Avrei voluto veder accadere cose nella mia vita. Sapevo che niente era come sembrava, ma non riuscivo a trovarne una prova.
La paura governa il genere umano. Il suo è il più vasto dei domini. Ti fa sbiancare come una candela. Ti spacca gli occhi in due. Non c’è nulla nel creato più abbondante della paura. Come forza modellatrice è seconda solo alla natura stessa.
Saul Bellow, Il re della pioggia, 1959
Saul Bellow, in questa citazione, era riuscito a fotografare il senso del vivere moderno con tutto il conciso acume tipico dei geni. Il re della pioggia, scritto nel 1959, nelle sue considerazioni sul contrasto tra il mondo occidentale e un’Africa fantasiosa e spirituale, non ha perso minimamente forza e acume, rispetto al mondo globalizzato del XXI secolo.
Da che ho memoria del mio vivere, paura ed orrore erano sentimenti costantemente evocati e ribaditi. Ero un bambino negli anni ’70, gli anni di piombo che vedevano l’estremizzarsi di una lotta politica presto sfociata nel terrorismo, tecnica che già dal nome, evocava una condizione costante di insicurezza e paura del quotidiano. C’erano le bombe, gli attentati, la minaccia dell’olocausto nucleare in un mondo bipolarizzato che, visto col senno del poi, aveva dato un equilibrio e una stabilità inaspettatamente saldi, impensabili, oggi. L’orrore di una distruzione totale conviveva e s’affiancava a quello dello smantellamento delle nostre piccole esistenze. Il rapimento di Moro aveva seriamente messo a rischio la tenuta dello stato democratico eppure, il controllo e il governo delle masse, passa perennemente attraverso la gestione più o meno scoperta delle paure. Paure molteplici e protoplasmiche, che spaziano in tutti i campi dello scibile umano e delle relazioni. Dai timori verso le ignote conseguenze del progresso bio tecnologico all’invasione dello straniero: gli zingari, gli extracomunitari, l’estremismo islamico che decapita in diretta e abbatte clamorosamente i simboli dell’economia globalizzata, la criminalizzazione dell’avversario politico. Tessere di un mosaico che ricompone le mappe del potere. George W.Bush è riuscito a perpetrare il suo mandato facendo pesantemente leva sul trauma dell’11 settembre; in ambito più casereccio, i politici di certa destra nostrana e la Lega in particolare, sono riusciti a governare e racimolare un rilevante consenso popolare sfruttando lo spettro degli “altri”, gli stranieri, gente brutta sporca e cattiva. Agitavano lo spettro di casbah fatiscenti lungo le strade delle nostre città, di muezzhin salmodianti sullo sfondo del duomo di Milano e donne in costante pericolo di stupro e rapina. Ed ha funzionato. Come funziona la crisi economica e la paura delle malattie, le pandemie. L’opinione pubblica e il mondo dell’informazione seguono e alimentano questo stato di cose, lavorano minuziosamente sul linguaggio e sul taglio dei servizi per una maggiore resa emotiva, spesso ai confini della correttezza deontologica e professionale, perchè paura e sensazionalismo generano seguito, ascolto e share. Lo spavento è come una moneta di scambio ed ha invaso la realtà. Paradossalmente, da questo stato di cose, proprio l’horror, il genere horror ne esce malconcio e depotenziato. La capacità di incutere, spaventare e intimorire è diventato un potere ghiotto che non si può condividere con chi, a tutto ciò, vuole aggiungerci il pensiero.
La paura, l’orrore che deve essere evocato e imposto deve, a differenza del cinema e della letteratura horror, annullare il pensiero. Si parla alla pancia per evitare che la testa comprenda e senza la testa, gli uomini sono tra le bestie peggiori del creato. Nona caso, il filosofo svedese Svendsen Lars ha scritto un pamphlet intitolato proprio “Filosofia della paura“dove ravvisa, in questo meccanismo un preoccupante limitatore della nostra libertà. Scrive Svendsen:
“Un tratto di base della società del rischio è che nessuno è fuori pericolo, assolutamente tutti possono essere colpiti, a prescindere dal domicilio o dallo status sociale” (p. 59). Caratteristica cardine di questa società, è che per dominare i rischi scegliamo mezzi peggiori del problema. “Si stima che circa 1.200 americani morirono dopo l’11 settembre 2001 perché avevano paura di prendere l’aereo e sceglievano quindi di prendere la macchina” (p. 64). La SARS ha fatto 774 morti nel mondo: il panico da SARS è costato 23 milioni di euro. Con una spesa del genere, si poteva debellare – per dire – la tubercolosi. Dal mondo”
Un richiamo simile, lo ritroviamo in “LA scimmia e l’essenza” di Aldous Huxley, dove scriveva questo passaggio particolarmente indicativo:
“La paura uccide in un uomo perfino l’umanità. E la paura, miei cari amici, la paura è la vera base e il fondamento della vita moderna. Paura della tanto agognata tecnologia che, se eleva il nostro livello di vita, accresce le probabilità di una nostra morte violenta. Paura della scienza, che con una mano ci toglie più di quanto generosamente profonde con l’altra. Paura delle istituzioni, di cui è facile dimostrare la fatalità, e per le quali, nella nostra fedeltà suicida, siamo pronti a uccidere e morire. Paura dei Grandi Uomini che, per acclamazione popolare, abbiamo innalzato a un potere del quale inevitabilmente fanno uso per ucciderci e asservirci. Paura della Guerra, che non vogliamo, e che tuttavia con ogni mezzo ci sforziamo di provocare”. Era il 1948.
Mentre scrivo questo post di getto, dopo aver rispolverato un po di letture a tema (vedete sopra) a Boston stanno vivendo i riverberi squassanti dell’attentato. All’aereoporto La Guardia di New York è scattato un allarme bomba per un pacco sospetto, allarme da poco rientrato. Obama parla alla nazione e conferma l’origine terroristica del gesto ma rimane ignota la matrice. In Siria continuano a morire bambini in una tragica e infernale normalità e l’Iran è stato appena colpito da un terremoto. Il mondo del 2000, un posto dove c’è poco da stare tranquilli. E sembra fare molto comodo.
Sinossi ( dal blog dell‘autore)
Nessuno avrebbe mai immaginato che la vittoria di American Dream, il supereroe più potente del pianeta, contro il terrorista soprannominato Legione dell’Islam, si sarebbe trasformata in una tragedia epocale. Invece è andata proprio così. Il mito incarnato, l’uomo invincibile, è stato infettato con un morbo di origine prionica che l’ha mutato in un mostro antropofago e spietato. Proprio lui, l’icona americana, ha scatenato una pandemia inarrestabile, la Gialla. Chi ne viene contagiato diventa a sua volta un cannibale insaziabile, un predatore alfa.
Supereroi compresi.
Sono bastati pochi mesi per devastare buona parte della East Coast, di cui ora rimane un incubo ammorbato e senza redenzione. Il nuovo regno di American Dream, Nightmare Estate, ha un fulcro, un’enorme necropoli che funge da capitale. E’ New York, un tempo simbolo di speranza e di vita.
Mentre il resto del mondo fa i conti con la pandemia, l’ex superuomo del team START progetta qualcosa di ancora più orribile, che farà capitolare del tutto l’umanità ai suoi piedi.
Solo un gruppo di disperati, supereroi di scarto, agenti segreti, ex criminali e vigilantes volenterosi, posso tentare di fermarlo, prima che American Dream porti a termine il suo piano: creare uno sconfinato esercito di infetti al suo comando.
Il termine tecnico, per questo tipo di narrazione è Crossover ed è particolarmente diffuso nel mondo dei fumetti e di certa letteratura e produzioni televisive.
L’intreccio di ambientazioni e storie differenti per creare, in confluenza un nuovo sviluppo è nato come “divertissment”, come diversivo che permetteva agli autori di uscire dai rigidi codici imposti da ambientazioni precedenti, caratterizzate con precisione e minuzia. Da un punto di vista squisitamente creativo è una valvola di sfogo per la fantasia galoppante di scrittori e sceneggiatori; dall’altro, un gustoso esercizio di speculazione che ogni appassionato, prima o poi, nella sua vita, si è divertito a immaginare. Difficile, viste queste premesse, non aspettarsi un’operazione simile da parte di Alessandro Girola, autore, recensore, blogger e anima pulsante di una parte della blogosfera legata al genere fantastico. Pandemic AD (da ora in poi abbreviato in PAD)non è solamente un crossover tra due universi di scrittura condivisa, Survival Blog e Due minuti a mezzanotte ma diventa anche ucronia, un What If necessario per la compenetrazione delle due saghe. Principali fonti d’ispirazione per questo ebook sono ravvisabili negli epici crossover marvelliani, specificamente Marvel Univers vs. The Punisher e Marvel zombies .
Uno dei grandi pregi della diffusione di ebook autoprodotti è la possibilità di pubblicazione di storie con tematiche di genere che, diversamente, nel nostro paese non potrebbero mai vedere la luce. Il mercato editoriale nazionale è tendenzialmente arido e tristemente influenzato da poche grandi case interessate a fare cassa sfruttando i trend del momento, in una spirale modaiola frusta e qualitativamente molto discutibile. In considerazione di questi assunti, le produzioni di Girola sono frizzanti boccate d’aria fresca che soddisfano un modesto ma a mio parere rilevante bacino d’utenza, che normalmente viene ignorato quando non maltrattato e nel quale inserisco sicuramente anche il sottoscritto. Ho cominciato a seguire il lavoro di Alessandro Girola contemporaneamente al mio esordio sul principale social network in Italia, Facebook, scoprendo il suo blog (all’epoca era ancora attivo Il Blog sull’orlo del mondo) e leggendo i suoi libri. La comunanza di passioni e interessi ha permesso una certa intesa tra noi due, quel tipo d’intesa che può instaurarsi tra persone che scrivono e che provano un palpitante amore per la scrittura, per il raccontare le storie che vorremmo leggere. Tutto ciò, è un ottimo collante oltre che terreno di stimolante confronto.
Veniamo all’ebook in questione. PAD è quel tipo di racconto che nel nostro paese è quasi impossibile vedere in narrativa. La commistione tra fumetti e letteratura, a parte qualche esempio “alto” come certe opere di Pratt, Battaglia o Gaiman è un’operazione difficile come un trapianto, che sovente può generare rigetto. Lansdale, con la sua prosa secca, asciutta e lineare c’era riuscito con una serie di storie su Batman e ci riesce, qua da noi, Alessandro Girola. PAD è un libro scritto con amore, passione e impegno e tutti questi sentimenti riescono a trasparire tra le righe senza però essere emotivamente soverchianti. Quando si ha la possibilità di lasciare le briglie della fantasia, è facile lasciarsi prendere la mano ma per quanto in PAD, i momenti di spettacolo e azione non mancano di certo, questi riescono a essere dosati e armonizzati nella narrazione. E’ una storia più evocativa di quel che si crede, a un primo impatto. La New York che emerge dal mondo devastato di PAD è credibile e minuziosamente tratteggiata. Girola ha messo a frutto in maniera ottimale le sue trasferte statunitensi. I personaggi sono ben delineati senza il bisogno di costruire un’introspezione psicologica che avrebbe necessitato di tempi narrativi e lunghezze poco consone al tono della storia. E’ evidente un’evoluzione nella scrittura di Girola, una trasformazione nella sua capacità di raccontare storie senza la pesantezza di didascalici messaggi insiti nella vicenda. In questo si dimostra un mestierante di buon livello che mantiene quel che promette e lo fa decisamente bene. Le relazioni tra i personaggi creano un mosaico interessante e le figure principali, a mio avviso specialmente quelle di Brent e Betta, emergono con una forza tranquilla e sulle figure femminili devo spendere una parola in più. In altre opere di Girola avevo sempre percepito una sorta di ritrosia, una difficoltà inconscia nel tratteggiare e sviluppare figure femminili; mi sembravano viziate da una specie di ingenuità che da Due minuti a mezzanotte in avanti è sparita. Da Libby a Sibir, le donne nel mondo di Alessandro Girola acquistano spessore e importanza. Sono maturate, come sicuramente è maturato il loro creatore. PAD si legge tutto d’un fiato, è veloce e dinamico come i super che lo abitano, non rinuncia alla violenza e a un pessimismo da tragedia greca che non fa altro che innalzare il livello dell’opera. Negli USA sospetto che Girola con i suoi universi, troverebbe uno sbocco ben più vasto (e retribuito) cosa che nel belpaese è ancora vista come utopia ma noi, che di mondi continuiamo a sognarne e inventarcene, l’utopia è soltanto una spinta ulteriore, la stella polare da seguire, per permettere ai nostri sogni di sopravvivere, anche se spesso, i nostri sogni sono incubi divertenti.
Doverosamente, a questo indirizzo, trovate i link per poter scaricare Pandemic AD. Buona lettura e buon divertimento.

Affascinante e degna di approfondimento è la storia di un antico reggimento franco-piemontese,il Carignano Salière, fondato nel 1636 dal principe Tommaso Francesco di Savoia, figlio di Carlo Emanuele I di Savoia. Dal titolo acquisito di Principe di Carignano, s’originò il ramo cadetto dei Savoia-Carignano, dal quale il reggimento prese il primo nome. Era composto per la maggiorparte da Savoiardi, Piemontesi e Liguri, uomini duri, molti dei quali, reduci dalla sanguinosa guerra dei trent’anni, quando, nella cosìdetta “fase svedese”si coinvolse il Piemonte nel conflitto. Alla morte di Tommaso Francesco, nel 1656, il reggimento passò al figlio, Emanuele Filiberto, il quale pose al comando, il colonnello svizzero Balthazar. Tre anni dopo, Balthazar, passò agli imperiali tedeschi ed Emanuele Filiberto sostituì il comandante con Henri de Chastelard, Signore di Salières, da cui il reggimento prese la denominazione definitiva di Carignano-Salière. Il reparto partecipò attivamente alle varie campagne della Fronda, durante il conflitto Franco-spagnolo fino al 1659 e, in successiva alleanza con gli imperiali, contro i turchi.
Dopo la pace dei Pirenei, Emanuele Filiberto si ritrovò impossibilitato a mantenere ancora il reggimento e lo cedette, così a Luigi XIV di Francia, il quale, rinforzando le fila con arruolamenti di ex mercenari tedeschi e irlandesi, decise di inviare il Carignano-Salière in Nuova Francia (Canada) per impiegarlo nelle guerre indiane in corso. Un’altra versione, vuole che i Savoia, vassalli del re Sole, furono gentilmente obbligati a inviare truppe di supporto alla Francia per il consolidamento dei suoi possedimenti coloniali nel Nuovo Mondo. Ritengo credibili tutte e due le versioni; probabilmente, alla fine, entrambe le motivazioni hanno portato gli uomini del Carignano-Salière in Canada.
I retroscena del coinvolgimento francese nelle guerre indiane nel nord del continente americano sono complessi e affascinanti. I francesi, in Canada, in realtà mantenevano rapporti pacifici e cordiali coi nativi. Avevano stretto alleanze strategiche con Huroni e Algonchini in funzione anti inglese e questi ultimi foraggiavano di armi i feroci Irochesi, utilizzandoli contro gli insediamenti francesi. Gli Irochesi, inoltre vedevano negli Huroni dei nemici da eliminare per accaparrarsi il controllo sul fiorente mercato delle pelli, che nella Nuova Francia era stato monopolizzato da francesi e Huroni.A questo scenario si aggiunge anche una rivalità di tipo religioso, con gli anglosassoni protestanti che non sopportavano l’azione missionaria dei cattolici francesi fra le genti indiane.
Tra giugno e settembre del 1666, gli uomini del Carignano Salières giunsero in Quebec e parteciparono a due campagne contro gli Irochesi. Nel 1667 fu stabilita la pace nel territorio.
Buona parte degli uomini del reggimento, scelsero di fermarsi nel Nuovo Mondo e vi si stabilirono come coloni. L’immissione nelle colonie di così tanti uomini, aveva evidenziato un problema sensibile: troppe poche donne. Fu così che dalla Francia, giunsero le “Fille du roi”, una variegata compagine femminile, composta da orfane, vedove, ragazze povere senza dote oppure penalizzate da lievi handicap ed ex prostitute senza tante altre scelte nella vita. Gli incentivi a sposare questi neo coloni, erano convincenti: concessioni terriere, prestiti per la costruzione della casa, un “pacchetto standard” di bestiame, composto da un bue, una mucca, due maiali, un pollo, una gallina, un barile di carne salata e armi. Era previsto anche un premio speciale al dodicesimo parto.
Con queste basi, gli ex soldati del Carignano Salière si diluirono nel tessuto sociale del nascente Canada. Soltanto una ricerca certosina ha potuto risalire alle origini di questi coloni, i cui cognomi, erano stati francesizzati eppure, ancora oggi se si spulcia un elenco telefinico del Quebec, il cognome Carignàn compare numeroso e diffuso.
Per chi volesse approfondire questo episodio, segnalo due libri specificamente dedicati alle vicende del Carignano Salière, il primo testo s’intitola Gli uomini del piccolo fiume. di Nuvolone Silvano e il secondo, Lungacanna di Guido Araldo.
Esistono giorni, come questo, in cui scrivere un post, in parte deviante dalla maggiorparte delle tematiche che normalmente affronto, si rivela da un lato una piacevole eccezione alla norma e dall’altra un antidoto contro una certa accidia che provo in queste ore.
Ho notato come susciti un certo interesse il parlare di passioni specifiche e veri e propri feticci, verso i quali, sovente artisti, scrittori e anche scribacchini provano un autentica venerazione, tanto da farne tratto distintivo della propria persona e persona(lità) ed anche il sottoscritto non si esime da tale vizio.
Il principale è certamente rappresentato dagli impermeabili. Sono un capo d’abbigliamento al quale non rinuncio, tempo permettendo. Attualmente ne possiedo quattro: un trench lungo, un australiano, un Fay e uno spolverino.
Sono vecchi, un po malconci e mostrano chiaramente i segni dell’età ma finchè un brandello li terrà su, continuerò indefessamente a indossarli. Fanno parte di me, sottolineano la mia personalità e il mio modo di essere e poi, ho precedenti illustrissimi…
Poi gli occhiali da sole. Rigorosamente Ray Ban wayfarer neri. 
Non mi dilungo su questo modello. Gli occhiali dei Blues Brothers, dei men in black, delle Iene… immortalati a incorniciare i volti di attori leggendari, da Jack Nicholson a Audrey Hepburn a, aggiungo io, Bill Murray. Un accessorio tra i più celebrati, schermo per le celebrità e per timidi fotofobici (indovinate a quale categoria appartengo)Resistenza, robustezza, leggerezza e qualità si ritrovano in questo oggetto. Potrei anche dilungarmi sull’impatto che gli occhiali da sole hanno sulla letteratura, specialmente di genere ma tengo l’argomento buono per un post futuro. Mi viene solo da citare Sunglasses after dark, della Collins e Mirrorshades, antologia cyberpunk. Gli occhiali, schermano, filtrano e agiscono sul vedere il mondo.
Ma il feticismo non è solo abbigliamento e accessori, diversamente potrei disquisire sulle mie passioni anche per le bretelle, le sciarpe, i cappelli e le cravatte.
Il feticismo in realtà è qualcosa di un po’ più complesso e solamente una cultura superficiale ed estetica come quella che stiamo ancora vivendo, riesce a ridurre un concetto così complesso a una discussione di moda oppure a basso prurito sessuale. Il feticismo da un punto di vista antropologico è una primitiva forma di religiosità, dove un oggetto specifico, viene caricato di valenze simboliche magiche. Da qui al concetto di venerazione, il passo è breve. Infatti, la venerazione è una forma profonda di rispetto, in questo caso non verso l’oggetto ma verso il significato che l’oggetto racchiude e rappresenta.
Facendo mie queste definizioni, ecco che riusciamo a nobilitare in parte le nostre passioni. I feticci occupano la nostra esistenza, la condizionano e plasmano i nostri comportamenti fino alle sfere più intime e siccome anche il sottoscritto non è fatto di legno, parte del mio feticismo interessa anche il mio erotismo.
Posso resistere a tutto, tranne che a un paio di gambe inguainate in autoreggenti!
Come diceva Truffaut, in quella sorta di film-manifesto che era L’uomo che amava le donne: “Le gambe delle donne sono dei compassi che misurano il globo terrestre in tutte le direzioni, donandogli il suo equilibrio e la sua armonia”
Truffaut, dichiarando con candore il proprio feticismo, era riuscito, in un certo senso, a ribaltare il concetto del feticcio. Le gambe delle donne, per il protagonista, non erano soltanto un oggetto che veniva caricato di significati spirituali ma era l’oggetto stesso a generarli, grazie alla forza creativa e preponderante della femminilità, della quale ne erano simbolo ed espressione.
Un richiamo irresistibile.
La trasposizione visionaria e metafisica del romanzo di Frank Herbert, a opera del regista, drammaturgo, sceneggiatore, fumettista, poeta e mago, Alejandro Jodorowsky ha avuto, per il cinema mondiale, un impatto analogo a 2001 Odissea nello spazio, di Kubrick. Non è facile approcciarsi a un lavoro così potente ed epocale. Sarebbe sufficiente elencare i nomi che hanno partecipato alla realizzazione di questo capolavoro, a sancirne la caratura. Jodorowsky,oltre alla sceneggiatura, dirige il film in coppia coll’allora giovane regista e produttore francese Michel Seydoux, costumi e parte delle scenografie sono opera di Moebius, altre scenografie hanno visto l’esordio dell’arte visionaria e malata di H.R.Giger (dai suoi progetti sul pianeta e il palazzo degli Harkonnen, Alien di Scott ha più di un debito…) le astronavi e le macchine per la spezia invece, realizzate dall’illustratore SF britannico Chriss Foss, gli effetti speciali curati da Dan O’Bannon e come non citare l’immensa, ispirata colonna sonora dei Pink Floyd, che per il folle progetto avevano realizzato un doppio LP.
Il progetto ha avuto una genesi complessa e travagliata. Tra il 1975 e il 1976 ha rischiato di naufragare per gli enormi costi di produzione, poi, nel 1977 è arrivato Lucas e il suo Guerre Stellari. La fantascienza ritorna business e il consorzio di investitori che aveva inizialmente sostenuto “Jodo” ci ripensa e nonostante la pre-produzione avesse superato i 9.5 milioni di dollari, l’intervento di De laurentiis rivitalizza l’operazione. Passiamo ora al film vero e proprio.
Dune è un film difficile, diciamolo subito. Il primo girato ammontava a 14 ore, ridotte poi a 3. La sua possente carica visionaria stempera in parte la complessa struttura narrativa dove a scene dal respiro immenso ed epico, alterna, senza stridere, momenti di introspezione profonda. Fa largo uso di dialoghi interiori, voci fuori campo e sfiora lo sperimentalismo americano degli anni ’60 e ’70 con interminabili primissimi piani sul volto degli attori. Jodorowsky ha preso il romanzo di Herbert e non l’ha semplicemente letto ma studiato a fondo. Ha compreso i molteplici piani di lettura del libro ed è riuscito a interpretarli con le immagini. Inevitabili i richiami ai suoi lavori precedenti. Le cerimonie delle Bene Gesserit e le sequenze di corte rimandano inevitabilmente alle inquadrature dense di simbolismi de La Montagna sacra, le poche ma intense scene di battaglia sembrano risentire delle sequenze d’azione di El Topo. Sull’imbastitura iniziale, c’è da dire che in realtà, Jodo, si mantiene fedele e aderente e segue la vicenda messianica di Paul (Mua’dib)Atreides con una lentezza solenne, che mette Dune specularmente e agli antipodi di Guerre Stellari. Tanto è dinamico, avventuroso e brillante il lavoro di Lucas quanto introverso, profondo e intellettualoide il capolavoro di Jodorwsky. Facendo un paragone più recente, Guerre Stellari sta a Dune come Salvate il soldato Ryan sta a La sottile linea rossa di Malick.
Una nota per il cast. Un post a parte andrebbe solo per il ruolo di Salvadòr Dalì, che grazie alle sue poche ore d’interpretazione dell’imperatore Padishà Saddam IV risulta essere l’attore più pagato della storia del cinema (100.000 $ al giorno) tanto che, per risparmiare sulle sue performance, diverse scene erano state girate riprendendo un suo doppio meccanico! Bisogna comunque dire che la parte di Dalì, merita e la sua recitazione, inaspettatamente calata nella parte, riesce a bucare lo schermo anche solo con uno sguardo tra il folle e l’imperioso. Orson Wells era un barone Vladimir Harkonnen perverso e crudele al quale dona una grandezza tragica degna di una figura shakespeariana, Gloria Swanson un’algida Jessica Atreides e David Carradine un convincente Duca Leto. Tra gli altri, sono degni di menzione Mick Jagger, Nathalie Delon, Johnny Hallyday e un’incredibile Amanda Lear nella parte della principessa Irulan.*
Dune ha rivoluzionato il cinema di genere e l’ha nuovamente nobilitato nell’agone dei film “alti”. Cult assoluto, difficile, affascinante. Un’operazione semi fallimentare ma che artisticamente si è rivelata un successo destinato a riverberare nelle pellicole custodite nel cuore di tutti gli appassionati cinefili di tutto il mondo. Pellicola semplicemente imprescindibile.
* E’ difficilissimo districarsi attraverso la marea di versioni esistenti, riguardo cast e ruoli. Quelli accreditati mi sono preoccupato di abbinarli ai ruoli che avrebbero dovuto effettivamente interpretare, per gli altri, non specificati, ho mantenuto la stessa vaghezza.
Non sono rari gli scrittori che affermano di creare con un adeguato sottofondo musicale e sulle influenze che la narrativa ha fatto subire alla musica e viceversa, si è quasi creato un apposito genere. Horror Rock di Eduardo Vitolo ne è un esempio lampante.
Ho memoria , pochi anni fa, di una specie di diretta via Facebook di Andrea G. Colombo, impegnato a terminare il suo romanzo horror “Il Diacono” dove si scusava pubblicamente coi vicini per il volume alto della frenetica musica elettronica che ascoltava per accompagnare l’incalzare della sua narrazione.
Abbiamo per contro autori “orsi” che fabbisognano di un isolamento totale, spartano e perfino monastico. Ricordo a tal proposito un articolo di Alfred Bester che raccontava di come si rinchiudesse in casa, serrande abbassate, telefono staccato e litri di caffè a portata di mano, quando si avvicinava la scadenza per consegnare qualcuno dei suoi geniali romanzi.
Il profondo poeta Pessoa, amava scrivere a un tavolino del suo locale preferito, il Caffè A Brasileira di Lisbona, perchè la confusione, il trambusto, il vociare degli artisti e intellettuali che frequentavano il locale, fungevano da autentico carburante emotivo per le sue composizioni. Una musica interiore, suonava alle sue orecchie mentre attorno a lui palpitava la vita.
Credo che l’avvento del sonoro nel cinema e quindi l’introduzione delle colonne sonore, abbia influenzato e arricchito la percezione sensoriale di scrittori e lettori. Ognuno di noi, elabora delle personali colonne sonore mentre si sogna, s’immagina, si fantastica. E quindi, inevitabilmente, anche quando si legge.
Come non figurarsi locali dove si balla il charleston leggendo Fitzgerald? Oppure i ritmi sincopati del jazz tra le righe di Miller o Hemigway? E il rock ruspante di Stephen King? Il re del Maine cita ad ampie mani testi e canzoni nei suoi libri. Una contaminazione bella e buona ha ibridato la letteratura con la musica, mi sembra evidente.
Personalmente, ritengo di appartenere alla categoria degli “orsi”. Da buon piemontese, un po chiuso e apparentemente musone, quando scrivo ho bisogno di silenzio e raccoglimento, tanto da esser riuscito ad allestire il mio studio in posizione sufficientemente distaccata da casa ma questo non mi impedisce di avere anche della musica, in mente, quando scrivo e, guarda caso, nella stragrande maggioranza dei casi, si tratta di colonne sonore, non dimenticando che il mio amore per il cinema, porta sempre un taglio filmico nelle scene che descrivo.
Il cupo tema de La Cosa di Carpenter era sempre nella mia testa quando scrivevo Masche e mentre componevo La morte mormora, in un angolino, oltre la trama, i personaggi e gli intrecci, udivo di sfondo le musiche di Shutter Island
e le ballate dei Mau Mau:
E’ impossibile, così, essere “puristi” dato che la letteratura, al pari di qualsiasi altro mezzo d’espressione è necessariamente contaminabile e contaminato. Scaramanticamente, evito di citare l’ideale colonna sonora de Il Settimino. A romanzo ultimato, magari ne riparlo.
“Per essere veramente immortale un’opera d’arte deve uscire completamernte dai limiti dell’umano:in essa il buon senso e la logica mancheranno del tutto. In tal modo l’opera si avvicinerà al sogno e anche alla mentalità infantile”*
Le parole di De Chirico sono un’ottima introduzione al discorso sulle relazioni che Dürer intrecciava, tra la sua arte e l’esoterismo. L’artista tedesco raggiunse l’apice creativo, in tal senso, con Melencolia, un’incisione a bulino straordinariamente densa di simboli e messaggi esoterici. Melencolia era stato realizzato nel 1514, in un periodo particolarmente intenso e burrascoso per Dürer. In quell’anno, infatti era da poco mancata sua madre, la peste diffondeva morte e disperazione lungo tutta l’Europa e si profilava all’orizzonte la grande rivoluzione protestante. Melencolia, quindi, fu anche il prodotto della sensibilità del suo autore verso un mondo che si stava trasformando in maniera drastica, epocale. I confini si stavano dilatando oltre ogni previsione, vecchie certezze stavano per essere definitivamente smantellate. Un senso di catastrofismo permeava certi ambienti.Dürer sembrava una delle poche menti che, con una certa lucidità, percepisse questi cambiamenti e analizzasse quel divenire su più piani.
Melencolia fa parte del trittico detto il Meisterstiche, del quale fanno parte anche San girolamo nella cella e Il cavaliere, la morte e il diavolo. Messe assieme, le tre opere rappresentano tre fasi della vita e le tre virtù cardinali: morali, teologiche e intellettuali.
Non mi dilungherò ad analizzare composizione e valenze dell’incisione. Esiste una serie di studi e saggi immensamente più approfonditi e competenti ma a titolo informativo, racconto che la composizione di Melencolia è costellata di simboli alchemici: una bilancia, un cane, un solido geometrico, un Quadrato magico un putto, una campana, un coltello, una scala a pioli(la scala di Giacobbe). Le combinazioni alchemiche mostrate, descriverebbero il tentativo di trasmutazione del piombo in oro, una allegoria dell’evoluzione da anime oscure ad anime illuminate ma trovo ancora più stimolante l’analisi dei simboli astrologici, presenti nell’incisione, ovvero l’arcobaleno, la cometa e un pipistrello. Ora, in ambito astrologico/esoterico, l’alchimia sarebbe dominata da Saturno, al quale è abbinato il sentimento della malinconia. Interessante notare come pochi anni prima, Stoeffler e Pfaum, due matematici e astrologi, avevano redatto un almanacco dove predivano, in conseguenza di un allineamente tra Giove, Marte e appunto, Saturno, un periodo di disgrazie e trasformazioni sulla terra, tra cui piogge torrenziali, forse un nuovo diluvio e una prossima glaciazione. Anche il quadrato magico corrisponde al pianeta in questione.Messaggio apocalittico, apocalittico nel senso epistemologico del genere, che sarebbe cripticamente contenuto nelle seguenze numeriche del quadrto magico e nei calcoli numerologici dell’octaedro (l’octaedro è composto di sei pentagoni irregolari e due triangoli equilateri. Il triangolo è la figura base della geometria, il pentagono, il riferimento del pentalfa, o pentagramma per dir si voglia. I pentagoni hanno 3 angoli retti e 2 angoli a 135°, chi si prende la briga, fa questo calcolo, in relazione: 3×90 = 270 e 135×2 = 270. La riduzione teosofica dà in ogni caso 9, simbolo di rigenerazione e immortalità.
La teosofia, qui citata, serve da sponda a una interessante correlazione tra le risultanti del quadrato magico di Melancolia e la determinazione delle date di referimento del Kali Yuga. Lo studioso Luis Gros,collaboratore di Renè Guenon, identifica nell’opera di Dürer, infatti un diretto riferimento all’età oscura, fornendo innanzitutto la data d’inizio del Kali Yuga del Kali Yuga. Tale data, coincirebbe proprio con l’anno di realizzazione di Melencolia: il 1514. Le cifre 15 e 14 sono infatti accostate all’interno del quadrato. Una complessa e approfondita analisi di questa tesi è consultabile su questo Blog.
Quindi, magia, esoterismo, mistero e catastrofismo convivono in un insieme artistico omogeneo. L’arte, si dimostra così una porta verso le percezione di altre realtà e un occhio, privilegiato e multiforme attraverso il quale raggiungere una comprensione dell’universo nelle sue più disparate e sbalorditive sfaccettature. Dal sedicesimo secolo, vediamo come fosse già ben presente l’idea di una trasformazione del mondo, della società e della necessità di accettare e adattarsi all’evoluzione dei tempi. Una consapevolezza che l’oggi, ancora fatica a riconoscere. Era dunque inevitabile che un artista del suo calibro e con tali, eterogenei interessi, s’incrociasse con il mio Dipartimento per le Indagini Paranormali.
Sono andato a vedere il grande e potente Oz quasi esclusivamente perchè pavlovianamente attratto dal nome del regista. Sam Raimi. Per principio, vado a vedere tutti i film di Sam Raimi. Ha dato così tanto alla mia adolescenza e al mio amore per il cinema di genere che il seguirne il percorso, anche nelle fasi più discordanti, diventa un obolo simbolico di riconoscenza. I presupposti per un lavoro edulcorato, esistevano tutti: produzione Disney, grande commercializzazione, cast avvenente in maniera quasi sfacciata, la realizzazione in 3D.
La prima sensazione, fin dai titoli di testa (splendidi) è stato l’inevitabile paragone con Tim Burton e Alice in Wonderland, perchè sull’immediato, il parallelismo tra i due lavori, emerge. Raimi e Burton, due stelle polari del cinema che ho amato, improvvisamente così vicini e contaminati. Se precedentemente il loro discorso filmico proseguiva su due binari paralleli ma ben delimitati,con IGPO* assistiamo a uno scambio che fa convergere le due linee. Difficile dire se Raimi si sia “burtonizzato” o viceversa. Sull’onda di questa visione, protendo per la prima ipotesi, non ultima la presenza di un inconfondibile Danny Elfman nella composizione della colonna sonora.
E’ un prequel, IGPO. Ci racconta quindi gli eventi precedenti il film di Fleming, nei confronti del quale, Raimi si dimostra rispettoso e citazionista ma senza “telefonate” strizzate d’occhio. Raimi possiede anzi un’attenzione non banale verso i libri di Baum (vedi l’inserimento nella quest della visita alla città di porcellana). Il film inizia nel Kansas del 1905. Le immagini sono girate in uno splendido bianco e nero e si aprono sullo scenario di un circo di campagna, nel quale lavora Oscar Diggs, detto Oz (James Franco), mago da strapazzo, illusionista truffaldino, simpatico mascalzone, rubacuori. Una figura di simpatica canaglia come francamente non se ne vedeva da tempo, dopo una generazione di eroi belli e dannati o duri e acrobaticamente forzuti. Vittima della sua debolezza verso il gentil sesso, inseguito da un erculeo e geloso collega di circo, fugge di gran carriera, trovando scampo a bordo di una mongolfiera. Dopo un breve tragitto, l’aerostato viene risucchiato da un violento tornado e da li, catapultato nel regno di Oz.
Da quel punto in avanti, irrompe il colore e il regno di Oz si manifesta in tutta la sua favolistica e variopinta meraviglia. Un mondo caratterizzato da una natura prepotente, vitale, sfrenatamente allucinogena nei colori, nelle forme e negli ambienti. Il capovolgimento da un Kansas desolato, piatto e senza colori a una terra dove emerge il senso d’evasione, libera e sfrenata come solo una fantasia disinibita è in grado di creare, in un caleidoscopio simile a un’esperienza lisergica. Diggs, il cui cognome, allegoricamente mi ricorda il verbo to dig ( to dig for indica scavare)finisce in una realtà completamente ribaltata e sovvertita, dove lo “scavare” alla ricerca di grandezza, fortuna e ricchezza inizia attraverso un’ascensione verso l’altrove. Viene scambiato per il classico “uomo della profezia” un potente mago che porta il nome della terra che dovrà dominare.Incontra tre streghe: Theodora (Mila Kunis), Evanora (Rachel Weisz) e Glinda (Michelle Williams), una scimmia volante, una bambola di porcellana che riassemblerà con la “magia” di un vasetto di colla (forse la ricomposizione di un senso d’infanzia che si crede perduto). Diggs attraversa il regno seguendo le strade di mattoni gialli, intraprende una classica quest e coerentemente con l’impronta fantasy che la trama assume, il tragitto, la missione e il fine si trasformano assieme al protagonista. Diggs, gradatamente, da gaglioffo e disonesto opportunista, prende coscienza dei valori che s’ostinava a sotterrare dietro la sua scanzonata mascalzonaggine. Le tre streghe, sorelle, mescolano le carte in tavola, spiazzando un po tutti sulle loro diverse nature e se con la scimmia volante passa da padrone spocchioso ad amico riconoscente, la tenera bambola bambina di porcellana, risveglia in lui una natura paterna che sfocierà nella parte finale del film. Anche la metafora della strada di mattoni gialli si evolve prima appare una via dorata verso la ricchezza: Giungendo alla città di smeraldo gli viene mostrato il tesoro in oro che dovrebbe diventare suo una volta completata la missione. La visione di Diggs che nuota tra le monete e s’inebria tra calici e preziosi richiama l’avida felicità di uncle Scrooge (zio Paperone) in una delle intrusioni disneyane forse più subdole di tutta la pellicola. Alla fin fine, dopo, la strada di mattoni gialli diventa un sentiero morale che gli fa abbandonare la strada dell’egoismo in favore di una grandezza di sentimenti che non credeva di racchiudere.
La morale buonista, intrisa di rettitudine e tipicamente Disney viene però, in parte mitigata dall’ironia del regista. Forse Raimi in questo suo ultimo lavoro, ha le mani legate più di quanto si pensi ma il tono umoristico, nero e grottesco, riemerge, con astuzia e senza prepotenza. Si coglie nella bellezza zuccherosa e tendenzialmente priva di fascino della strega Glinda, nella recitazione molto aderente di James Franco, nelle pennellate horror percepibili nella traversata della foresta oscura e le sue piante carnivore dagli occhi fosforescenti e nelle figure mostruose dei babbuini volanti.
E’, infine un film d’amore verso il cinema e verso la magia dell’illusione che è in grado di creare, un’elegia del “sense of wonder” sottolineato dall’uso, con reminiscenze steampunk,della scienza di Edison e del prassinoscopio, vera e propria arma finale nel conflitto che porterà alla conclusione dell’avventura. Le capacità di incantatore, prestigiatore e illusionista di Diggs, si riveleranno la nuova magia, la forza definitiva dell’evocazione e con un gioco di specchi, direttamente allo spettatore dotato di occhiali per il 3d, quando il nostro eroe, calza a sua volta, un paio di occhiali per assistere alle prove del suo più grande spettacolo. L’amore di Raimi per la settima musa, in questi guizzi creativi, palpita di passione mai spenta, ricordandoci di come il cinema sia una magia capace di trasformare un piccolo, imperfetto essere umano, in un grande e potente mago.
*Uso l’acronimo IGPO per abbreviare Il Grande e Potente Oz.
Errori e misteri del DIP: se vi dovesse mai capitare di passare per Torino e fare visita alla sede centrale del DIP, dislocata in un austero e un po’ lugubre palazzone in via Maria Vittoria
(molti uffici hanno la vista sulla Gran Madre), noterete nell’androne, sopra il bancone del servizio sicurezza, la grossa riproduzione di un’incisione attribuita ad Albrecht Dürer. L’opera, sconosciuta ai più, rappresenterebbe Don Chisciotte che carica i Mulini a vento. Domanda: se Cervantes ha scritto il Don Chisciotte tra il 1605 e il 1615 e Dürer è morto nel 1528 come ha potuto quest’ultimo conoscere un personaggio che doveva ancora esser inventato?*

Devo dire che il Don Quixote di Dorè rende bene l’idea di come potrebbe essere l’immaginaria stampa del DIP.
Possibili risposte: Forse un cavaliere pazzo che caricava i mulini a vento è veramente esistito all’epoca di Dürer, ispirando sia il pittore germanico che successivamente lo scrittore spagnolo oppure l’arte ha dimostrato ancora una volta la sua sbalorditiva capacità di trascendere spazio e tempo.
Bisogna a questo spunto, spendere però qualche parola su Dürer. L’incisore e pittore tedesco, realizzò, a cavallo degli anni 1513/14 un trittico d’opere, il Meisterstiche, composto da San girolamo nella cella, il cavaliere,la morte e il diavolo e Melacholia. Sebbene i tre lavori, una delle massime espressioni dell’arte a bulino di Dürer, siano apparentemente slegate tra loro, rimangono saldamente correlate dalle virtù della vita di ogni degno individuo: morali, teologiche e intellettuali. Melacholia, in particolare ha colpito gli esperti per la fitta serie di riferimenti alchemici, esoterici e massonici**. Dürer,uomo colto e attento alle trasformazioni del suo tempo, sicuramente, teneva comunque saldo l’antico concetto di conoscenza come proprietà dell’anima; un atteggiamento che a suo modo, si mantiene molto vivo e presente nella filosofia operativa del Dipartimento Indagini Paranormali ma forse… e dico forse..il fato ha fatto notare il clamoroso errore temporale troppo tardi per ovviare e il sottoscritto ha colto così l’occasione per costruire un mistero e aggiungere un altro pezzetto al mosaico del mondo di Stefano Drago.
*La discrepanza è riscontrabile nel romanzo Masche, edito nel 2011 da Fratelli Frilli editori.
**Prossimamente dedicherò un post apposito a Dürer, l’esoterismo e l’opera Melacholia.
Scusate, ma non ho resistito alla tentazione di scegliere questo titolo.
Sintesi per i pigri: questa è una lunga analisi (a volte bisogna prendersi il tempo!) dei riferimenti ideologico culturali del duo Grillo/Casaleggio. Attraverso l'analisi di dichiarazioni e altro materiale cerco di mostrare come i due principali personaggi del M5S abbiano come riferimento il New Age e come nel loro pensiero sia forte una componente di complottismo che dalla New Age discende.
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