Libri da Cinema: la mia personale TOP 5

Cinema e letteratura. Parafrasando: così vicini così lontani eppure, scagli la prima pietra chi non ha mai fantasticato su come verrebbe quel film tratto da un certo libro, magari anche col cast in mente… La mia sorellina putativa, Lucia, ha dato il la alla mia fantasia in questo stuzzicante e appetitoso post  e sull’onda del meme, colgo il testimone e il gradito invito, presentando la mia personale TOP 5

Pronti? Via!

5) Guardiamarina Flandry di Paul Anderson

Le avventure dell’agente segreto dell’impero terrestre Dominic Flandry sono sempre state una mia passione. In ogni romanzo del ciclo sono abilmente ed elegantemente miscelati i più felici ingredienti per un film di successo: un eroe ardimentoso, carismatico e un pizzico decadente, belle donnine di tutte le razze, intrecci stellari, razze aliene e azione azione azione. Guardiamarina Flandry è il primo della saga e introduce tutto l’universo che  ruota attorno al personaggio. Una simile miscela dovrebbe finire in mani fantasiose e capaci, tipo un David Twohy di Pitch Black

4)Gateway (La porta dell’Infinito)di Frederik Pohl

Altro titolo importante della SF moderna, il primo libro del ciclo degli Hee Chee riporta tutte le atmosfere, il brivido di meraviglia sconfinata e l’incognito dello spazio che ha tentato di farci provare Nolan con Interstellar.

C’è l’avventura, ci sono i wormhole, c’è mistero e scienza e uomini catapultati nell’infinito sconosciuto in cerca di gloria, ricchezza e fortuna per tutta la razza umana. L’unico nome che mi sovviene per un eventuale regista è Sebastiàn Cordero quel Cordero che ci ha regalato il meraviglioso Europa Report. Tutto detto.

3) Lo Stato dell’Unione di Tullio Avoledo

Tullio Avoledo è uno dei miei autori italiani contemporanei preferiti in assoluto. Ha un approccio estremamente originale e personale alla letteratura fantastica oltre che essere un narratore di razza come ne girano ben pochi nel panorama nostrano. Lo Stato dell’Unione è un’ucronia tra le più credibili e inquietanti che ho avuto modo di leggere. racconta meravigliosamente il nord est e mostra con lucidità inedita i lati più estremisti di certi leghismi che palpitano in odore di arianesimo e nazionalsocialismo, rievocando scenari balcanici in tutta Europa.Il primo nome che mi è balenato per la mente è stato Francesco Rosi. Un regista che sa coniugare visione filmica e cronaca come nessun altro, in Italia, basta vedere il suo pregevole Il caso Mattei. Malauguratamente, l’anagrafe è impietoso e il maestro ha superato i 90. In alternativa, anche Andrea Molaioli ha raccontato un nord est molto noir con il suo notevole La ragazza del lago.

2) La terra dai molti colori di Julian May

Per chi non lo conoscesse, questo è il primo titolo di una delle più belle saghe di fantascienza scritte negli ultimi trent’anni. Potente, complessa, originale. Il Milieu galattico dove l’uomo si è unito a una vasta confederazione di alieni avanzatissimi che permettono alla razza umana un balzo tecnologico di un miliaio di anni in poco meno di un secolo e dove i disadattati al nuovo mondo decidono di emigrare in un esilio senza apparente possibilità di ritorno, nel Pliocene; è un affresco raro per cura, complessità e ricco di spunti inediti, con una galleria di personaggi stimolanti ed eccentrici. Un’opera epica, barocca e trascinante dove a temi da hard SF convivono suggestioni deliziosamente fantasy in una fase della preistoria dove il nostro pianeta pullulava di vita e per giunta, aggiungiendoci due razze aliene naufragate all’epoca e in contrasto tra di loro. Ecco, immaginate tutto questo in mano a Guillermo del Toro, magari sotto la produzione di Spielberg… non vi viene l’acquolina in bocca?

1)Necroscope di Brian Lumley

Dopo tanta fantascienza, un horror con tutti i crismi. La storia dei necroscopi, individui in grado di comunicare con i morti e arruolati dai servizi segreti in piena guerra fredda è una vicenda talmente ricca di atmosfera e suggestioni che mentre leggevo il libro di Lumley, già sognavo a che film terribilmente interessante e avvolgente se ne poteva ricavare. Magari con un Tomas Alfredson pienamente calato nelle cupe atmosfere delle spie del paranormale…

 

 

Interstellar: quasi una recensione

Partiamo da un presupposto a dir poco banale: Io amo la fantascienza. E’ il genere che mi ha accostato alla lettura, alla scienza e a quell’idea squisitamente illuministica che l’uomo, al netto delle sue miserie, meschinità e furia assassina è un animale che può salvarsi e prosperare sempre e solo grazie al suo intelletto e alla conoscenza. Vista questa premessa, il 90% abbondante di Interstellar, diretto da Christopher Nolan, sembra concettualmente teso verso questi ideali. Aggiungiamo anche che il panorama SF cinematografico attuale, monopolizzato da trasposizioni Marvel e da dispotismi in salsa young adult non sembra aiutare il genere. Inevitabile quindi che l’hype costruito ad arte per l’uscita dell’ultima fatica del papà di un gioiello come Memento, fosse destinato a far lievitare attese e aspettative.

Ormai ho un’età. I facili entusiasmi non mi appartengono più ma un minimo di fiducia, dando una scorsa ai credits, me l’ero permessa: Nolan, Matthew McConaughey, Michael Caine, Anne Hathaway, le musiche di Hans Zimmer e la consulenza di Kip Thorne, fisico teorico di grande spessore nella comunità scientifica. Carte buone nel mazzo c’erano ma…

C’è sempre un ma a questo mondo. Ma Nolan stavolta s’imbarca su un’astronave difficile da pilotare. Ci prova, ce la mette tutta ma fa fatica a mantenere un assetto costante durante il volo e ogni tanto sbanda. Non ho intenzione di mettermi a fare le pulci al film. Anzi, a me da un certo fastidio passare al setaccio ogni minima incongruenza, imprecisione o discrepanza, andare al cinema deve essere un’esperienza visiva, intellettuale e totalizzante ma deve avvenire anche con una certa rilassatezza, sopratutto in un film di fantascienza che ambisce ad armonizzare hard sf e space opera. Il problema centrale di Interstellar è proprio questo: l’armonizzare il tutto. Non puoi scomodare un Kip Thorne per l’aderenza scientifica e poi prendereti abbondanti licenze poetiche, negando la prima. Come già detto, non mi metterò a passare i chicchi di riso del film, c’è chi lo ha fatto egregiamente, senza cattiveria e con onestà intellettuale ben meglio di me, qui, per esempio.

Interstellar cerca di prendersi i suoi tempi, il film è lungo e tenta  di creare le premesse per il nucleo centrale della vicenda. Il mondo è sull’orlo di un collasso ecologico e si assiste a una moria delle piante graminacee con conseguente rischio di morte per fame e inedia della razza umana. Il dissesto della Terra è rappresentato dall’avanzare di una polvere invasiva che inaridisce ogni cosa. Una bella metafora dell’inaridirsi della conoscenza, dello spirito di ricerca dell’uomo e la sua tensione ideale verso la scoperta e l’esplorazione. Metafora che viene poi didascalizzata dalla becera riscrittura della storia e la demonizzazione delle missioni spaziali. Ammiriamo il contrasto tra un mondo tecnolocigizzato (vedi i droni che svolazzano nei cieli e le macchine agricole robotizzate) e un’apparentemente bucolica de evoluzione verso un sistema di vita agreste, dove ingegneri ex astronauti si mettono a coltivare mais (l’unica graminacea alimentare ancora sana, sembra di capire) Questo ancorarsi alla terra, materiale e simbolico è un buono spunto. L’uomo non può continuare a stare aggrappato alla terra pena l’estinzione. Ci ho visto qualcosa di Gattaca

Screenshot da Gattaca

 in questa parte: un mondo futuro con un occhio perennemente voltato all’indietro, teso a mantenere un sistema statico e immutabile nonostante tutto e anche in Gattaca, la speranza, la riscossa parte poi dal viaggio nello spazio

.Ci sono poi gli inevitabili omaggi ai numi tutelari: 2001 Odissea nello spazio di Kubrick,

Citazioni…

Solaris di Tarkovskij,

Citazioni…

una spruzzata di Incontri ravvicinati… che ci stava bene solo che Nolan non è Kubrick. E nemmeno Tarkovskij. Nolan sbanda perchè sembra affannarsi a ricordarci ogni due sequenze che non voleva fare un “semplice” film di fantascienza. Nolan voleva fare di più e in questo affanno incorre in alcuni errori, secondo me madornali. Cade innanzitutto in una narrazione prolissa. Si preoccupa ossessivamente di dare spessore e umanità ai suoi personaggi ma finisce col farli dilungare in inutili monologhi dove fa dire cose a tratti imbarazzanti, come se dovesse farci un disegnino ogni volta che mette in bocca concetti filosofici o scientifici ai suoi astronauti (come fa bene notare Lucia Patrizi nella sua approfondita analisi, qui.) così abbiamo una Hathaway bamboleggiante in maniera inutile mentre McConaughey riesce a mantenere alto il pathos del suo personaggio senza gigionare eccessivamente; al che verrebbe voglia di dire che se hai fatto un film così “alto” non c’era proprio bisogno della postilla travestendola da prova d’attore. Azzardare accenni sulla teoria unificante, citare la forza di gravità come grande elemento interdimensionale e poi ficcarci dentro l’Amore come componente fisico(con buona pace del V elemento di Besson) temi “spessi” che non meritavano di essere messi lì così, come a voler tranquillizzare i recensori di Rete4!

Il cinema è innanzitutto narrare per immagini e in Interstellar, d’immagini da mozzare il fiaco ed evocare tutto l’evocabile, Nolan ne aveva letteralmente una galassia. Altro errore, secondo me imperdonabile per un regista è perdere lui per primo l’orizzonte del proprio film. Da un rigore scientifico ottimamente esemplificato dalla rappresentazione del whormhole nei pressi di Saturno

Alle astronavi, credibili e realistiche, con riprese in pieno stile NASA…

Interstellar aveva tutti gli ingredienti per un lavoro epocale, un film che poteva cogniugare spettacolarità, profondità autorale, rigore scientifico e il buon, caro, vecchio e compianto sense of wonder un po’ come aver tratto un film da Gateway di Frederik Pohl peccato che gli ingredienti sono stati miscelati male. Tutto qua.

Rimane comunque una bella esperienza, sul grande schermo. Il 70mm nel quale è stato girato, con tecnologia IMAX è una gioia per gli occhi. Gli effetti speciali realizzati con rara perizia (Pensate per esempio agli inediti ed accattivanti robot che coadiuvano l’esplorazione e la cui forma originale rimanda inevitabilmente ai monoliti…)

oppure alla notevole rappresentazione del tesseratto

il tesseratto di Nolan

Come non vederci la memoria di Hal9000?

Un’ultima postilla sulla colonna sonora. Zimmer è sempre una garanzia. In Interstellar sembra quello che più si è calato e ha colto quel che si voleva fare con questo film. Strizza l’occhio a Glass e regala ampi, meravigliosi respiri cosmici dandoci dentro di organi ed archi. Una delle cose più belle in assoluto. A tratti commuovente…

Grandi citazioni, grandi mezzi, grandi ambizioni e il tutto sminuito da una errata combinazione del materiale a disposizione. Avrebbe potuto essere realmente il 2001 del XXI secolo. Avrebbe.

 

Biondin all’Inferno, di Alessandro Girola

Sinossi (dalla pagina Amazon del libro)

La banda di briganti del Biondin è in fuga.

I carabinieri del Regno d’Italia braccano i banditi da giorni, costringendoli a una fuga nelle desolate brughiere delle Baragge.
Dopo essere incappati in una banda di misteriosi predoni, comparsi dal nulla con uno strano seguito di animali impossibili e di macchinari bizzarri, i fuorilegge sopravvissuti allo scontro sono costretti alla fuga attraverso un portale dimensionale.

Ora il Biondin e i suoi uomini si trovano in un luogo che ricorda l’Inferno dantesco, braccati da automi omicidi, da gorilla volanti, da feroci centauri e da creature ancora più pericolose.
La loro unica salvezza è rappresentata da una guida d’eccezione, un novello Virgilio che pare disposto ad accompagnarli verso l’unica uscita dalla Valle del Flegetonte…

 

Seguito diretto del precedente Biondin e i mostri, Biondin all’Inferno si presenta come una cavalcata onirica ed estraniante attraverso lande ultraterrene. Con tocco d’ironia, l’autore definisce l’opera un”Extradimensional Weird West” inserendo nella denominazione tutti gli elementi presenti nel libro. C’è uno spirito leggero e picaresco nell’avventura di Biondin, brigante piemontese realmente esistito e preso a prestito da Girola per trasformarlo in una sorta di icona da nuova Dime Novel. Lo spirito western, quello della frontiera emerge con un filtro inedito, contaminato da visioni dantesche, fantasie barocche e bestiari medievali. Ritorna quel boschian horror che aveva caratterizzato con suggestioni inedite le storie di Mondo Delta (e non a caso).

La vicenda scorre via veloce, incalzante. Lo stile asciutto e diretto di Girola appare ancora più secco e immediato, forse fin troppo, sacrificando così, nel nome dell’azione, le potenzialità suggestive ed estetizzanti che questa sua nuova costruzione avrebbe richiesto. Una narrazione un pelo più barocca e ridondante, alla Farmer o alla Vance a mio personale parere sarebbe stata perfetta ma Girola è Girola. Questi sono i suoi mondi, questa la sua narrazione e noi, perennemente affamati e appassionati di fantastique, lo amiamo così com’è.

Da leggere per evadere e divertirsi, ricevendo tanto con poco. Consigliatissimo

 

“Clown”. L’inquietante horror prodotto da Eli Roth sta per arrivare, ed è già polemica

Fabri:

Dal Blog cinefilo La settima arte, giro il gustoso pezzo sull’ultimo progetto al quale ha partecipato Eli Roth. Conoscendo il personaggio e la sua abilità nel creare hype ad arte in concomitanza con le uscite che vedono comparire il suo nome, mi riserbo francamente il beneficio del dubbio anche se l’idea è stuzzicante, le premesse pesanti il giusto e poi perchè, infine, i clown hanno un loro maledetto perchè nell’horror. Ringrazio virtualmente e pubblicamente Fabio Buccolini per il post e buona lettura.

Originally posted on La settima arte:

Una delle figure più spaventose, nel panorama horror odierno, il 13 novembre tornerà in sala e la sua locandina è stata classificata troppo impressionabile per poter essere esposta nei cinema.

Versione originale

Versione originale

Versione censurata

Versione censurata

“Clown” è cominciato per uno stupido gioco. il regista John Watts e lo sceneggiatore Chris Ford, fantasticavano sull’idea di produrre uno dei film horror più spaventosi della storia e l’idea era quella di raccontare la storia di un uomo che piano piano si trasformava nel demone di un clown assassino. Così entusiasti di questa idea, nel 2010 caricano, nel loro canale youtube, un finto trailer di un film intitolato “The clown” dove sviluppavano l’idea del demone di un pagliaccio assassino. Il Fake trailer spacciava perfino Eli Roth come regista ma nulla di vero c’era alla base. In poco tempo questo video divenne un fenomeno di massa tanto da far incuriosire lo stesso Roth. Quest’ultimo dopo aver…

View original 360 altre parole

Tornano le MASCHE!

Piccolo post di servizio.

Con un tempismo degno dei lungimiranti, la mia casa editrice, Fratelli Frilli editori, in concomitanza con Halloween e Ognissanti, ha deciso di ristampare Masche, la prima indagine dell’agente speciale del DIP Stefano Drago. Piccolo romanzo imperfetto, al quale sono molto affezionato, Masche è un horror puro, una storia di creature soprannaturali, di magie e di territorio. Ho voluto far emergere un Piemonte cupo e invernale, agreste e inquietante sulla falsariga degli horror padani di Pupi Avati e segretamente dominato da un pantheon ideale, strutturato sulle numerose figure fantastiche del folklore della mia regione… Lovecraft docet.

Per chi preferisce il formato elettronico, segnalo qui la pagina Amazon dove è sempre possibile scaricarlo a un prezzo tutto sommato vantaggioso mentre per il cartaceo ci si può appoggiare alle principali catene librarie, da Mondadori a Feltrinelli a IBS.

Buon Halloween!

Aspettando Halloween: l’òm Sërvaj

Raffigurazione mediovale dell’uomo selvatico 

La figura dell’ Uomo Selvatico è frequente nel floklore di un po’ tutta Europa. In nord Italia lo ritroviamo praticamente in tutte le regioni dell’arco alpino. In Trentino è conosciuto come Salvanel; il Salvan dei ladini; il Salvadeg della Padana e in Piemonte l’òm Sërvaj. Personaggio arcaico e remoto, precursore di gnomi, folletti e Troll, licantropi e Babau vari. L’aneddotica che lo riguarda è altalenante e controversa come gli avvistamenti che lo interessano. Figura solitaria e sfuggente, non dissimile dallo Yeti tibetano o il Sasquatch degli indiani del nord America, l’òm Sërvaj passa da essere fondamentalmente pacifico, solitario, dotato di una gentilezza candida e animale a mostro pauroso, seguendo forse quell’ideale processo di demonizzazione che certo cattolicesimo aveva operato nei confronti delle vestigia pagane che pervicacemente sopravvivevano alla conversione. L’òm Sërvaj avrebbe la caratteristica di impazzire per i fazzoletti colorati, al punto di accettarli come forma di pagamento in cambio di lavori pesanti. Da quì si potrebbe evincere una curiosa traslitterazione da “uomo selvatico” a “uomo servente“.

Gli atteggiamenti da buon selvaggio, sembrano essere le tracce rimaste di un modo di vivere intimamente legato alla natura e all’ambiente duro e difficile degli alpeggi. L’òm Sërvaj se ben trattato è gentile, servizievole e disposto a elargire consigli su erbe medicinali e filtri per il latte appena munto. Se maltrattato diventa cattivo e vendicativo.

Rinato negli ultimi tempi, l’òm Sërvaj lo ritroviamo recuperato in diverse manifestazioni delle montagne piemontesi, sovente legate ai diversi carnevali storici. Da Condove a Champlas du Col di Sestriere a Lajetto; il vecchio peloso e sapiente ricalca i nostri boschi. Archetipo di una comunione con l’ambiente che non è mai abbastanza incoraggiata e che diventa anche lui simbolo di un diverso sentire, del quale Halloween, a suo modo ne è un altro simbolo.

 

My Little Moray eel

Conosco virtualmente Lucia Patrizi da anni. Il suo blog, Il giorno degli Zombi è uno dei miei riferimenti in fatto di recensioni dedicate al cinema di genere e di lei apprezzo tutto quel che so e che sento: del suo amore per il cinema, per le storie, per il suo carattere, per la sua forza. E’ un’ideale sorellina putativa, la dove il vezzeggiativo non vuole essere diminutivo ma pura semplice e sfacciata dimostrazione d’affetto. E non sono il solo a pensarla così. My little moray eel è il suo primo ebook autoprodotto, disponibile per la solita miseria che si osa chiedere per il lavoro svolto, proprio a questo link.

Era nato come blog novel, un formato narrativo tipico della rete che non riesce a elevarsi dalla semplice dimensione di raccontino a puntate che difficilmente strappa interesse. Ci ho provato anch’io, lo confesso e l’idea si è arenata nelle distese del web, in alcuni capitoli di una storia horror/steampunk incompiuta. Fortunatamente, la nostra Lucy ha avuto i giusti incoraggiamenti, ha ripreso i files della storia e ne ha fatto il prodotto in questione.

Fortunatamente.

Partiamo con la sinossi (direttamente dalla pagina Amazon dedicata)

La Fossa delle Marianne. Il luogo più buio e silenzioso della Terra. Un ambiente ostile. Ostile come le misteriose intelligenze che lo abitano. Fin da bambina, Sara può comunicare con gli esseri che popolano l’oceano. Può nuotare fra loro, immergersi senza paura. Ma adesso qualcosa sta emergendo da quelle profondità abissali, qualcosa in grado di minacciare la sopravvivenza dell’uomo. E Sara dovrà scegliere da che parte stare. E a quale mondo appartenere.

Diciamolo: sto recensendo un ebook autoprodotto di fantascienza, tratto da una blog novel, con mostri giganteschi che stritolano navi come barchette di carta. Il rischio che questo post passi per una marchetta, un piacere fatto all’amichetta di rete è altissimo. Tanto alto da metterlo serenamente in conto e fregarmene. Perchè a me My little Moray eel è piaciuto. Non è semplicemente quello che ho detto sopra: è una dichiarazione d’amore per il mare. E’ l’omaggio appassionato e senza freni dell’elemento base della vita, indi è un omaggio alla Vita. La scrittura di Lucia Patrizi è salda e profonda. Unisce introspettività e sfracellamenti con una naturalezza che soltanto lei poteva armonizzare in questa maniera. In tutta sincerità, ho letto opere prime scritte ben peggio e squisitamente più brutte di questo ebook che non è perfetto ma è bello. I flashback temporali non sono disorientanti come a volte capita; la relazione tra l’inevitabilmente autobiografica protagonista e la creatura del titolo riesce a emanare un pathos sincero e l’insieme di quanto detto fin’ora ci regala non un semplice romanzo scritto per divertimento o narcisismo ma una sorta di piccolo saggio personale sulla natura, sul mondo che ci ospita e di come l’uomo possa o non possa rapportarvisi, pena la propria estinzione. Lo fa con tatto inaspettato, con dolcezza tutta sua.

Consigliato.

Vino Rosso Sangue: un calendario

Vino_rosso_sangue_per_web[1]Un altro colpo dal mio personale taccuino. Un post squisitamente di servizio, giusto per fare il punto della situazione sul versante delle famigerate presentazioni. Strumento primo e privilegiato di promozione e interazione tra autore, sua opera e pubblico.Perciò, sebbene di cose da dire e discutere sul blog ce ne siano a valanghe, ecco a voi il primo, parziale calendario di presentazioni del mio ultimo pubblicato:

  • 26/09/2014 Pavia, libreria Feltrinelli, via XX settembre, 21 h.18 a questo link tutti i dettagli
  • 10/10/2014 Savona, libreria Feltrinelli, via Astengo,11Evento rinviato per avverse condizioni meteo.
  • 10/10/2014 Carasco (GE), Antica trattoria Pedùn (cena a prenotazione) Evento rinviato per avverse condizioni meteo.
  • 19/10/2014 San Damiano d’Asti, birreria Q120, via Govone,4
  • 26/10/2014 Santo Stefano Belbo,Cantina h.16 Ca du Sindic,località San Grato,15
  • 08/11/2014 Libri in Nizza, Foro Boario, Nizza Monferrato h.17:00
  • 09/11/2014 Partecipazione all’evento Capogiro d’acqua, Costigliole d’Asti, sala consigliare in via Roma h.17:00
  • 22/11/2014 Mesi del giallo tappa di Chiusano.
  • 22/11/2014 Casa del Popolo Santa Libera, via Angelo Brofferio,129, Asti h.18   Evento spostato a data da destinarsi

Odiatemi

Questo è un post amaro. Amaro e rabbioso ed è una copia. La copia precisa di una nota che ho scritto di getto su Facebook. Uno sfogo non solo di pancia che cerca di esprimere un malessere che sono sicuro non essere il solo a vivere e percepire.La nota è pubblica ma non mi basta, voglio che la sua diffusione copra la totalità dei miei strumenti di comunicazione sul web e per questo motivo, dedico anche questo post.
Non mi perderò in ulteriori riflessioni, lascerò il tutto alle mie parole, ribadendo e sottoscrivendo ogni singolo concetto ivi espresso.
Buonasera.

Odiatemi, perchè vi odio.
Vi odio se siete tra coloro che gioiscono per le stragi dei clandestini, perchè così ci saranno parassiti in meno da mantenere; se siete tra coloro che pensano che sia giusto e sacrosanto ributtare a mare le torme di disperati che il nostro stesso sistema ha contribuito a creare; se in un’umanità affamata, distrutta, stremata, impoverita vedete un nemico e non lo specchio di quello che stiamo diventando; se vivete nella cieca, rancorosa convinzione che l’accoglienza, la fratellanza, la solidarietà siano lussi, siano soldi, siano un buonismo imbecille. Odiatemi. Cancellatemi, escludetemi, eliminatemi dalle vostre cerchie, dalle vostre amicizie, dalle liste di followers, di conoscenti.
Ripudiatemi, insultatemi, disprezzatemi. Ogni schizzo di melma che mi lancerete sarà una medaglia della quale orgogliosamente fregiarmi.
Non voglio aver niente a che fare con Voi. Non mi interessano più le vostre spiegazioni, le vostre motivazioni, le vostre pance arrabbiate, rognose, cattive, che spengono il cervello, annullano la ragione, negano l’intelligenza. Il vostro patetico, cieco vittimismo, l’invidia assurda che vede privilegi nel minimo che deve essere assicurato a chi non ha nulla; nel vostro nazionalismo d’accatto. Odiatemi.
Perchè non vi ascolterò più, perchè sono stufo delle solite, ossessive frasi fatte, del lavoro che ci rubano quando sono detenuti illegalmente in centri di accoglienza che hanno poca differenza da una prigione; dell’assistenza sanitaria che il giuramento di Ippocrate che ogni medico deve sottoscrivere, impone e che voi vedete come una sottrazione di un diritto mentre invece è un obbligo morale e universale; dei costi, l’ossessione bruciante e ossessiva dei costi, voi che , anche se precari, anche se disoccupati, anche se poveri, consumate 1000 rispetto a 1 di un cittadino del terzo mondo. Costi e spese di Welfare, l’assistenza sociale che il turbolibersmo che alimenta fame, disperazione, integralismi e distruzione, fa pesare come una colpa, colpa che voi, come cani di Pavlov scaricate sugli ultimi degli ultimi. Che involontariamente buttate merda sull’altro e vi lamentate della puzza, votando magari quei partiti che del turbocapitalismo sono schiavi totali e quindi complici e quindi responsabili dello smantellamento di tutto quel che dovrebbe essere diritto di tutti.
Vi riempite la bocca di popolo italiano, di razze, di giustizia mentre ripudiate ogni umanità, svergognate il popolo italiano, alimentate il razzismo, infangate il concetto universale della giustizia.
Odiatemi. Eliminatemi. Non voglio avere più nulla a che fare con voi, con la vostra visione orrenda di un mondo che si sta concretizzando. Datemi tranquillamente del Comunista, che ne sono fiero e mettetevi l’animo in pace, che tanto quello strisciante neo-nazismo cammuffato che favorite e inneggiate, sta arrivando, sta vincendo.
Odiatemi, che mi fate pena: ignoranti pecore che spalleggiano il lupo che le divorerà e se siente ancora in grado di leggere e comprendere quel che leggete, ricordate questa poesia di Martin Niemöller:

Prima di tutto vennero a prendere gli zingari. E fui contento perché rubacchiavano. Poi vennero a prendere gli ebrei. E stetti zitto, perché mi stavano antipatici. Poi vennero a prendere gli omosessuali, e fui sollevato, perché mi erano fastidiosi. Poi vennero a prendere i comunisti, ed io non dissi niente, perché non ero comunista. Un giorno vennero a prendere me, e non c’era rimasto nessuno a protestare.

Addio.

Trappola a Porta Nuova, di Rocco Ballacchino

Compagno di scuderia, Rocco Ballacchino è un altro interessante esponente di quel neir che ho presuntuosamente auto nominato e nel quale, inserisco tranquillamente anche questo Trappola a Porta Nuova. Prima di proseguire, questa è la sinossi, tratta direttamente dal sito dell’editore:

Daniele Bagli, un impiegato dalla piatta quotidianità, vorrebbe vivere un “giorno perfetto” incontrando una misteriosa ragazza, conosciuta su Facebook, di cui non ha mai visto nemmeno una foto. Affascinato però dalle sue parole è rimasto impigliato in quella rete virtuale che sta per assumere le fattezze della realtà. La stazione di Porta Nuova dovrebbe ospitare il loro primo appuntamento ma Bambi, è quello il suo pseudonimo, non scenderà mai da quel treno in arrivo sul binario 13. Quando poi il protagonista scoprirà il tragico destino di quella donna inizierà a confrontarsi con i suoi assillanti sensi di colpa e con la sensazione, che si tramuterà poi in certezza, di essere vittima di una impietosa trappola che prevede la sua incriminazione per quel delitto. In una torrida Torino, emotivamente sconvolta da quell’evento, inizierà infatti una caccia all’uomo in cui Daniele, braccato dalle forze dell’ordine, si muoverà alla ricerca di una spiegazione, di una possibilità di salvezza ma, soprattutto, di un nemico verso cui indirizzare tutta la propria rabbia.

A fine romanzo, nella pagina dei ringraziamenti, l’autore cita tra gli altri, Feodor Dostoevskij e Alfred Hitchcock e in effetti, il romanzo, risente potentemente dei due maestri. L’aspetto saliente di Trappola a Porta Nuova (da ora in poi TaPN)è la sensazione di inesorabilità degli eventi che sembrano risucchiare il protagonista,Daniele Bagli, in un gorgo di disperazione; catapultandolo da un appuntamento sul quale si caricano innumerevoli aspettative, all’incubo angosciante di risultare colpevole di un efferato delitto. A questo primo livello della narrazione, ritroviamo un plot obiettivamente molto hitchcockiano tanto che nel capitolo in apertura, quando Daniele si reca a Porta Nuova, con un abito inadeguato e un tenero e impacciato mazzo di fiori per la bella misteriosa conosciuta su Facebook, mi era impossibile non figurarmi la scena attraverso un lungo piano sequenza, sullo stile di Nodo alla gola e nella mente questa musica immortale:
Curioso notare come anche in Nodo alla Gola, erano ravvisabili elementi introspettivi e ossessionanti che rimandavano a Delitto e Castigo.
L’odissea di Daniele Bagli è interamente vissuta dalla voce del protagonista che narra in prima persona, una scelta non scontata, che immerge il lettore in un coinvolgimento diretto e senza scorciatoie. Si vive la speranza, lo sgomento, l’angoscia senza filtri, direttamente sulla pelle di chi si racconta. Incredulità e paranoia si sviluppano senza posa. La trama si dipana in un crescendo che viene mitigato da uno stile estremamente corretto, pulito, limato, ai limiti di un manierismo che forse avrebbe avuto bisogno di qualche smussatura dal momento che era tutto raccontato in prima persona.
Come ci si aspetta, la progressione dell’indagine personale e l’incalzare degli eventi, accelerano e si moltiplicano man mano che ci si avvicina alla conclusione. L’unica forzatura che vi ho ravvisato ma che non inficia minimamente il piacere e la passione della lettura di TaPN è la complicità di un commissario che sembra sbucare dalla vicenda con un’urgenza artificiosa ma che è in fondo funzionale allo sviluppo degli eventi.
Il senso di oppressione che si respira per tutto il romanzo è veramente soffocante, la sagoma incombente del Fabbricato Viaggiatori, con la sua struttura fine ottoecentesca uno sfondo potente e caratterizzante che proietta un’ombra funerea su tutti i protagonisti e rende sicuramente Ballacchino una penna da tenere d’occhio nel panorama della Tori(noir) che sta sorgendo. Un neir assolutamente consigliato.

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