Neir: Gli orrori della Valle Belbo, il Piemonte oscuro e gli amici colleghi

In una fase storica dell’editoria ( e della narrativa di genere) dove la definizione e la codificazione dei vari generi letterari è quantomai ondivaga, mi sono ritrovato a leggere una novella dell’amico, collega di penna e conterraneo Davide Mana. Si intitola Chi ha nella mani ha vinto ed è un piccolo gioiello. In poco più di venti pagine, Mana ci regala nell’ordine: una saga famigliare, uno spaccato di Piemonte dall’inizio del secolo scorso fino ai giorni nostri, una feroce analisi della società contadina(e non solo) piemontese e un dramma famigliare con sulfureo binomio vittima/carnefice tra sorelle, in una sorta di ” Che fine ha fatto baby Jane” intinto nella bagna Caouda. E’ una brutta storia, come ci annuncia l’autore, una storia nera come la pece, oscura come gli inverni delle valli del basso Piemonte, cruda, spietata. Nostra. Perchè al di la’ della finzione narrativa, la cosa veramente inquietante è che, chi come noi vive in queste lande, racconti simili, faide, storie di ordinaria crudeltà; consumate tra i bricchi e le vigne della costellazione di paesi nei quali, si è sviluppata la cultura popolare di certo Piemonte; suonano famigliari. Si sono sentiti. Sentiti dai vecchi, dai nonni, dai genitori.
Spesso ho parlato e continuo a parlare di chi sono e come sono i piemontesi, la mia gente e non dico tutto questo per livore o per quel gusto un po’ masochistico di sparare metaforicamente alle proprie radici ma perchè è più un onesto e sano guardarsi nell’intimo; al netto di difetti, meschinità e valori. Davide Mana, fa lo stesso con quella concisione ed essenzialità che solo un autore con un solido background, ritengo in grado di fare.
Stendhal, nei suoi Viaggi in Italia, diceva di aver visto nei piemontesi, uno dei popoli più cattivi d’Europa.
Anche per questo motivo, leggendo il racconto è scattata quell’intesa, quella comprensione profonda che ci accomuna in questi casi. La storia racconta orrori e questa volta non c’è nulla di soprannaturale. E’un vero noir, anzi, un Neir, nero in piemontese.
Provate, leggetelo anche e soprattutto se non siete piemontesi, può forse aiutare a capire un legame così viscerale di un popolo con la sua terra.In esso c’è qualcosa di Verga quando aveva scritto La Roba. Comunque sia, una gran lettura.
Qui, il doveroso link per l’acquisto su Amazon e per concludere simpaticamente in tema, musica:

Scrittura: I 13 punti


Meme irresistibile, quello creato e lanciato dall’amico e collega Alessandro Girola. Vizi, lazzi, fisse e manie di quando ci cimentiamo nella nobile e amatissima arte del raccontare le nostre storie. C’è chi, in gergo, chiama questi discorsi “scaccia fighe” ma quando tra appassionati e professionisti di un qualsiasi campo, s’inizia a parlare e raccontare e confrontare modi, mezzi, attrezzature varie, scatta una sorta di solidarietà e le parole sgorgano infinite. Mai provato a stare assieme ad appassionati di armi, oppure di informatica? Stessa cosa per noi scribacchini, contastorie, artisti della parola e quant’altro. Stimolato dalla staffetta proseguita da Marco e Davide, decido  di aggiungere il mio post a riguardo, così, per il gusto del tutto partecipativo di “dire la mia”

  1. Non ho orari precisi per la scrittura, questi sono dettati esclusivamente dalle cadenze imposte dalla quotidianità di lavoro e famiglia. Devo però segnalare il tardo pomeriggio e la sera come momenti privilegiati. Quando il romanzo è in conclusione e i tempi di consegna concordati con l’editore stringono, allora anche la notte fonda diventa un prezioso contenitore di tempo da sfruttare.
  2. Da quando mi sono trasferito sui bricchi, posso dire di avere un luogo deputato e privilegiato: il mio studio. L’ho ricavato chiudendo un porticato e trasferendo tutti i volumi in mio possesso, computer fisso, stampante e faldoni di documentazione varia. E’ un ambiente che non mi stufo mai di elogiare e orgogliosamente mostro a ogni minima occasione. E’ la mia Fortezza della Solitudine, ormai irrinunciabile ma quando l’esigenza stringe, qualsiasi altro luogo e frangente disponibile sono utili per proseguire le mie storie.
  3. Quando scrivo, ho sempre a fianco una mug, ovvero una tazzona di te, del quale sono un assiduo bevitore. Ultimamente ho scoperto anche il te rosso sudafricano, il rooibos, molto gustoso ma privo di teina e caffeina e quindi poco adatto per le sessioni notturne.
  4. Devo scrivere in assoluto silenzio, anche se mentalmente ho sempre una colonna sonora della storia. L’unico rumore che non mi disturba e anzi, favorisce la concentrazione e il ritmo di scrittura, è quello classico della macchina da scrivere. A tal proposito, ho trovato un programmino chiamato 15Typerite che lo riproduce egregiamente ogni volta che digito sulla tastiera. Bellissimo.
  5. Ho il feticcio delle Moleskine. Non sto mai senza e le riempio di appunti, pensieri, incipit, frasi e descrizioni. Come chissà quanti altri, tra l’altro.
  6. Scrivo utilizzando principalmente Word2007  ma all’occorrenza mi capita anche di utilizzare un vecchio portatile che ho salvato installandogli sopra Xubuntu e su quello uso il classico abiword
  7. Di solito ho sempre due/tre romanzi incominciati ma quando la “traccia è calda” mi concentro totalmente su uno solo. A volte mi capita di far convergere due storie e da esse costruire un singolo romanzo. La maggior parte delle mie storie nasce così per sedimentazione.
  8. Tendo a vestirmi in maniera molto informale e libera (leggi: male) tute da ginnastica, jeans lisi e sdruciti, felpe o camice vecchie
  9. Non scaccio nessuno dal mio studio ma in quel caso, non posso continuare a scrivere. la solitudine è fondamentale.
  10. Sono meteopatico, alla mia maniera. Odio il caldo e amo il freddo, la pioggia mi fa stare a mio agio, la neve mi fa sognare, il vento mi rende ilare ed euforico. Per questi motivi, la stagione estiva è quella che influisce nella maniera più negativa sulla mia produzione
  11. Come si sarà capito, il dono della concisione non mi appartiene del tutto. Scrivo quasi esclusivamente romanzi, altalenando tra le 20.000 parole del più breve alle circa 100.000 del più lungo. Mediamente, gli ultimi scritti altalenano tra le 50.000 e le 70.000
  12. Mi piace citare: altri libri, film,brani musicali ma mai direttamente. Cerco sempre d’inserire le citazioni in maniera indiretta e a tratti occulta: un gioco nel gioco
  13. Quasi tutte le mie storie, rientrano in un universo narrativo personale e piccoli, sparsi riferimenti per intrecciare tra loro i libri, ci sono sempre.

 

Ghites (Imago Mortis), di Samuel Marolla

Sinossi(dal sito Il Posto Nero): Milano, 2013. Augusto Ghites è un medium con un incredibile potere: entra in contatto con gli spiriti dei defunti solo sniffando o fumando le loro ceneri, come se si trattasse di una droga qualsiasi. Questa terribile dote, a metà fra la maledizione e la tossicodipendenza, fa di lui un uomo solitario, malinconico, ostaggio del proprio vizio segreto, e circondato solo da gente morta. Quando un’anziana ex prostituta gli chiede di aiutarla a scoprire l’assassino che nel 1953 uccise diverse sue colleghe, inizia per Ghites la discesa in un girone infernale di cimiteri, ex case chiuse, battone ottuagenarie, circhi malfamati, periferie invase da scorie chimiche e balordi di ogni risma, sullo sfondo di una Milano pre-Expo schizofrenica, spietata, preda degli istinti più bassi e del motto segreto che regola la vita dei suoi cittadini: homo sine pecunia est imago mortis, l’uomo senza denaro è l’immagine della morte.

Samuel Marolla è un nome che si sta inesorabilmente facendo strada nel difficile campo della narrativa horror nostrana. E giustamente. Questo suo ultimo lavoro è un’autoproduzione di lusso la cui lettura non fa assolutamente rimpiangere il nome di un qualche blasonato editore alle spalle. Ghites Imago Mortis è una storia che cita in maniera elegante e mai diretta un ideale pantheon letterario che spazia da Hammett a King, da Barker a Herbert, perchè Augusto Ghites è un personaggio profondamente noir e lo è in maniera quasi epistemiologica. Una rarità in tempi nei quali ci si riempe la bocca (e le copertine) di termini dei quali alla fin fine non se ne conoscono le esatte definizioni. Il noir tradizionale risponde ad alcuni canoni ben definiti:  uno spirito cosmicamente pessimista, un occhio spietato e indagatore nelle pieghe più oscure e suppurose della società, spesso, molto spesso, una narrazione in prima persona che inchioda il lettore a una soggettività priva di ogni via di scampo. A cappello di tutto questo, Marolla inserisce un elemento soprannaturale e agghiacciante che agisce da esaltatore lisergico di tutto quanto sopra descritto.

Questa è la cifra applicata nella narrazione di Marolla, cifra perfettamente armonizzata sullo sfondo di una Milano evocata come raramente mi è capitato di leggere. Un duomo di malaffare, perdizione e arroganza; proiezione esemplarmente nostrana di un mondo de-moralizzato da una globalizzazione vorace e cieca, pronta ad autocannibalizzarsi pur di sopravvivere e consumare.

E’ un romanzo asciutto ma ricco. Evocativo senza essere didascalicamente descrittivo, il che, dovrebbe essere l’essenza della vera narrativa, con buona pace dei salotti pseudo intellettuali che snobbano, sdegnosi ogni incursione fantastica perchè “lontana” dalla vita vera. Atteggiamento che sistematicamente mi manda in bestia per la supponenza, l’ignoranza e la cecità di tali spocchiose affermazioni.

Credo di aver percepito Milano come poche volte mi è successo( Doppelganger docet). Una Milano vera, sporca, isterica, sofisticata, ricca e misera.

La dipendenza di Ghites, in mano a chissà quanti altri, poteva diventare una demente trama pulp. Marolla ne trae invece una particolarità perfettamente funzionale alla trama e la carica di valenze che ricordano i trip di un Burroghs in pieno delirio creativo e in questo, non credo che alcuni riferimenti alla contro-cultura di quegli anni siano casuali.

Per contrasto, anche la Milano del passato riesce ad ammantarsi di un fascino inquieto da mondo perduto, tratteggiata con pochi efficaci passaggi, sufficienti però a calarmi tra le pareti tappezzate da macilenta carta da parati dei bordelli e a pensare alla Lancia Fulvia come qualcosa di ben più inquietante e kinghiano che una semplice auto d’epoca.

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La Corte di Paracelso, di Alessandro Girola

Sinossi , direttamente dal sito dell’autore:

Corte Serena è un esclusivo complesso residenziale, nel cuore della provincia di Varese.
Tre palazzi full comfort, compresi in un contesto moderno, circondato dalla placida campagna, con le Prealpi a fare da pittoresca cornice.
Adriano Altomare, bodyguard e buttafuori milanese, viene assunto come addetto alla sicurezza della corte. Un suo ex compagno di Liceo, l’architetto Simoncini, è il responsabile del progetto.
Ad Altomare bastano poche settimane per capire che nel complesso esistono segreti che non toccherebbe a lui violare. Tuttavia l’incontro con Sonia Krappan, una delle nuove residenti degli esclusivi condomini, spinge Adriano a indagare sui misteri di Corte Serena.
Tra rituali alchemici, teorie del complotto, vizi inconfessabili e comunità votate a pratiche erotiche estreme, la vita di Adriano e Sonia non sarà più la stessa.

Alessandro Girola ritorna con questa  novel a raccontarci l’altra Italia. Un’Italia apparentemente indistinguibile dal nostro vivere quotidiano ma lontana remoti anni luce dalle logiche dell’ignara normalità. Una caratteristica che sento molto vicina in questo autore è l’utilizzo che fa della letteratura di genere, del fantastique, horror, fantascienza, urban-fantasy che sia. Il fantastico, nelle storie di Girola è agile e potente veicolo di una serie di metafore attraverso le quali si legge l’oggi con occhio divertito e cristallino.

La Corte di Paracelso scomoda l’alchimia rinascimentale per raccontarci un micro cosmo lombardo, riflesso di una ricchezza e un rampantismo pervicacemente abbarbicati in una dimensione che non sembra essersi mai affrancata da certo edonismo figlio dei rampanti anni ’80 del XX secolo. Altri notevoli recensori hanno scomodato Cronenberg per riferirsi alle sotterranee citazioni ravvisabili in questo suo ultimo lavoro e ad un inedito sguardo pervaso di erotismo deviato e ipnotico ma il senso d’isolamento, di perdita, d’estraneità di un uomo che non appartiene alla classe sociale privilegiata che finisce sotto l’occhio di Girola, a me ha ricordato un non abbastanza conosciuto film horror del 1981, Morti e Sepolti ( Dead and buried) di Gary Sherman. Recuperatelo, ha una sua dimensione tematica originale e slegata dagli zombies romeriani.

Chiusa l’immancabile parentesi cinefila, torniamo alla novel. Girola sceglie una trama schematica efficace, l’ambientazione straordinariamente vicina e famigliare vira nell’horror e nel mistery con gradualità ben calibrata e la sua caratteristica prosa, secca e incalzante, è particolarmente scevra da fronzoli, complice anche il formato della storia ma vi vedo, in questa scelta, anche una comunicazione più profonda, una falsa superficialità che vuole immergere il lettore in una sterile componente della società nostrana, ricca, potente e consumata nell’anima, per mantenere lo status. Il protagonista, Adriano Altomare (cognome criptico: un uomo distante dalla realtà che si ritrova a vivere?) un ex componente delle forze speciali dell’esercito Italiano, riciclato successivamente in contractor, è cinico, disincantato, politicamente scorretto e perciò sincero e genuino. Un anti eroe di stile vagamente “vergnaniano” che risulta funzionale alla trama.

Non ci sono morti viventi voraci, vivi isterici, cartine al tornasole delle contraddizioni del mondo moderno occidentale. Prende la scorciatoia dell’alchimia, del mito dell’ homunculus, creatura artificiale, emulatrice del comportamento umano e con inedita efficacia e originalità, anche lui ci racconta una società incancrenita nel profondo, schiava delle proprie pulsioni, alla ricerca di una vitalità che inconsapevolmente è ormai persa, decomposta nel nome di un grande nulla.

Consigliatissimo e disponibile su Amazon, qui, a un prezzo ridicolo.

Boomstick award: i miei magnifici 7

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E’ con malcelato orgoglio che mi fregio del logo ufficiale del Boomstick award 2014. Il primo da quando esiste il Taccuino da altri mondi. Che dire? Sono confuso e onorato di essere riconosciuto al pari dei blogger veri, nonostante la perniciosa incostanza che contraddistingue le pubbligazioni di questo blog. Devo ovviamente ringraziare per l’assegnazione Marco e Davide, ai quali assicuro riconoscenza sempiterna e ora, mettendo bando a indugi e salamelecchi, mi attengo scrupolosamente alle direttive del creatore del premio:

1- i premiati sono 7. Non uno di più, non uno di meno. Non sono previste menzioni d’onore

2 – i post con cui viene presentato il premio non devono contenere giustificazioni di sorta da parte del premiante riservate agli esclusi a mo’ di consolazione

3 – i premi vanno motivati. Non occorre una tesi di laurea. È sufficiente addurre un pretesto

A cui aggiungo una quarta regola, ché l’anno scorso me le hanno fatte girare:

4 – è vietato riscrivere le regole. Dovete limitarvi a copiarle, così come io le ho concepite

Indi, ecco l’elenco dei miei 7 premiati:

  1. Book and Negative, di Germano Hell Greco. Perchè rientra nella cerchia di coloro che coltivano e nobilitano il fantastique e senza di lui, non sarei ora quì a fregiarmi di questo riconoscimento.
  2. Plutonia Experiment, di Alessandro Girola. Perchè abbiamo tante cose in comune e tutte fautrici di reciproca stima e perchè grazie a lui ho scoperto il gusto e il piacere di coltivare un blog.
  3. Il giorno degli zombi, di Lucia Patrizi. Perchè ama l’horror, perchè capisce di cinema tanto e più di tanti blasonati critici e perchè come Vasquez, ” è troppo troppa”.
  4. Prima di Svanire, di Marco Siena. Perchè è figlio dei ’90′s, un amico anche se non ci siamo mai visti e perchè visitando il suo blog mi sento un po’ a casa.
  5. Strategie Evolutive, di Davide Mana. Perchè è un appuntamento immancabile delle mie mattine, a colazione; perchè è pulp e come me, oltre a condividere le origini, è un uomo d’altri tempi.
  6. Lo Spettatore Indisciplinato, di Davide Viganò, perchè è un maniacale cinemaniaco, perchè le sue critiche sono complesse e strutturate e perchè è un Compagno.
  7. Nocturnia, di Nick Parisi. Perchè di blog dedicati al fantastique così riccho di interviste realizzate con rigore professionale, raramente ne ho trovati, perchè ama e sviscera il fantastique e perchè Nick è in gamba.

Per i grandi esclusi, aspetterò la prossima occasione!

Intanto, grazie e ancora grazie!

La notte dei cacciatori, di Davide Mana

Sarei scontato se introduco questo articolo, ripercorrendo l’irrinunciabile eredità che Howard Philips Lovecraft, ha lasciato nell’immaginario collettivo di scrittori, registi, illustratori e spassionati amanti del fantastique. Se ne è parlato ampiamente, sviscerando il discorso da ogni punto di vista possibile e immaginabile e menti ben più competenti e titolate di quella del sottoscritto, han detto l’autorevole loro. Quel che mi interessa è sottolineare come un mio caro conterraneo, il dottor Davide Mana. personalità eclettica e genialoide, sia riuscito, nello spazio angusto e impegnativo di un racconto, a riassumere mirabilmente atmosfere e tematiche lovecraftiane, fondendole con abilità in un contesto che mi è tanto caro quanto vicino: il basso Piemonte.

La Notte dei cacciatori, rientra nella categoria delle novelette, poco più di 4000 parole e in essa riesce a farci stare: una caccia all’uomo, una storia di malavita nell’immediato dopoguerra, un orrore lovecraftiano, un complotto globale e il tutto sullo scenario rurale e desolato della valli Bormida, Belbo e Tanaro. Casa mia. Casa nostra.

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Da scribacchino tendenzialmente prolisso qual io sono, non ho potuto esimermi dal provare ammirazione per la straordinaria abilità di Mana nel sintetizzare il tutto senza sacrificare ritmo, atmosfere e profondità di una trama che non si fa mancare niente.

Il background pulp e classico di Davide Mana, emerge agilmente tra le righe incalzanti de La notte dei cacciatori. Fumose reminiscenze hard boiled alla Hammett o Spillane, il divertimento che traspare da ogni singolo vocabolo scritto dall’autore, gli inenarrabili orrori di antichi signori sempre pronti a riprendersi il nostro mondo, una terra ancorata a miti arcani e in conseguenza di ciò, degradata, arretrata, sepolcralmente chiusa in se stessa. Veramente ho percepito il Piemonte come il new England italiano.

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Non me ne vogliano i lettori non piemontesi. Inevitabilmente, questo post peccherà di campanilismo. Non un campanilismo esaltante e prepotente, intendiamoci. Mana è estremamente critico con la sua terra e su questo lo capisco. Profondamente.

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Il Piemonte ha sempre altalenato tra progresso e desolazione, conservatorismo caparbio e innovazione sommessa. Una terra ancorata a miti e tradizioni ancestrali in maniera  gelosa e convinta, profonda. Più di quel che si pensi consciamente. Un territorio simile non può non essere sensibile alle atmosfere del buon caro vecchio HPL e nel bene e nel male, noi scribacchini e scrittori che da questa terra proveniamo, non riusciamo a esimerci da tutto ciò.

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Davide Mana l’ha fatto in maniera esemplare.

Scaricatelo qui, costa quanto un espresso ma diverte di più

P.s. Le foto postate sull’articolo riassumono i luoghi evocati e sono state scattate tutte in un’area compresa tra i comuni di Costigliole d’Asti, Nizza Monferrato e Acqui Terme, nel pieno delle zone descritte del racconto.

Il nodo della Strega, di Marco Siena

Copertina del libro

Sinossi(dalla pagina Amazon del libro)

Al ritorno dal funerale di un amico, Lorenzo incontra Elia, uno strano tizio che gli propone un accordo: in cambio di un favore, di cui però non rivela la natura, lo farà tornare indietro al giorno che desidera.
A gestire il patto, compare un enigmatico consulente, che premette vigilerà su Lorenzo affinché non alteri gli equilibri della Storia.
Lorenzo, sebbene scettico, è tentato: nell’improbabile caso fosse vero avrebbe molto da guadagnarci potendo sistemare la sua vita alla deriva, partendo con l’impedire che la sorella, scomparsa anni prima, venga rapita.Un romanzo che mischia orrore e ironia alle atmosfere delle correnti rock degli anni ‘90 e
ai teen-horror di quel periodo.

Mi ritrovo e con piacere, a parlare di un membro di quel cartello di scrittori e autori nostrani, che hanno coraggiosamente scelto di sganciarsi dalle dinamiche asfittiche di un mercato editoriale nazionale stanco e stantio. Sono autori differenti tra loro per stile e impostazione ma tutti uniti dal mai abbastanza elogiato sforzo di proporre le svariate e stimolanti declinazioni del genere fantastique, termine con quale definisco la multiforme galassia di generi che in italia sono sistematicamente e snobisticamente sbeffeggiati e denigrati, salvo celebrate e commerciali uscite estere.

Il nodo della Strega è la personale interpretazione di Marco Siena di un’ italian graffiti sugli anni ’90. Siena è di qualche anno più giovane di me. I suoi anni ’90 sono quelli forgianti dell’adolescenza. Io, nel 1994, avevo ormai 26 anni, un anno in meno di Kurt Kobain, ma ciò non toglie che quel decennio, è stato quello dei miei vent’anni e molte delle sensazioni che nel romanzo di Marco Siena, emergono, sono state capaci di farmi rievocare un mondo così vicino ma irrimediabilmente perso.

L’elegia del passato è una leggera malattia che prima o poi contrae qualsiasi scrittore. I ricordi, le nostalgie, la visione retrospettiva del tempo che ha visto la  giovinezza, protagonista incontrastata dell’esistenza di ognuno di noi, induce nella stragrande maggioranza dei casi, opere di buon livello, quando non ottimo. basta pensare a Stand by me di King o quel meraviglioso e struggente racconto di fantascienza, col quale Harlan Hellison aveva vinto il premio Hugo nel 1978, Jeffty ha cinque anni.

La base di partenza è quel desiderio inconscio che credo ogni essere umano sulla faccia della terra, ha provato prima o poi: il sogno di ritornare indietro mantenendo la consapevolezza e la memoria degli errori passati. Rivivere la propria infanzia o gioventù con la maturità dell’età adulta. Come citava l’immenso Vittorio Gassman, ne Lo zio indegno: “ritornare dal primo amore ma con un cazzo così”. Da questa base di partenza, indipendentemente dagli espedienti utilizzati, la tentazione di un unico, malinconico affresco di ricordi, è forte e pericolosa. Poteva essere un romanzo sull’adolescenza dei ’90′s come tanti altri ma per fortuna non è così. Come dichiarato espressamente dal’autore, l’omaggio ai teen horror c’è, è vivo e vegeto e funge da spezia gustosa per un libro la cui tematica correva il rischio di rendere in realtà insipido. Diciamoci la verità, gli scaffali, virtuali e non, sono stracolmi di storie di gioventù con venature più o meno marcate di autobiografia.

Ne Il nodo della Strega, ci sono invece magie, streghe, appunto e la ri-scoperta delle persone che hanno attraversato la vita del protagonista. Lorenzo, l’io narrante, passa da un oggi desolato e senza prospettive a un ieri, nodo cruciale della sua esistenza, con l’intento determinante di mutare il corso della storia. Un grosso merito di Siena è quello di riuscire ad affrontare tutta una serie di situazioni, narrativamente non semplicissime,  agilmente e con semplicità. L’impatto della coscienza adulta di Lorenzo con la vita di studente, una quotidianità trasformata dall’assenza di cellulari, da tutta una serie di libertà che nell’adolescenza non sono scontate e l’ansia sottile che percorre tutta la vicenda, portata dal peso della missione che ha scelto di compiere; sono tutti momenti che avrebbero potuto appesantire la vicenda o renderla insopportabilmente prolissa. Rischio sventato. La scrittura è agile, leggera, giovanile, in un certo senso, nel nome di una coerenza stilistica che è legata allo spirito della storia. Una tendenza che già avevo avuto modo di notare in Ignizione. E’ un romanzo rock, quando per rock si intende libertà, ribellione, critica e sentimento ed è sottilmente indagatore verso quel che stavamo diventando e purtroppo, siamo diventati. Le speranze perse non sono solo quelle di un ragazzo che suona la chitarra elettrica e ascolta i maestri del grunge ma ritroviamo quelle di una intera nazione, come nell’illusione dello zio di Bob, di lasciare in eredità un negozio di elettronica oppure nel disinteresse più ostentato verso un evento culturale, come l’annoiata partecipazione alla mostra di archeologia. Mentre il nuovo avanzava, regalandoci in realtà il peggior e stantio vecchiume, amori si trasformano, le speranze avvizziscono ma altre, fortunatamente nascono.

Una nota particolare la merita il personaggio di Bob, l’amico quasi ignorato nella linea temporale precedente e riscoperto nella seconda chance. Un anarchico, apparentemente svagato, stordito ma in realtà acuto e adagiato a osservare il mondo dal suo sconsiderato e privilegiato punto d’osservazione. Un co- protagonista col quale è impossibile non empatizzare, una delle creazioni più riuscite di Marco Siena.

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Lone Survivor, di Peter Berg

Una delle locandine del film

Tratto dal romanzo autobiografico dell’ex Navy Seals Marcus Luttrell, Lone Survivor: The Eyewitness Account of Operation Redwing and the Lost Heroes of Seal Team 10, il film di Peter Berg si sobbarca il difficile compito di raccontare una guerra della quale non si sa praticamente nulla. La campagna in atto in Afghanistan gode infatti di una schermatura mediatica che non ha precedenti nella storia della guerra moderna. Dopo le guerre  degli anni ’90, dalle grottesche riprese in tempo reale delle televisioni statunitensi, dello sbarco dei marines americani in Somalia, alle leggendarie dirette satellitari della CNN,durante i bombardamenti di Baghdad; dopo l’11 settembre, l’atteggiamento del Pentagono è cambiato drastricamente. L’Afghanistan, per i media è un nome, una cartina e gli asettici comunicati stampa delle forze armate NATO. nessun embedded al seguito delle truppe, nessun cronista che possa toccare direttamente con mano quanto accade sul campo di battaglia. Un coltre asettica, neutra, che ha il potere di rendere remota e indistinta un’operazione bellica dura, difficile ed estremamente violenta.

L’operazione Redwing era l’ennesimo tentativo di scovare e uccidere uno spietato capo talebano, tale Ahmad Shah. La pattuglia di ricognizione che viene inviata in avanscoperta è composta da un gruppo di Navy Seals, uno dei reparti speciali più efficienti e preparati delle forze armate statunitensi. Isolati a causa delle enormi difficoltà di comunicazione, tipiche dell’Afghanistan, gli uomini dovranno resistere alla caccia delle milizie di Shah e sopravvivere fino all’arrivo dei soccorsi. Se ne salverà soltanto uno.

Non è facile approcciarsi a un film come questo. E’ un’operazione di delicato equilibrirsmo che deve impedire scivoloni di tutti i tipi: ideologici, politici, critici. Berg punta tutto sulla classicità tematica del war movie. C’è l’umanità del combattente, uomo prima che soldato, c’è la considerazione che la guerra non conosce etica, c’è un certo scoperto citazionismo e un paio di scivoloni retorici.

Se lo guardo con l’occhio dell’ex militare, qual effettivamente io sono, il primo giudizio è positivo. Raramente ho visto attori muoversi e maneggiare le armi con tale realismo. Non a caso i consulenti che hanno seguito il cast, provenivano proprio dalle file dei leggendari navy seals. E si vede. Nessuna gratuita “rambata”, le pose, le movenze, sono quelle. Perfino l’audio è sopraffino e il suono dei colpi e delle raffiche è decisamente credibile. La coerenza della vita degli uomini in guerra nel XXI secolo emerge da tanti piccoli ma significativi particolari. Il film si apre mostrando gli membri della squadra che dormono. Dormono nelle attese snervanti degli appostamenti e dormono in ogni momento libero possibile. Sembra una banalità ma chi ha vissuto sotto le armi a certi livelli , sa bene che l’ RCO (Recupero delle Capacità Operative) è una componente essenziale e non sempre assicurata. Il sonno è una carenza e un’esigenza costante.

L’inadeguatezza di un esercito pesantemente tecnolocigizzato come quello americano, emerge impietosa sullo scacchiere afghano. Mi ha ricordato, per alcuni versi I guerrieri della palude silenziosa, di Hill. Film che era a sua volta una sorta di capovolgimento di Rambo. Da una parte avevamo un uomo solo, dotato soltanto della sua inventiva e della sua capacità di adattamento all’ambiente circostante contro una società moderna, dall’altra un gruppo di soldati, espressione del progresso USA, contro una realtà ancestrale. In Lone Survivor assistiamo alla stessa situazione. Un vallata delle montagne nel nord est del paese( riproposta non troppo verosimilmente tra i monti del New Mexico) taglia fuori da qualsiasi comunicazione radio e satellitare. La pattuglia è isolata e la situazione degenera in breve tempo. Quando diventa disperata, un bisticcio di tipo logistico e burocratico ritarda i soccorsi. Siamo dalle parti di Black Hawk down anche se Berg, forse per obbligo e/o riconoscenza verso lo stato maggiore USA che gli ha permesso di girare il film, non ha lo stesso occhio critico di Scott. C’è la discussione sull’uccidere o meno dei pastori, involontari testimoni della loro missione che sottolinea la disumanità del conflitto. La scelta più etica e corretta si rivela fatale. Una strizzata d’occhio a Salvate il soldato Ryan, l’ho percepita attraverso il cecchino monologante.

Marc Wahlberg, che oltre a interpretare l’unico sopravissuto della squadra risulta anche tra i produttori, recita con compostezza. Evita facili eroismi e dimostra di aver ben compreso lo spirito di uomini come Luttrell, uomini che vedono le loro missioni come un lavoro, pericoloso, professionale ma pur sempre un lavoro. Il resto del cast, da Eric bana a Taylor Kitsch; da Emile Hirsch a Alexander Ludwig si adegua con buona professionalità.

Tecnicamente è pregevole, Lone Survivor. Una fotografia luminosa, patinata che dona una consistenza iper realistica a tutto il film. Le scene d’azione sono violente e spiazzanti come lo sono i veri combattimenti. I corpi impattano, cadono, rotolano, sanguinano dolorosamente. Tutta la cruda fisicità e sofferenza del combattimento emergono con ipercinetica credibilità e, come contrappunto, forse per mitigare una cifra stilistica che sembrava rischiosamente far prendere la mano al regista, alcuni  ralenty di peckinpahiana memoria.

Non è troppo scontato, infine. Se i talebani sono brutti, sporchi, cattivi e spietati, non lo sono tutti gli afghani e tutti i personaggi del film sono potenzialmente vittime del conflitto. nessuno escluso. Come già detto, un paio di scivoloni retorici fanno correre il rischio, a Lone Survivor, di vedersi appioppata la fastidiosa etichetta di film propagandista ma se si va oltre quelle due situazioni, che invero stonano con il resto della narrazione, ci si accorge che è probabilmente un lavoro più onesto di quel che rischia di apparire.

Brama, di Arne Dahl

Ho scoperto questo autore svedese grazie al caso e all’omonimia con Roal Dahl. Arne Dahl è attualmente considerato uno dei migliori giallisti della scena scandinava e dopo aver letto questo suo corposo Brama (come al solito i titolisti italiani riescono a snaturare gli originali) devo convenire che tale fama non è frutto di facile sensazionalismo.

La trama, tratta dal sito della Marsilio è la seguente:

Tra le strade di Londra agitate dai fatti del G 20, che insieme ai presidenti delle grandi potenze ha portato violenza e disordini, un uomo dai tratti asiatici è investito da un’auto mentre cerca di passare delle informazioni a un osservatore dell’Europol. Ma le sue ultime parole, sussurrate all’orecchio dell’ispettore Arto Söderstedt prima di morire, sono incomprensibili. Dopo pochi giorni, in un parco della capitale viene ritrovato il cadavere di una donna. Anche lei portava un messaggio per la nuova, segretissima unità operativa OpCop dell’Europol, il gruppo scelto di polizia europea che si trova ora ad affrontare la sua prima indagine. Due casi di morte apparentemente isolati, che rivelano invece un nesso sorprendente, un filo che si estende dall’Asia all’America, passando per l’Europa, e coinvolgono gruppi malavitosi di ogni paese. Una faccenda per OpCop, insomma, il cui obiettivo dichiarato è sconfiggere la criminalità internazionale.

Lo spunto è decisamente gustoso: la nascita di una sorta di FBI europea sullo sfondo della globalizzazione della criminalità. La storia è molto ben sviluppata e moderna, gli intrecci complessi e le vicende che vi si intersecano, tortuose ma credibili. La rete di relazioni che lega realtà apparentemente lontane anni luce, l’una dall’altra, si svela attraverso un meccanismo poliziesco incalzante e ben attento alle metodologie che la tecnica del XXI secolo impone. Abbiamo un pool di poliziotti provenienti un po’ da tutta Europa e fortunatamente, Dahl evita stereotipi e clichè. Qualche iper critico ha sottolineato una leggera predominanza di personaggi svedesi ma personalmente l’ho trovato un appunto sterile e scarsamente influente sulla qualità del romanzo.

Da Paul Hjelm, funzionario della polizia svedese e capo del gruppo operativo a Jutta Beyer, tedesca della ex DDR; da Marek Kowalesky, esperto polacco di reati economici e finanziari a Fabio Tebaldi, poliziotto italiano condannato a morte dalla ‘Ndrangheta, la squadra di europoliziotti interagisce efficacemente e i diversi protagonisti riescono a essere più di semplici figure sullo sfondo di un caso complesso e straordinariamente ramificato. Lavinia Potorac è un’agente rumena, Miriam Hershey un’ex membro dell’ MI-5; Laima Balodis un membro della polizia lituana mentre Angelo Sifakis un greco, capo aggiunto del gruppo. Il gruppo OpCop si completa poi con Corine Bouhaddi, boeurre francese, forte e determinata, Felipe Navarro, un esperto informatico madrileno, Arto Sӧderstedt, finlandese di lingua svedese, Jorge Chavez, latino americano naturalizzato svedese e i diversi referenti in ogni paese membro. Con un filo sottile di ironia, Dahl costruisce questa FBI europea tenendo conto dei dosaggi quasi farmaceutici che le rappresentanze dei diversi paesi europei impongono, con un puro stile euro burocratico ma è bello vedere poi come il fine comune, unisca uomini e donne, provenienti dale realtà più disparate, cementarsi in un’amicizia incoraggiante.

Da un caso di pedofilia on line, un drammatico incidente durante il G-20 di Londra, il ritrovamento di un cadavere di donna sfigurato come un’opera d’arte, il giro delle eco mafie e il post 11 settembre, il puzzle di Brama si dipana con una prosa secca, dinamica ma non scevra di una certa eleganza formale. Il paragone con Millennium di Larsson diventa improprio. Al di la’ del valore della trilogia dello scomparso autore conterraneo di Dahl, quest’ultimo ritengo sia privo della tendente prolissità di Larsson e dotato di una notevole capacità di coinvolgimento. L’aspetto più interessante è l’evoluzione delle attività umane, sullo scenario globale e di come la rete, in quanto creazione umana, ne sia espressione di ogni aspetto, anche il più turpe. Questo inedito web che collega alta finanza, criminalità organizzata, politica ed economia; proprio come internet, crea legami in ogni dove e i glangli più disparati, finiscono con l’avvicinarsi e legarsi tra loro, indipendentemente dal fatto che essi siano rampanti capitani d’industria statunitensi, piccoli paesi del Tibet o mobilifici svedesi.

Il plot di Dahl, originato da una serie di romanzi precedenti e che vedeva protagonisti i poliziotti svedesi del Gruppo A, sembra possedere tutti i requisiti per una coinvolgente serie poliziesca. Un lavoro simile, l’aveva tentato, in televisione, il produttore americano Edward Allen Bernero, con il serial Crossing Lines che peccava mortalmente di scarsa credibilità. L’OpCop di Arne Dahl possiede invece una coerenza e un realismo squisitamente europei, nel quale è impossibile non sentirsi a casa.

Fabrizio Borgio: L’ispettore Drago esce dai libri è diventa un volto

Fabri:

Le sempre mutevoli, tortuose e stimolanti relazioni tra artisti hanno portato alla nascita di questo nuovo blog. Un progetto stimolante, della quale sono fiero di far parte e nel quale sono lusingato di esser citato.

Originally posted on Contaminazioni Artistiche:

fabrizio Nasce prematuramente nella città di Asti il 18 giugno 1968
Figlio di anni inquieti, passa un’infanzia chiusa e taciturna sviluppando la propria fantasia e creatività aiutato da libri, fumetti e televisione. Appassionato di cinema e letteratura, affina le sue passioni nell’adolescenza iniziando a scrivere racconti. Frequenta mediocremente un Istituto tecnico, insegue una certa vocazione per le armi, trascorrendo anni nell’Esercito. Congedato, comincia a guadagnarsi da vivere passando da un mestiere all’altro senza mai perdere di vista il suo divorante amore per la letteratura: operaio, tecnico, falegname, cantiniere, giardiniere, meccanico di scena, impiegato. Si muove irrequieto nel mondo del lavoro e scrive, segue stages di sceneggiatura con personalità del nostro cinema, tra cui Mario Monicelli, Giorgio Arlorio e Suso Cecchi d’Amico. Collabora occasionalmente con il regista astigiano Beppe Varlotta. Più recentemente, ha avviato altre collaborazioni multi disciplinari con il cantautore Beppe Giampà e il disegnatore Lorenzo Omedè. La fantascienza, l’horror, il…

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