una storia che vede fuorilegge indomiti e avventurosi perdersi tra le baraggie e la Bessa e varcare soglie inaspettate. Il mix di avventura, luoghi estranianti e crudi combattimenti, rimanda con la mente agli agili racconti che si pubblicavano negli anni d’oro proprio su riviste come Weird Tales

Una copertina della rivista particolarmente vicina alle atmosfere giroliane

C’è azione e fantasia a briglia sciolta, un pizzico del Jodorowsky di El Topo (qui una interessante recensione a riguardo.) nell’irrealtà dell’impianto e una sottile, continua e disturbante sensazione di “sbagliato” che mi ha fatto pensare al Roger Zelazny di Terra di Mutazioni.
E’ il tipo di storia che oggi come oggi è virtualmente impossibile trovare in libreria, a meno che l’autore non sia rigorosamente straniero e sdoganato da pubblico e critica ufficiale. Ringraziamo quindi ancora una volta il coraggio e l’indipendenza di autori come Girola, che aggirano il pantano nazionale e ci regalano divertimento e buona narrativa fantastica. Nonostante tutto. Nonostante Loro.
Spendente un euro e quarantasei centesimi per questo spassoso racconto e lo trovate facilmente su Amazon.
Vivamente consigliato.

Quattro colori di Davide Mana

Prendete una parte di passione per i fumetti, una per i supereroi, due parti di fantascienza e due d’ atmosfere da piano bar; tre gocce di Pulp, un po’ di storia (del fumetto) e una bella spruzzata di ucronia.Usate del noir come angostura, agitate senza shackerare troppo forte, in modo da lasciare tutti gli elementi amalgamati armoniosamente e non mischiati confusamente, infine servite fresco in ebook.

Per parlare di Quattro Colori, di Davide Mana, mi sembrava la miglior introduzione possibile, perchè in tutto il racconto, il cocktail è un significativo minimo comune denominatore, che scandisce e accompagna la narrazione di questa originale novel di stampo supereroistico. Forse l’unica dove non si spacca tutto e l’azione rimane sullo sfondo mitizzato di una memoria nostalgica e amara.
Nasce come monologo, Quattro colori. Il soliloquio ubriaco di un supereroe giunto alla fine della carriera. In realtà, la stesura definitiva diventa leggermente diversa dalle intenzioni iniziali ma il risultato è ugualmente bello. In una trentina di pagine, Mana riesce a ricostruire una realtà ucronica che strizza l’occhio alla ricostruzione destrorsa del mondo come si vede in Watchmen e compie un excursus sulla storia del fumetto supereroistico, partendo dale origini fino ai più complessi sviluppi odierni. Il protagonista inizia la carriera strizzando l’occhio a personaggi come The Shadow e Green Hornet, si evolve come epigono di Superman, s’impegna in guerra divenedo una figura patriottica tipo Captain America e scivola in una deriva reazionaria come il Batman di Miller. E’ la più originale e riuscita ricostruzione di storia del fumetto che abbia mai letto. Semplicemente. Storia e omaggio. La città di LA, è un omaggio sia a Los Angeles che a Lovecraft ed è divisa in quattro settori: Americano, spagnolo, Franco-Belga e Giapponese, le quattro principali scuole di fumetto. Anche il distratto accenno al gruppo di italiani che discutono su chi debba pagare il conto, lo leggo come una sottile stilettata alla crisi attuale.
Parlerei per ore, di Quattro colori, delle indirette citazioni che lo costellano, del transitare di figure storiche della storia del fumetto, qua e la nel locale dove il nostro annega amarezza e disillusione e ci si aspetta che arrivi Roger Rabbit al braccetto di Jessica…
Lo comprate per la cifra vergognosa di 0.99 centesimi, qui.
Lo gustate in un niente e dopo lascia un buon sapere in bocca…

Gli anni del tuono, di Davide Mana

La fantascienza letteraria, negli ultimi decenni sta attraversando un periodo di crisi che sicuramente non si è risolto ma che per alcuni versi si sta preoccupando di riconfigurare il genere attraverso vie inaspettate. Una delle mutazioni più particolari è sicuramente il fiorire di sottogeneri caratteristici, contraddistinti dal suffisso finale “punk“. Il Cyberpunk ne era stato il primo potente vagito, esploso in tempi in cui la crisi della SF era semplicemente all’orizzonte, vaga e indistinguibile. Poi arrivò lo Steampunk, con le sue suggestioni proto industriali vittoriane e da lì, i rivoli di un coacervo di specifiche dettate sopratutto da potenti suggestioni estetiche, costruite da una sorta di ipertesto che andava dai fumetti al cinema, dalle illustrazioni alla musica fino addirittura a delle vere e proprie scuole di fashion, originate dalla galassia variegata di entusiasti cosplayer.
Se da un lato, la costruzione di determinate suggestioni porta un fascino indiscutibile e seduttivo, l’altra facciata della medaglia è un calo della resa qualitativa e di contenuti, laddove l’ossessione di indirizzare ed evocare con misura iperbolica le sopra citate suggestioni, finiva col sacrificare la sostanza.
Gli anni del tuono, di Davide Mana, nello specifico, è il primo racconto inscrivibile nel sottogenere del Clockpunk, dove, come recita Wikipedia:

è un termine coniato in un supplemento del gioco di ruolo GURPS e si riferisce a un sottogenere del fantasy ambientato in un mondo rinascimentale dove le invenzioni di Leonardo da Vinci sono state non solo costruite e usate, ma anche migliorate. Sono presenti anche elementi magici.

Come è prassi nel mutageno mondo della narrativa fantastica toutcourt i generi nascono per meticciarsi, compenetrarsi, influenzarsi e trasformarsi. Ne Gli anni del tuono non c’è magia ma scienza speculativa, non ci sono incantesimi ma tecnologia, non si trovano epigoni della Terra di Mezzo ma una ucronica Europa tra Medioevo e tardo Rinascimento. Come recita la sinossi tratta dalla pagina Amazon dell’ebook:

“Dio ha creato gli uomini, Federico li ha resi uguali.”

Gli Anni del Tuono

il racconto che risponde alla domanda, ‘Cosa sarebbe successo se Federico II di Svevia avesse inventato il Gundam?’

Gli obiettivi che presumo prefissati da Mana in questo breve, avvolgente racconto, sembrano tutti centrati. Scritto con la consueta maestria che contraddistingue questo autore ma con in più una ricchezza e un’eleganza di stile inedite, funzionali allo spirito e all’ambientazione, Gli Anni del Tuono sfrutta una struttura episodica, dove le vicende personali dei personaggi-cardine della vicenda, permettono una visione alternata da punti di vista che interessano sia lo sviluppo della storia su scala globale che particolare. Abbiamo cavalieri e mercenari, indomite e coraggiose pulzelle avviate all’arte delle armi, mercenari, Il Conte Verde e un signore dalla canuta e fluente barba che avrebbe inventato cose mirabolanti… C’è un equilibrio, abile e delicato tra l’evocazione di atmosfere note e ricercate dagli appassionati e uno sguardo più alto e ambizioso. Le strizzate d’occhio all’opera di Tomino si colgono ma senza furbizia peregrina, le citazioni storiche sono dotte e competenti. Il senso di fragile e macchinosa difficoltà nella gestione delle armature fa giungere alle narici l’odore di grasso rancido, olio lubrificante e fuleggine. E’ una storia potente e ben scritta che oltre alle già sopracitate influenze mi ha riportato alla mente certi racconti di Farmer, perchè Mana ama e conosce la fantascienza molto bene e il suo innamorato omaggio, traspare continuamente, in ogni cosa che scrive.
Caldamente consigliato a chi si vuole riconciliare col genere, ve lo tirate giù a un euro e cinquanta da Amazon
Buona lettura.

Libera me di Marco Siena


Sinossi (dalla pagina Amazon dell’ebook)
Ripartire da zero, viaggiare senza meta con un camper, libero da impegni, dalla routine. Giorgio si mette in viaggio, dopo aver venduto la casa che per lui era stata una prigione.
La sua prima tappa è casuale: un paesino nelle campagne del mantovano. Una comunità chiusa con la sua sagra paesana racchiude qualche segreto, e Giorgio lo scoprirà suo malgrado.

Ne l’Ombra dello Scorpione, di Stephen King, parlando di uno dei numerosi protagonisti del romanzo, utilizzava una metafora come sempre calzante e molto ancorata al vivere quotidiano. Diceva più o meno “…C’era qualcosa in lui di contrastante, sgradevole, quel che si prova mordendo nella stagnola.”
Libera me di Marco Siena mi ha riportato alla mente questa frase. Definiamolo subito: fondamentalmente è un horror padano. L’atmosfera che si respira, rimanda ad alcuni shocker rurali che l’horror statunitense regalava negli anni d’oro, a cavallo tra gli anni ’70 e’80 del secolo passato.
Parte con il protagonista che applica una svolta drastica al suo stile di vita, Giorgio, un uomo stanco e stufo della vita ordinaria e della routine alienante che inevitabilmente si porta a patire quando si è spiriti liberi e creativi. La prima parte della novelette quindi, presenta uno spunto che sembra abbondare nella letteratura italiana. Il desiderio di fuga, di evasione, di alternativa a una vita costretta da regole, obblighi e costrizioni. Una visione alla Salvadores ma senza gli Abatantuono e Cederna di turno. Giorgio emerge con pochi gesti come una persona sfaccettata sia nei caratteri positivi che in quelli negativi.
Il climax della storia decolla gradatamente, supportato da uno stile pulito, apparentemente lineare, fino al finale. Disorientante fino all’ultima parola. Se da un lato, il clichè della comunità chiusa, isolata e in odore di degenerazione è già stato ampiamente sfruttato (e il sottoscritto ne sa qualcosa), lo sfumare di temi forti, inseriti con una naturalezza sconvolgente, quali cannibalismo e un Deus ex machina che risolve forse l’arcano ma di certo non rassicura, rendono il lavoro dell’autore emiliano, inedito, interessante e marcatamente degno di nota.
Lo fate vostro per una stupidata. Fate un salto su Amazon e le sagre di paese le guarderete con occhi diversi.

Eroi dei due mondi, di Davide Mana

Sinossi (dalla pagina Amazon dell’ebook)
Marte, seconda metà del diciannovesimo secolo.
Le Grandi Potenze stanno colonizzando il Pianeta Rosso, sotto lo sguardo indifferente della decadente civiltà indigena.
Ma non tutti sono arrivati su Marte da conquistatori, con navi interplanetarie e progetti espansionistici.
Gli italiani sono arrivati alla spicciolata, con le loro cose in valigie di cartone, in fuga da una nazione tradita.
Per loro, Marte è una nuova opportunità.
Per molti, l’ultima.
Un mondo antico, un mondo di frontiera.
Un mondo in cui uomini e donne senza nulla da perdere, e capaci di improvvisare, possono fare una grande differenza.

Eroi dei Due Mondi raccoglie in un volume unico i sei racconti che compongono la Serie Marziana, insieme con abbondante materiale aggiuntivo ed una postilla dell’autore.

Davide Mana con il sottoscritto condivide alcune caratteristiche salienti: è piemontese, adora la letteratura di genere e ama morbosamente scrivere. Davide Mana, in più, scrive maledettamente Bene.
Se Mana fosse vissuto negli anni ’20 del secolo scorso in USA, oggi probabilmente leggeremmo il suo nome a fianco di quelli di Howard, Lovecraft, Derleth e Burroghs ed è proprio al Barsoon di John Carter di Marte, che Mana pensava durante la stesura di questa raccolta. Il Marte assurdo e romantico dei marziani rossi e di quelli verdi, delle incredibili creature decapode e con affascinanti ed esoticamente appetitose principesse dalle curve mozzafiato. Ma non solo. C’è il pulp, l’avventura esotica di stampo salgariano (dove l’omaggio è simpaticamente sfacciato)lo steampunk che strizza l’occhio alla commistione di personaggi storici e leggendari in un pastiche che amalgama con compiaciuta maestria storia ucronica, risorgimento e avventura.
C’è sense of wonder in Eroi dei due mondi, la voglia di sognare e schiacciare a tavoletta l’acceleratore della fantasia e dell’evasione. La nostalgia idealizzata di un epoca che per motivi anagrafici e culturali non abbiamo potuto vivere in prima persona e che si rievoca con un manto di leggenda, immaginando cosa poteva provare un ragazzo sfogliando le pagine di Wonder Stories.
Mi ha ricordato, come operazione, riuscitissima, un vecchio racconto di Frederik Pohl, Under twoo moon,pubblicato nel 1965 sulla rivista IF una storia citazionista e divertente, dove nel Marte di Burroghs s’innestava una rutilante spy story alla Fleming, all’epoca, nel pieno della sua fortunata produzione.
Mana possiede uno stile incalzante, gradevole e una tecnica narrativa affinata da studio e amore. Una lettura agile, un mood piacevolissimo, che trascina le pagine una dietro l’altra senza che ce ne si renda conto.
Comprate Eroi dei due mondi,risvegliate una volta il ragazzino sognatore e avventuroso che avete dentro, fa bene a spirito e mente; lo trovate su Amazon al prezzo di un paio di caffè e ne vale decisamente la pena.

IMPERIAL di Alessandro Girola


Sinossi (direttamente dal Blog dell’autore)Jacopo è uno dei tanti automobilisti che ogni giorno percorrono le strade italiane, per recarsi a un lavoro noioso e insoddisfacente. Le sue sono giornate indistinguibili, monotone, idealmente collegate da anonime lingue d’asfalto, dal paesaggio è piatto e immutabile.
Ma una notte accade qualcosa di diverso.
Jacopo incrocia una strana berlina gialla il cui abitacolo è pervaso da un inquietante vapore rosso, che avvolge anche il misterioso guidatore.
L’auto accosta accanto al falò dove si riscalda una prostituta. Dai finestrini della berlina si estroflette qualcosa che in natura non può esistere, e per la povera ragazza non c’è più nulla da fare: viene catturata e inghiottita dalla macchina gialla.
Per Jacopo, unico testimone dell’accaduto, è l’inizio dell’incubo.
Tra antichi miti, moderne leggende metropolitane e rituali occulti che s’intrecciano con la cronaca nera, Imperial offre un viaggio di sola andata nell’ignoto.

Di Alessandro Girola ho già scritto più volte su questo mio personale e discontinuo Taccuino. Blogger, autore convintamente auto prodotto e virtualmente, amico. Non ho mai nascosto di apprezzare la sua produzione e di sottolinearne l’evoluzione costante, libro dopo libro. Lui, assieme a diversi altri autori indipendenti che han fatto della rete il terreno privilegiato, attraverso il quale promuovere e diffondere la loro attività letteraria, è capofila di un piccolo ma saldo baluardo tutto italiano, in difesa della letteratura fantastica. Storie horror, di fantascienza, steampunk, dieselpunk, supereoistiche, ritrovano libertà e nuova, faticosa vita grazie ai formati elettronici e a una fiera e inevitabile indipendenza rispetto al problematico panorama nazionale. Provo una sconfinata simpatia e solidarietà, verso questi progetti e non sarà impossibile che il futuro mi vedrà aderire in toto a questo tipo di iniziative, affiancando delle pubblicazioni autoprodotte alla mia attuale attività di piccolo autore nel mondo editoriale “convenzionale”
Uso sempre una certa prudenza nel fare accostamenti, quando recensisco un libro ma questa volta, con una certa serenità, mi sento di affermare che, con Imperial, Girola realizza il suo lavoro più kinghiano. Non solo per lo spunto di partenza, dove l’omaggio a Christine la macchina infernale è palese e dichiarato. Con il suo consueto stile essenziale e curato, il clichè dell’automobile maledetta, vero esempio di contaminazione tra stereotipi dell’horror tradizionale e uno dei semboli più conclamati della modernità, diventa un espediente per raccontarci una quotidianità conosciuta dalla maggiorparte di noi lavoratori. La routine della trasferta casa-luogo di lavoro-casa si trasforma in un incubo ripetibile infinite volte. La spada di damocle di una costrizione morale a proseguire il viaggio perchè contrappasso obbligato per la sopravvivenza assume una valenza iniziatica che secondo il sottoscritto, arricchisce il testo di sotto testi più profondi e inquietanti di quel che una prima, fugace lettura può donare. Jacopo il protagonista è un giovane uomo qualunque, quello, che in letteratura anglosassone sarebbe definito come classico esponente della middle class ma con in più, quel senso costante d’incertezza, tutto italiano, che lo permea, creando più di una semplice empatia specie nei trentenni di oggi. Come sempre, richiami e rimandi sono disseminati con sapienza e mai spiattellati senza pudore. Il background dell’autore emerge costantemente, variegato e ricco e ogni tassello della storia s’innesta senza forzature. Basta vedere con quale naturalezza, da una berlina di produzione statunitense si va a finire al mito della Caccia Infernale. Infine, tutta la vicenda parte in una direzione e svolta man mano tutta da un’altra, in uno sviluppo sempre interessante e mai totalmente scontato.
Si trova su Amazon a un prezzo ridicolo e la lettura è ovviamente, fortemente consigliata.

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